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Immagine trovata su titanicuniverse.comMentre in Itaglia si balla, si ride, si parla del più e del meno, le nubi nerissime addensate all’orizzonte stanno già scaricando i primi lampi d’avvertimento. Eppure da noi nessuno sembra in grado di guardare più in là del suo naso. E pensare che l’iceberg è pure bello grosso.

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Talvolta sembra che l’universo cospiri per far perdere la pazienza anche al più flemmatico degli osservatori. Ci sono alcune frasi chiave che riescono istantaneamente a farti andare su tutte le furie. Quando queste frasi vengono pronunciate da certi personaggi che all’Apolide e alla sua parte (ogni tanto) più seria causano inevitabilmente reazioni allergiche al limite dello shock anafilattico, il colpo apoplettico è veramente dietro l’angolo. Questi fastidiosissimi riflessi pavloviani sono del tutto incontrollabili e possono colpire ovunque, a tradimento.

Succede che, ad esempio, tu stia cercando di occupare una insolitamente vuota mattina lavorativa leggiucchiando qui e là qualcosa di vagamente interessante, tanto per ricordarti che, in fondo, rimani un giornalista “serio”, non un malato di sport qualsiasi. Sul faccialibro scruti un paio di articoli pubblicati in mattinata. Visto che hai finalmente tempo di rimanere informato ti precipiti a leggere avidamente, sperando che non ti arrivino dieci video tra capo e collo, costringendoti quindi a rimanere fino all’ora di cena in studio.

Il primo articolo ha l’effetto di un tonico. A parlare è il sempre emerito e venerabile Professor Antonio Martino. Nonostante le domande capziose e infide dell’intervistatore del “Giornale” (a destra se non ci facciamo male da soli non siamo contenti, evidentemente), il migliore allievo di Milton Friedman sembra riuscire a percepire a distanza quello che pensa il liberale al cubo medio dopo eoni di frustrazioni e travasi di bile da statalismo cronico. Lo scopo del “collega” (che non ha nemmeno il buon gusto di firmarsi) è chiaro fin dal titolo: banalizzare e ridicolizzare la proposta di Martino, che più che parlare di tagli alle tasse parla di tagli alla spesa pubblica, cosa che tutti gli altri politici italiani non farebbero mai nemmeno sotto tortura. L’articolo, poi, almeno sull’edizione online, viene troncato senza troppi complimenti. A parte tutto, una bella boccata d’aria fresca, qualche decina di righe che risollevano il morale, forse ancora di più del pallido solicchio albionico che, ogni tanto, spunta da dietro alle nuvolastre nerissime.

Il guardo vagola su altri articoli e l’umore ritorna precipitevolissimevolmente sottoterra. Con il rischio di un downgrade da parte di Moody’s, iattura assoluta per un paese sommerso dal debito come l’Itaglia, ci si perde a seguire i vaneggiamenti di un ex-giornalista santone e di un ex-comico ancora più santone. Qualcun’altro si accapiglia sulla questione “primarie sì, primarie no”, sulle benedizioni o meno di Mister B e su mille altre faccenduole certo importanti ma decisamente meno urgenti di un downgrade che potrebbe costarci decine di miliardi di euro all’anno. Poi arriva il turno di Tremendino e lo stomaco inizia già a contorcersi preparandosi al peggio. As usual, appena Giulietto mette tre parole di fila, la reazione violentissima dell’Apolide è scontata. Un diluvio di improperi, di maledizioni bibliche, sequele di dettagli sull’attività professionale svolta dalla sorella-moglie-figlia del personaggio in questione (la mamma è sempre la mamma) e via strepitando. Cos’ha causato tale tsunami di ira? Mah, scegliete voi. Il fatto che, dopo aver sentenziato solennemente che “la spesa pubblica è incomprimibile” (migliore battuta del millennio), ha ritirato fuori il vecchissimo progetto di riforma delle aliquote IRPEF tanto per gettare un poco di fumo negli occhi di lib al cubo e (soprattutto) il mondo delle partite IVA? Il fatto che la pratica per lui sia lontana miliardi di anni luce dalle dichiarazioni altisonanti? La sensazione che, anche stavolta, non se ne farà assolutissimamente niente di niente? Saperlo.

Poi un link di un amico mi convince ad ascoltare l’ottimissima trasmissione di Oscar Giannino su Radio24, “La versione di Oscar”. Con il sempre interessante Mario Baldassarri, si parla degli infiniti trucchi di Tremendino per nascondere il fatto che, da che mondo è mondo, la spesa pubblica in Itaglia è un’ascensore che non fa altro che salire. Il discorso scivola sul tecnico più di una volta, ma la sostanza non cambia. Da vent’anni in Itaglia non si fa altro che gridare “al lupo!” ogni qual volta che qualsiasi politico osi anche solo avvicinarsi al moloch intoccabile che non è lo Stato bensì la spesa pubblica, vero vitello d’oro al quale svariati milioni di persone hanno venduto anima, corpo, zia, sorella, madre e progenie futura. Durante la trasmissione si parla del VI rapporto sull’economia italiana pubblicato dal centro studi “Economia Reale”, presieduto proprio da Baldassarri. La noia è tanta, quindi decido di scaricarlo dal sito (il PDF lo trovate qui) e di darci una rapida scorsa. La mia attenzione viene calamitata da una serie di tabelle riassuntive. Questa qui sotto mi è parsa la più significativa – o forse quella che ha spinto l’Apolide a correre a lucidare l’alabarda da lanzichenecco e riportare di moda parole come Strafexpedition.

Tabella tratta dal VI Rapporto sull'economia Italiana - Centro studi Economia Reale, Roma 2011

A me fa venire una gran voglia di menar le mani, a voi?

Ricapitolando il tutto, il signor Tremendino è andato di fronte alle telecamere annunciando la “riforma fiscale” e promettendo grandi cose. In realtà il suo piano quadriennale prevede un sostanziale AUMENTO delle entrate fiscali (che, almeno a casa mia, si chiamano tasse) ed una parallela riduzione del deficit, nemico pubblico numero uno. Qualcosa però inizia a non tornare fin da subito. Va bene che coi numeri si può fare di tutto, ma se aumenti le entrate di 92 miliardi e riduci il deficit di 25, il resto dove va a finire? La tabella è chiara: nuova spesa pubblica. Diego Destro, il buon Daw, si è recentemente lamentato del fatto che Mister B continui imperterrito a fare figure di tolla interplanetarie e che non riesca più a capacitarsi che la recita da piacione non funziona più. Al sottoscritto, sinceramente, preoccupano di più le intenzioni del dinamico trio Tremonti-Brunetta-Sacconi, socialisti ieri, oggi, domani e dopodomani che al solo sentir parlare di ridurre la spesa pubblica, tolgono la sicura al Kalashnkov.

Il peggio viene qualche linea più sotto. Dove finisce questo mare di denaro? Un terzo, secondo le (ottimistiche) previsioni del governo, se ne andrà in interessi sulla montagna di debito pubblico che ormai schianta il paese ma che fa banche, banchieri ed intermediari tanto contenti. A parte il fatto che 25 miliardi di euro serviranno solo per l’acconto, se le cose inizieranno davvero ad andare male, guardiamo che fine farà il resto dei soldi che, per chi se lo fosse dimenticato, vengono prelevati forzosamente, con tanto di pistole e distintivi, dalle vostre tasche. La parte del leone la fa la spesa in conto corrente, ovvero gli acquisti delle amministrazioni pubbliche, le pensioni ed i salari delle legioni di più o meno nullafacenti impiegati a vita dal pubblico. Sorpresa, sorpresa, l’aumento vero non arriva dagli stipendi. Nelle amministrazioni centrali il blocco delle spese e delle assunzioni sta funzionando, anche se questo, causa prepensionamenti, non fa altro che spostare le spese da un capitolo all’altro. La voragine si apre negli altri due capitoli, specialmente gli acquisti. Lo stato e le amministrazioni locali, as usual, quando acquistano hanno la saggezza e la capacità di un cerebroleso ubriaco in un mercato napoletano. Nella tabella non si vede, ma l’aumento esorbitante avviene in un solo capitolo di spesa, la sanità, ormai passata alla competenza delle regioni. Il disastro delle pensioni, poi, non fa che rendere ancora più fosco un quadro da tragedia greca.

Insomma, tutto fa a schifio, ma quali soluzioni ci sarebbero? Baldassarri, come Giannino e Martino, è chiarissimo. Tagli alla spesa. Per farli un metodo semplice semplice: come metro di paragone per gli acquisti fatti da una qualsiasi amministrazione pubblica, prendiamo la media delle amministrazioni migliori. Buono, ma non ancora sufficiente. Visto il dilagare delle consorterie, del malaffare e della compagneria destra come sinistra, bisogna andare oltre. L’ospedale X acquista una TAC? Ottimo, vediamo quanto costa nello stato europeo più virtuoso ed allochiamo quelle risorse. Neanche un centesimo di più. Voglio vedere come farebbero ad intascarsi i soldi in quel modo. E se gli aumenti superano l’inflazione reale, via l’indagine d’ufficio della Corte dei Conti. Semplice, no? Che ci vuole? L’asino casca proprio qui. Ci vuole la volontà politica di stroncare il malaffare. E quella, chiaramente, non esiste proprio.

Questa parte la sto scrivendo dall’antro itagliano dell’Apolide, dopo aver visto al TG i beoti in verde chiedere a gran voce la revisione del patto di stabilità degli enti locali. Già, perfetto. Visto che i comuni e le province non hanno potuto fare come le regioni, aumentando la spesa pubblica del cinquanta per cento in cinque anni, qual è la soluzione della Lega “Roma ladrona”? Togliere i vincoli ai comuni per farli spendere ancora di più. E giù applausi, schiamazzi, “secessione, secessione”. Vogliamo i ministeri al nord!! “Bravo, bravo”, “secessione secessione”. Di fronte a questo non sequitur di proporzioni astronomiche, ho spento la televisione, ripromettendomi di non guardare più neanche un secondo di “informazione” italiota. Insomma, la barca procede spedita verso la cascata e qualche idiota vorrebbe mettersi a remare più forte. Più spesa, più voti, più poltrone, più potere, più soldi per me. Chi se ne frega se poi riparte l’iperinflazione e spazza via i risparmi delle famiglie italiane? Tanto io i soldi li ho alle Cayman. E giù risate. Al sottoscritto questa manfrina non fa più nemmeno ridere. Ho solo una gran voglia di tornarmene a gambe levate in Gran Bretagna.