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Immagine trovata su lefttoonlane.comPensavate forse che il caos fosse scoppiato solo nel GOP? Errore. Anche tra i democratici serpeggia la ribellione contro la cricca sindacal-obamiana che ha lasciato massacrare decine di candidati centristi senza alzare un dito. A Chicago si fa così, ma anche nell’Arkansas non scherzano, Obambi…

Dopo il primo aggiornamento sullo scontro che di qui a poche settimane scuoterà il Partito Repubblicano fin dalle fondamenta, ecco arrivare il segnale di apertura della “royal rumble” prossima ventura in casa democratica. A parlare è Alex Sink, candidata a governatore della Florida, che all’influente sito “Politico”, molto ben addentro ai movimenti sotterranei che agitano quotidianamente la Beltway, scarica una serie di accuse pesanti nei confronti della Casa Bianca di Obama, accusata di essere “sorda” nei confronti di quello che hanno da dire i responsabili locali del partito.

Il lungo articolo di Jonathan Martin scende nei dettagli della campagna elettorale, dando spazio sia alle accuse dei dirigenti della Florida, sia alle risposte degli operativi della Casa Bianca. Il quadro che traccia non è certo pieno di rivelazioni esplosive, ma serve più che altro a confermare le voci che si susseguivano da molti mesi sulla squadra che affianca il presidente e sulle priorità della sua amministrazione quando si tratta di affrontare tematiche locali. In pratica, alla Casa Bianca di Obama interessa solo difendere sempre e comunque The One: i candidati locali sono irrilevanti, a meno di non essere parte della cerchia ristretta di affiliati alla cricca sindacal-obamiana.

Se questo modus operandi non può stupire chi ha visto come vanno le cose nella patria politica di Obambi, la corrotta e decadente Chicago, le accuse hanno certo maggior peso visto che vengono da ufficiali ed eletti del partito del presidente. Fino a quando a dire che Obama è un cinico distratto e disinteressato a qualunque cosa non lo riguardi personalmente è un repubblicano o un conduttore radiofonico conservatore, la difesa d’ufficio è facile, ma come si fa a rintuzzare gli attacchi di gente che viene dal suo stesso partito? Con la ridicola linea di difesa posta in essere dal non meglio identificato responsabile della Casa Bianca (leggetela, a me ha fatto veramente morire dal ridere)? Siamo seri, per favore. I fatti stanno in maniera molto diversa, e non potranno che causare una serie infinita di guai ad Obama ed ai suoi alleati-padroni.

The One ha capito ben presto che questa tornata elettorale sarebbe stata un bagno di sangue ma, visto che il suo posto era al sicuro e che aveva già fatto quello che interessava ai suoi alleati-padroni, se ne è altamente fregato. Ma visto che, come aveva ricordato il suo ineffabile capo di gabinetto, il “principe delle tenebre” Rahm Emanuel, “bisogna sfruttare ogni crisi a proprio vantaggio”, ha ben pensato di dosare fondi e copertura mediatica per fare un minimo di pulizia in casa propria. Risultato? Oggi la pattuglia di deputati democratici alla Camera è spostata verso la sinistra estrema in maniera mai vista prima: i membri del caucus progressista, da soli, sono di più degli altri due raggruppamenti principali, quello centrista e quello dei cosiddetti “blue dog democrats” – ovvero democratici eletti in collegi molto di destra e quindi indisponibili a votare leggi chiaramente socialiste. Arriva la botta ed Obama se la ride, facendo finta di essere contrito.

Tutto bene, naturalmente, fino a quando non si capisce il giochino e ci si rende conto di essere condannati all’irrilevanza per anni ed anni. Obama pensa di aver risolto il problema dei Clinton fornendo i loro sostenitori al Congresso su un piatto d’argento ai famelici repubblicani, ma averli fatti uccellare non li ha affatto eliminati politicamente. Se possibile, li avrà resi ancora più determinati a far fuori il bellimbusto abbronzato e riprendersi quel partito che, fino a due anni fa, consideravano cosa propria. Contro a The One, stavolta, non ci saranno solo Hill & Bill, ma anche un gran numero di associazioni, maggiorenti e finanziatori del partito che rischiano di veder vanificati come se niente fosse anni di lobbying e donazioni mirate. Gente del genere non dimentica in fretta e non si può comprare con un tozzo di pane come Blanche Lincoln o Arlen Specter.

Insomma, come ampiamente prevedibile, di qui a poche settimane i fuochi d’artificio inizieranno anche a sinistra: da una parte i sindacati, Hollywood, George Soros e chi pensa di lucrare sulle follie ambientidiote; dall’altra, praticamente, il resto del partito, una coalizione improbabile di centristi, clintoniani di ferro, blue dog democrats, lobbyisti tagliati fuori dalla ricca torta finanziata dai debiti federali, avvocati ed associazioni varie. Come andrà a finire nessuno lo sa bene.

Gli obamioti hanno dalla loro il controllo dell’amministrazione, tante belle poltrone comode da assegnare e le rotative sempre calde di Ben Bernanke, ma hanno pure una serie di promesse difficili da mantenere, come quella di salvare i fondi pensione dei sindacati e dei dipendenti pubblici, mossa che avrebbe le stesse conseguenze politiche di una bomba all’idrogeno nei pantaloni. Il resto del partito, invece, dovrà tessere rapporti di collaborazione e ricreare quella coalizione alla base dei successi di Bill Clinton che si è andata sfaldando nel tempo. Contro questi volenterosi si metterà sicuramente di mezzo la stampa, che continua a sostenere in maniera totale ed acritica The One, visto che non si è ancora deciso a salvargli il posto con la nazionalizzazione che sognano da una vita (e che, IMHO, non avverrà mai, visto che Obama preferirà usarla all’infinito come strumento di ricatto sottile ma efficacissimo).

In ogni caso ci sarà da divertirsi. Gli schiaffoni a sinistra sono meglio di una comica di Buster Keaton: risate assicurate. Non quanto ad un qualsiasi incontro del PD nostrano, certo, ma nella vita bisogna sapersi accontentare. Non tutti sono così fortunati da avere come avversari gente tronfia, saccente, autoreferenziale ed incapace come i dirigenti della sinistra italiana. Godiamoceli finché restano in piedi: se al loro posto andasse gente seria, sarebbero guai non solo per il Gran Capo, ma anche per il resto del paese.

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I centristi democratici contro la Casa Bianca “sorda”
Jonathan Martin
Originale (in inglese): Politico
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Il giorno dopo la peggiore sconfitta elettorale del partito dal 1994 (sì, certo, come no ndApo), la profonda frustrazione sentita da molti democratici centristi nei confronti della Casa Bianca e della dirigenza nazionale del partito è uscita allo scoperto. E sembra particolarmente violenta nello stato conteso più importante nell’elezione del presidente degli Stati Uniti.

La candidata democratica a governatore della Florida, Alex Sink, ha puntato il dito venerdì contro la Casa Bianca di Obama, definita “sorda”, per cercare di capire perché avesse perso di misura le elezioni.

In un’intervista rilasciata a POLITICO, la Sink ha detto che l’amministrazione ha gestito malissimo la risposta alla perdita di petrolio nel Golfo del Messico, non capisce i danni politici causati dalla riforma della sanità ed ha affermato che la strategia del suo avversario repubblicano, che l’ha collegata alla presidenza Obama, aveva causato enormi danni alla sua candidatura specialmente nell’area conservatrice del “Panhandle”.

Secondo la Sink, la Casa Bianca “ha ricevuto un’enorme sveglia due giorni fa. Peccato che si siano trascinati dietro un mucchio di democratici. Devono imparare ad ascoltare meglio e mostrare agli operativi sul territorio che sono interessati a sentire come le politiche da loro implementate funzionano davvero, invece di pensare solo alla politica politicante”.

Il lamento della Sink, naturalmente, potrebbe essere dovuto in parte alle recriminazioni da parte di un candidato appena uscito da una brutta sconfitta e a caccia di spiegazioni ragionevoli. La Sink non è diventata governatrice per un solo punto percentuale.

Ma la critica puntuta della Sink esprime i sentimenti di altri democratici della Florida dopo un’elezione nella quale il partito ha perso quattro seggi alla Camera ed ogni altra gara a livello statale, per non parlare delle gravi perdite al parlamento locale, dove i democratici dovranno affrontare due super-maggioranze del GOP, proprio in uno degli stati più popolosi del paese.

Sink, che era stata eletta a Chief Financial Officer della Florida dopo una carriera da manager in banca, doveva affrontare il repubblicano Rick Scott, un ricco ex CEO di una ditta che si occupa di sanità che ha gettato sul piatto della contesa decine di milioni dei propri soldi pur di vincere.

La Sink dice di aver “affrontato un vento contrario che veniva da Washington, qualcosa che paragono ad uno tsunami, oltre a dover affrontare un tipo che aveva a sua disposizione risorse illimitate. Avrei potuto battere o l’uno o l’altro, non entrambi allo stesso tempo”.

La Sink aveva anche il vantaggio di dover affrontare un avversario che si presentava per la prima volta dopo aver guidato una compagnia che ha ricevuto la più grande multa per aver frodato il Medicare della storia. Scott ha risposto a questa sfida cambiando il soggetto della campagna, riuscendo tramite una potente campagna di spot elettorali a collegare la Sink ad Obama, una figura politica estremamente impopolare nelle aree più conservatrici del grande stato del Sud.

La Sink non sembra sorpresa: “la gente ha preferito votare per qualcuno con problemi etici piuttosto che scegliere il suo avversario, che avevano associato all’agenda democratica portata avanti a Washington”.

Secondo lei, tra la Casa Bianca ed il resto del paese si è formato un abisso.

“Penso che siano stati sordi. Non erano interessati a sentire cosa pensavo riguardo quello che stava succedendo sul territorio durante la crisi della perdita di petrolio. E non hanno mai ammesso di avere alcun problema su come la gente aveva recepito la riforma sanitaria”.

La nuova legge, secondo la Sink, è “impopolare, specialmente tra gli anziani” – un blocco elettorale molto importante nel ‘Sunshine State’.

Quando si è passati a parlare dei duri spot commissionati da Scott che la dipingevano come un clone di Obama, per lei sono stati particolarmente dannosi “specialmente nella Florida del Nord-Ovest”.

La Sink, che ha perso per meno di 67.000 voti su cinque milioni di schede valide, ha perso con margini di due voti ad uno o peggio nelle parti più popolose della cosiddetta ‘Panhandle’.

Gli aiutanti della Casa Bianca e gli ufficiali del Democratic National Committee, invece, dicono che senza l’intervento del partito nazionale e delle associazioni legate ad Obama quali Organizing for America, la Sink sarebbe andata molto peggio.

Secondo un membro anziano della West Wing, “sono stati il DNC ed OfA a tenere a galla quella campagna elettorale.

Il partito nazionale ha trasferito fondi per quasi 2 milioni di dollari ai democratici della Florida – molto di più di ogni altro stato – ha chiesto a tutti i membri dello staff di OfA della Florida di partecipare a tempo pieno a quella che è divenuta la campagna elettorale coordinata del partito statale ed ha speso centinaia di migliaia di dollari in spot sui media dedicati a neri ed ispanici, oltre ad altri sforzi per contattare elettori per aumentare l’entusiasmo in settori dell’elettorato che non sembravano molto convinti dalla figura dell’ex banchiere.

Però molte fonti democratiche a conoscenza della campagna della Sink hanno detto che i responsabili mandati dall’amministrazione sembravano più preoccupati dai tentativi del candidato di distanziarsi dalla Casa Bianca piuttosto che di aiutarla a vincere.

Secondo un dirigente democratico che ha seguito da vicino la gara, “lei aveva bisogno di allontanarsi un attimo [dalla Casa Bianca] e la cosa intelligente sarebbe stata di permetterle di farlo. In fondo, questo avrebbe giocato anche a loro favore, almeno nel lungo periodo”.

Ma quando la candidata ha apertamente criticato la risposta della Casa Bianca all’incidente petrolifero, concentrandosi su una dichiarazione estiva del Vice Presidente Joe Biden riportata in un articolo su POLITICO, secondo due fonti familiari con la situazione, un responsabile dell’amministrazione l’ha chiamata infuriato, ordinandole di “ritrattare” le sue dichiarazioni.

La Sink non ha negato che questo scambio sia davvero avvenuto.

Quando le abbiamo chiesto della chiamata, ha risposto: “non seguo la linea di nessun partito se non penso che stiano facendo la cosa giusta”.

Un altro scambio di accuse poco urbano avvenne quando la Sink avrebbe dovuto incontrare Obama sulla pista dell’aeroporto di Miami quando il presidente, lo scorso agosto, si recò in Florida per un evento di fundraising per il partito dello stato. La Casa Bianca, secondo alcuni simpatizzanti della Sink, era arrabbiatissima per quello che avevano considerato uno “sgarbo”, quando la candidata non si recò a ricevere il presidente all’aeroporto.

Il responsabile della Casa Bianca che abbiamo contattato ci ha detto che, se davvero avessero preso in maniera personale i tentativi della Sink di distanziarsi dalla figura di Obama, avrebbero reso pubblico il loro risentimento, invece di riservarlo solo alla Sink ed ai suoi aiutanti (hahahaha, oddio, il còre, quanto rido, hahahaha ndApo). Inoltre, l’amministrazione si era anche offerta di organizzare un evento a Miami per convincere la gente a partecipare alle elezioni per conto suo nel weekend prima delle elezioni nonostante la candidata fosse impegnata altrove. L’offerta è stata rifiutata, ma Obama ha registrato lo stesso una chiamata automatica dove chiedeva di votare per lei che poi è stata usata nella Florida del Sud (il rumore delle dita sugli specchi si sente da questa parte dell’oceano ndApo).

Eppure, secondo fonti ben informate sulla situazione, quando non erano impegnate a difendere l’immagine del presidente, gli aiutanti di Obama o erano del tutto inutili oppure cercavano di comandare a bacchetta le persone, pensando di essere superiori.

Nella primavera, quando la campagna della Sink era nel caos ed aveva disperatamente bisogno di urgenti cambiamenti, si è tenuto un incontro a Washington con un gruppo di importanti dirigenti democratici.

Dopo l’incontro, un responsabile politico di medio livello della Casa Bianca mandò alla campagna elettorale un rapporto di una pagina che, secondo i dirigenti della campagna della Sink dimostrava in maniera così evidente quanto il team mandato da Obama non avesse idea di cosa stesse parlando da farlo plastificare ed usarlo regolarmente per farsi due risate.

Il documento, che POLITICO ha ottenuto in copia, include elenchi numerati con consigli come “Assumere Personale Chiave” e “Sviluppare e presentare un piano operativo olistico per la campagna elettorale”.

Secondo un responsabile della Casa Bianca, quel memo era solo il riassunto della conversazione che poi era stato trasmesso ai partecipanti – certo non era un piano strategico vero e proprio.

Ma gli alleati della Sink si lamentano del fatto che gli aiutanti di Obama erano intervenuti troppo frequentemente anche nei confronti della campagna coordinata organizzata dal partito a livello statale.

In primavera, un membro dello staff dell’ufficio affari politici della Casa Bianca si recò in Florida per incontrarsi con una serie di importanti contribuenti alla campagna di Obama, per sapere cosa ne pensavano del programma per accumulare fondi per tutti i candidati dello stato.

Un operativo democratico coinvolto nella gara si è messo a lamentarsi dicendo che “continuavano a cercare di aggirare qualsiasi nostra iniziativa, provando a convincere i loro donatori ad influenzare i meccanismi del processo coordinato invece di lasciarci scegliere da soli”.

Anche se sono pronti ad ammettere che la Sink ha fatto degli errori, gli operativi democratici della Florida che non sono stati direttamente coinvolti con la campagna elettorale affermano con certezza che il partito nazionale è stato più un problema che una risorsa per lei.

Secondo l’esperto stratega Screven Watson, mentre “lei parlava di posti di lavoro, tasse, eccetera, non serviva a niente. A loro bastava far vedere la Sink accanto a [Nancy] Pelosi ed Obama. Se solo ci fossimo occupati dei posti di lavoro, dell’economia e forse di una legge sull’energia – ma no, invece abbiamo provato a fare di tutto. E poi hanno fatto un pessimo lavoro quando hanno cercato di comunicare cos’era che avevano fatto davvero. Qual è il risultato finale di questi errori? Beh, l’abbiamo appena visto”.

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