Tag

, , , , , , ,

Immagine trovata su onepennysheet.com

Alla fine la politica diventa sempre una commedia dell’arte dove si fa finta di scontrarsi per poi mettersi d’accordo dietro le quinte e spartirsi la torta. Quando chi paga il conto inizia a domandarsi perché debba finanziare uno spettacolo tanto squallido, la commedia diventa una tragedia. Per i politici.

Spesso mi sono domandato perché non esista un sistema come il LexisNexis anche in Italia. Poi, ogni tanto, accendo la televisione e mi ricordo subito perché. Ai non addetti ai lavori la parola suonerà strana, ma per chiunque si occupi di informazione, legge od economia, LexisNexis è una specie di sacro graal e continua fonte di invidia. Semplicemente si tratta del più grande database testuale esistente sul pianeta, che contiene centinaia di terabyte di testi provenienti da oltre 20.000 testate giornalistiche da tutto il mondo. Il sistema è a pagamento, ma mette a disposizione di ogni giornalista l’arma definitiva contro i politici: le proprie stesse parole.

In Italia, è il singolo giornalista che, tramite ritagli e un certosino lavoro di catalogazione, produce i famigerati “dossier”, dove si mischiano articoli vecchi di anni, soffiate, carte processuali e semplici voci di corridoio. Visto che questi dati sono importanti e costano tempo, lavoro e fatica, il giornalista è tentato di usarli in maniera preventiva, magari in cambio di favori, consulenze, promozioni eccetera. Ecco perché i politici possono dire tutto ed il contrario di tutto senza temere di essere sputtanati. Fino a quando sono pochi i giornalisti diligenti, si possono comprare o neutralizzare. Ma se tali informazioni fossero disponibili anche al più sfaticato neo-assunto, la congiura del silenzio non potrebbe più funzionare.

Cosa c’entra questa lunga prolusione con l’editoriale del professor Glenn Reynolds sul “Washington Examiner”? Tutto e niente, a dire il vero. Instapundit parla di “fare chiarezza”, di costringere l’avversario ad ascoltare gli elettori mettendosi in campo in prima persona, di tirare dritto, cercando di mantenere le proprie promesse, forzando i democratici a votare no alle proposte di legge o mettere all’angolo Obama, sfidandolo a mettere il veto. Un gioco difficile, che ai più pragmatici osservatori potrebbe sembrare futile e non particolarmente produttivo per il futuro del paese, attanagliato da una crisi che ai più sembra quasi terminale (specie se le minacce di Cina e Russia sul “quantitative easing 2” dovessero concretizzarsi). Eppure Reynolds non ha tutti i torti quando dice che in tempi confusi come i nostri, gli elettori avrebbero bisogno di trovarsi di fronte a scelte chiare e nette.

Nonostante tenti disperatamente di evitarlo, la memoria corre ai discorsi fatti da Gianfranco Fini ed i suoi accoliti a Perugia e vengo colto dallo sconforto. Al TG3 ho visto che alla riunione era presente un vecchio compagno di partito, del cui reclutamento fui sfortunatamente (anche se non totalmente) responsabile nel 2000, quando mi avvicinò ad una festa organizzata dalla campagna elettorale per le regionali che stavo guidando. Il tipo è un vero personaggio: padre socialista abbastanza bene ammanicato, infilato in un ente pubblico appena dopo le superiori, è stato praticamente cacciato da ogni partito dell’arco costituzionale in quanto persona francamente sgradevole, la cui incapacità politica è solo equivalente alla presunzione e all’ambizione di “fare carriera”. Alla fine se n’è andato dal PdL della mia cittadina, dopo essere stato trombato come il sottoscritto alle ultime amministrative. Uno che si dice “socialista da sempre” è passato dal PSI al PDS, poi DS, a Forza Italia, al Popolo delle Libertà ed infine a Futuro e Libertà, sempre spinto dalla brama di conquistarsi il “posto al sole”.

Penso che alla stessa riunione era presente anche una simpatica ragazza con tanto di croce celtica al collo che si diceva altrettanto orgogliosamente fascista e mi viene una gran voglia di emigrare. Questo sarebbe il “nuovo che avanza”? Il partito veramente democratico, libero dalle canzoncine e dal culto del capo? Quello con il nome del capo scritto a lettere cubitali sul simbolo elettorale che sembra il desktop di Windows? Quando mi viene in mente che lì in mezzo, in quel guazzabuglio atroce, c’era pure il candidato che si prese due mesi della mia vita nel 2000 senza darmi non dico soldi (figuriamoci) ma nemmeno un “grazie”, mi viene da vomitare. Poi penso agli amici liberali che sono fuggiti dal “partito di plastica” e ho la sensazione che siano davvero finiti dalla padella nella brace. Basta così, o mi sento male.

Vi chiedevate perché non mi occupi di politica italiana? Ecco il perché: ho già dato. Ne ho piene le tasche di chiacchiere, puttanate e risse televisive. Come ho detto al dirigente del PdL locale che ha provato a convincermi a “rientrare nel gioco”, appena vi deciderete a fare sul serio, chiamatemi. Non so voi, ma non è che guardi con ansia il telefono. Qualcosa mi dice che non squillerà mai. Meno male che ho sempre la valigia pronta. Non si sa mai quando toccherà scappare sul serio.

—————

I repubblicani dovrebbero chiarirsi le idee ascoltando gli elettori
Glenn Harlan Reynolds
Originale (in inglese): Washington Examiner
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Ora che le elezioni sono finite, i repubblicani stanno discutendo se sia il caso di affrontare i democratici cercando il compromesso o lo scontro. Entrambi i campi sono schierati, ma ho un suggerimento diverso.

Chiarezza.

Con il deficit ed il debito pubblico che esplodono, mentre l’economia continua ad andare da schifo e scelte molto dure all’orizzonte, quello di cui gli americani hanno più bisogno è la chiarezza a proposito di ciò che ogni scelta comporta, su chi sta prendendo le decisioni e su chi sta evitando di farlo.

Talvolta cercare di chiarire le cose vorrà dire andare allo scontro.

I repubblicani devono mantenere la loro promessa di abrogare l’Obamacare. A quel punto i democratici saranno costretti a seguirli o a votare contro alla proposta di abrogazione. Questo chiarirà una volta per tutte, prima delle prossime elezioni, chi è a favore di cosa.

Se la proposta dovesse passare il voto al Congresso, Obama sarebbe costretto a mettere il veto o a lasciarla approvare. Anche questo contribuirebbe a fare chiarezza sull’intera questione.

Bisognerebbe comportarsi allo stesso modo, su temi come le tasse, i limiti al debito pubblico ed altre questioni urgenti. Spesso, quando gli esperti di Washington iniziano a parlare di “compromesso”, quello che vogliono dire è che stanno provando a mettere in piedi una situazione tale da consentire a chiunque di evitare di prendere una posizione chiara, assumendosene la responsabilità di fronte agli elettori. In questi casi, sarebbe preferibile cercare di fare chiarezza spingendo perché si arrivi ad una decisione pubblica, anche se per arrivare a tale risultato ci si dovesse scontrare.

Altre volte, naturalmente, anche i compromessi possono chiarire le cose – quando è evidente a cosa si rinuncia e cosa si guadagna in cambio di tale sacrificio. Comunque, in termini generali, l’approccio seguito da Washington è quello di fare finta che si possa avere qualcosa senza perdere niente, invece di ammettere come stanno le cose davvero.

Questo comportamento deve cambiare. Gli elettori hanno diritto di sapere la verità e qualunque compromesso che non funzioni se gli elettori sapessero come stanno le cose non è affatto un compromesso, ma una truffa.

Cercare di fare chiarezza incontrerà resistenze importanti. Prima di tutto da parte dello stesso Congresso – e da molti repubblicani. Praticamente l’intera sovrastruttura dell’odierno potere legislativo è fatta apposta per ridurre al minimo la chiarezza, e quindi le assunzioni di responsabilità.

L’istinto di sopravvivenza dei politici comprende la tendenza ad evitare di prendere posizioni chiare ed i politici repubblicani non sono più immuni da tali tendenze di quanto non lo siano i democratici. I repubblicani devono soltanto stare più attenti, visto il pericolo potenziale di dover affrontare sfidanti appoggiati dal Tea Party alle primarie.

In seconda analisi, a resistere sarà l’amministrazione, la quale, nonostante le promesse in campagna elettorale, non si è mai rivelata molto trasparente a proposito delle sue iniziative politiche. Per non parlare della resistenza degli alleati-propagandisti nei media – ovvero gran parte della stampa, a parte istituzioni meritorie come questo giornale. Faranno di tutto per spostare i dibattito su questioni razziali, sulla personalità dei politici, sulla guerra di classe, su qualsiasi altro tema che non sia la discussione onesta sulla scelta che si dovrà affrontare.

I repubblicani al Congresso – e le più nobili istituzioni della stampa, come questo giornale, che rifiutano di fare da megafono dell’amministrazione – dovranno combattere tali tentativi ed essere certi che i fatti reali vengano discussi apertamente e che siano portati a conoscenza del popolo americano.

Un modo di arrivare a tali risultati, naturalmente, è quello di rifiutarsi di cambiare argomento. Un altro è di seguire il consiglio del capogruppo di minoranza alla Camera (che presto ne diverrà Presidente) John Boehner e semplicemente “ascoltare di più”. Durante il pasticcio dell’Obamacare, deputati e senatori democratici scapparono a gambe levate dagli incontri con gli elettori e le riunioni cittadine. L’ultima cosa che gli passava in mente era quella di ascoltare quello che i loro elettori volevano dirgli.

Per rimarcare le differenze, i repubblicani dovrebbero coinvolgere gli elettori al più presto e spesso, incoraggiando pubblicamente i democratici a fare altrettanto, se ne sono capaci.

Le riunioni cittadine (“town hall meetings” ndT) sono una tattica popolare, che i democratici difficilmente potranno replicare (sono forti nelle città, dove le comunità sono disintegrate e molto meno coinvolte ndApo). Solo questo ne farebbe una buona mossa, ma c’è sostanza, oltre che considerazioni tattiche, dietro a questo approccio.

Una delle ragioni principali della sconfitta democratica è stato il fatto che gli elettori si erano convinti che quel partito non voleva starli a sentire – che gli eletti si preoccupavano solo di far passare a qualunque costo un’agenda predefinita, senza dedicare la minima attenzione alle proteste degli elettori e che, praticamente, sembravano gloriarsi del fatto che nessuno li poteva fermare. (Ricordate la parata della Presidente della Camera Nancy Pelosi con il martelletto in mano in mezzo a due ali di contestatori dell’Obamacare?)

Ascoltando a quello che gli elettori hanno da dire agli incontri cittadini, i repubblicani non solo possono dimostrare che gli interessa l’opinione degli elettori, ma possono raggiungere un altro risultato. Potrebbero addirittura imparare qualcosa di nuovo.

Non ascoltando gli elettori e prendendoli in giro, i democratici hanno commesso un suicidio politico. I repubblicani dovrebbero imparare la lezione e promuovere la chiarezza nel dibattito politico. In questi tempi confusi, gli elettori gliene sarebbero sicuramente grati.

—————

Add to FacebookAdd to DiggAdd to Del.icio.usAdd to StumbleuponAdd to RedditAdd to BlinklistAdd to TwitterAdd to TechnoratiAdd to Yahoo BuzzAdd to Newsvine