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Immagine trovata su politicalhumor.about.comFin dalle prime ore successive alla vittoria nelle mid-term, è iniziata la prevista e prevedibile faida tra l’ala movimentista e quella istituzionale all’interno del Partito Repubblicano. Tutti pensano di partire da posizioni di vantaggio, come al solito, ma solo uno avrà ragione. Voi su chi puntereste?

Tanto tuonò che piovve. Dopo averlo previsto da settimane, ecco che la faida tra le due grandi fazioni all’interno del GOP si sta per scatenare. Le dichiarazioni a caldo dopo i risultati non sono che il tiro preparatorio, servono per testare le bocche da fuoco e verificare l’effetto delle prime salve. Una volta tarati meglio i cannoni, il barrage inizierà sul serio. A giudicare dalla virulenza dei colpi d’avvertimento, si tratterà di un fuoco di sbarramento da fronte occidentale, bordate su bordate che continueranno per settimane senza soluzione di continuità. Chi sopravviverà al fuoco d’artiglieria sarà poi lanciato all’assalto come gli Arditi sul Carso. Oh, gioia, oh, meraviglia, un’altro scontro tra conservatori e moderati; come se le risse quotidiane in Italia non fossero abbastanza nauseabonde.

Il commento che James Taranto pubblica sul blog che tiene sul sito del “Wall Street Journal” è molto interessante, visto che fa notare alcuni fatti ignorati, come loro solito, dalle teste parlanti (a vanvera) che i media italiani foraggiano lautamente per chissà quale arcano motivo. I candidati “estremi” hanno perso, è vero, ma le hanno prese anche alcuni candidati che estremi non erano proprio per niente, come la pattuglia della West Coast (Fiorina, Rossi tra tutti) o lo stesso Raese, battuto dal “democratico col fucile” Jim Manchin in West Virginia. Quest’ultima gara potrebbe fornire lezioni significative, se solo ci si disturbasse ad osservarla sul serio. Manchin non solo era stato consigliato dalla potente National Rifle Association, ma anche molti Tea Parties locali lo preferivano allo scostante Raese, che invece era ben visto dall’establishment del partito. Nota per il futuro; i Tea Parties non fanno il tifo per questo o quel partito, vogliono gente seria che garantisca risultati, in America come in Italia. Ci siamo capiti, vero?

Personalmente, dopo lo sconforto delle prime ore, dovuto alla mia anima partygiana, non mi sono dispiaciuto più di tanto per le sconfitte della O’Donnell e della Angle (Ken Buck è stato un colpo basso; il Colorado sembrava davvero possibile). Entrambe erano candidate simpatiche, viscerali, ma oggettivamente inesperte e guidate ancora peggio dalla loro squadra, scelta con non molto acume politico. Vincere un’elezione, in America come in Italia, è molto più complicato di quanto sembri ed è una faccenda che premia, se non il merito, almeno l’esperienza. Gestire una macchina complicata e costosa come una campagna elettorale è molto più difficile di imbroccare uno slogan riuscito o fare bella figura davanti alle telecamere. L’entusiasmo, spesso, è cattivo consigliere e penso che questa lezione i cugini americani l’abbiano capita. La prossima volta saranno più attenti, preferendo alle facili gioie dell’intransigenza ideologica quelle più durature dei risultati ideologici (citazione da 200 punti apolidi, roba da veri intenditori!).

In ogni caso, lo scontro nel GOP non sarà una blitzkrieg alla Guderian, ma uno scontro di posizione, una guerra di attrizione alla Bloch (o alla Grant, se preferite). Inutile cercare lo schwerpunkt, non sarà una faccenda riconducibile a schemi clausewitziani, ma una partita a scacchi, dove a garantire la vittoria sarà non l’elan jominiano, ma l’efficienza della logistica e del fronte interno. Insomma, gente, per uscire dalla complicata metafora militar-strategica nella quale mi sono cacciato, chi riuscirà a mantenere lo spirito di corpo intatto e vendere abbastanza “Victory Bonds”, si prenderà il controllo del GOP. DeMint, Palin, FreedomWorks e Tea Party Patriots sono avvertiti. Il peggio deve ancora arrivare.

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L’Impero colpisce ancora
James Taranto
Originale (in inglese): The Wall Street Journal
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Il senatore uscente democratico Michael Bennet è stato dichiarato vincitore della gara in Colorado, il che porta i seggi guadagnati dai repubblicani a sei, sempre che la senatrice Patty Murray nello stato di Washington mantenga il suo vantaggio nei confronti del repubblicano Dino Rossi (la gara è stata in effetti assegnata alla Murray ndApo). Politico ci informa che le fazioni repubblicane al Senato stanno già discutendo su chi sia il colpevole di questo risultato.

Un blocco di importanti senatori e responsabili afferma che i “puristi” nel partito, come Sarah Palin ed il senatore Jim DeMint (Rep – South Carolina), hanno stupidamente spinto perché fossero scelti candidati troppo conservatori per vincere in stati dal risultato non certo — specificamente in Colorado, dove Bennet l’ha spuntata su Ken Buck; in Delaware, dove Chris Coons ha distrutto Christine O’Donnell e in Nevada dove il capogruppo della maggioranza al Senato Harry Reid ha battuto Sharron Angle di misura.

A capo di questo blocco ci sarebbe il collega di DeMint dal South Carolina, Lindsey Graham, il quale afferma: “se pensi che quello che è successo in Delaware sia ‘una vittoria’ per il Partito Repubblicano, allora non abbiamo una possibilità su mille di riprenderci la Casa Bianca. Se pensi che, invece, il Delaware sia una sveglia per i repubblicani, allora abbiamo una possibilità di continuare ad avere risultati positivi per molto tempo”.

Trent Lott, l’ex capogruppo della maggioranza al Senato, è d’accordo:

Se i repubblicani avessero scelto Castle nel Delaware ed i favoriti dall’establishment statale Sue Lowden in Nevada e Jane Norton in Colorado, martedì le cose sarebbero andate diversamente.

“Con questi tre candidati avremmo vinto di sicuro ed oggi saremmo a 50 (senatori)”.

A sostenere con ancora maggior fervore l’establishment del GOP è il commentatore David Frum, che, gongolando, afferma:

Tre seggi al Senato che erano assolutamente conquistabili sono stati buttati via dai radicali incompetenti del Tea Party … I radicali del Tea Party sono stati appoggiati da tutto il peso ed il rumore della talk radio e della Fox News. Inoltre, sono stati appoggiati da una struttura di potere alternativa all’interno del GOP: la forza nel fundraising del Senate Conservative Fund guidato dal Senatore del South Carolina Jim DeMint. La loro sconfitta fa sorgere domande importanti su tutto il progetto del Tea Party. Inoltre indebolisce questa struttura di potere alternativa nel GOP e rafforza il potere dei leader formali del partito rispetto a quelli informali. Queste sono tutte buone notizie. … A mai più rivederci, per fortuna.

Sembra difficile disputare che i repubblicani avrebbero avuto più possibilità di vincere al Senato in Colorado, Delaware e Nevada se i candidati scelti dall’establishment avessero vinto le primarie. Ma Graham, Lott e Frum esagerano nel pensare che queste sconfitte rivalutino automaticamente le posizioni tenute dall’establishment del partito.

Prima di tutto, se l’establishment l’avesse avuta vinta, il caucus repubblicano nel prossimo Senato avrebbe avuto gente come Arlen Specter e Charlie Crist – sempre che ce l’avessero fatta a battere i loro avversari democratici – invece di Pat Toomey e Marco Rubio.

Toomey e Rubio sono entrambi conservatori veri. Quello che li separa dalla Angle, da Buck e dalla O’Donnell non è l’ideologia ma l’esperienza: Toomey è stato alla Camera per sei anni, mentre Rubio è stato Presidente della Camera statale della Florida. Nessuno dei candidati favoriti dal Tea Party aveva mai avuto un incarico federale. La Angle era stata deputata nell’assemblea statele, mentre Buck era un procuratore distrettuale, una carica a livello di contea. La O’Donnell, invece, non aveva mai avuto un incarico pubblico.

I nuovi senatori repubblicani sono, in generale, una pattuglia di gente esperta: oltre a Rubio e Toomey, hanno gente come John Boozman dall’Arkansas (9 anni alla Camera), Mark Kirk dall’Illinois (10 anni), Jerry Moran dal Kansas (14 anni), Roy Blunt dal Missouri (14 anni, 6 dei quali come segretario del gruppo alla Camera), Kelly Ayotte dal New Hampshire (5 anni come procuratore generale, una nomina a livello statale), John Hoeven dal North Dakota (10 anni come governatore) e Rob Portman dall’Ohio (12 anni alla Camera, seguiti da periodi come rappresentante per il commercio estero e direttore dell’Office of Management and Budget).

La O’Donnell, comunque, non era l’unica nominata repubblicana al Senato a non aver mai ricoperto una carica pubblica. Ne contiamo almeno altri sei – tra i quali Frum ne ricorda solo uno. Sarebbe il senatore del Kentucky, “l’ultra radicale Rand Paul”, il quale “arriva in carica senza il resto degli altri (candidati) radicali del Tea Party”.

Evidentemente Frum non ha mai sentito parlare di Mike Lee, il candidato favorito dal Tea Party nello Utah che aveva sconfitto il senatore uscente Bob Bennett nelle primarie repubblicane ed è stato eletto con ampissimi margini questa settimana. Oppure Ron Johnson, l’uomo di affari che, senza nessuna esperienza o notorietà, ha sconfitto il senatore uscente, con tre mandati alle spalle, il democratico Russ Feingold. D’altro canto, Carly Fiorina in California, Linda McMahon in Connecticut e John Raese in West Virginia non erano candidati favoriti dal Tea Party ed hanno perso tutti e tre (anche Dino Rossi nello stato di Washington aveva fatto di tutto per distanziarsi dai Tea Parties locali ed ha perso di misura – non una grande mossa, Dino ndApo).

Sembra strano che l’establishment del GOP se la prenda con il Tea Party per il risultato delle elezioni al Senato di quest’anno. Il partito ha guadagnato sei seggi, la vittoria più pesante dal 1994. Nel 2006, invece, i repubblicani avevano perso sei seggi ed otto nel 2008, quando il Tea Party non esisteva nemmeno. Certo, ne avevano guadagnati quattro nel 2004, ma quest’anno sono riusciti a consolidare le vittorie di allora (il mandato al Senato dura sei anni ndT) e confermare ogni seggio che avevano sei anni fa.

Vero è che gli elettori nelle primarie avrebbero fatto meglio a scegliere candidati più eleggibili in Colorado, Delaware e Nevada. Nelle future elezioni, gli attivisti del Tea Party e gli elettori repubblicani farebbero meglio a pensare di più alle possibilità di vincere le elezioni generali. Un candidato di destra-destra, dal carattere forte, è forse più adatto a stati come il Kentucky che a stati centristi come il Colorado. Un repubblicano molto centrista come Mike Castle, probabilmente, è l’unico tipo di repubblicano che possa vincere in uno stato di sinistra come il Delaware – un fatto che i conservatori del Maine farebbero bene a considerare attentamente, visto che Olympia Snowe (senatrice prototipo del RINO e quindi invisa a conservatori e Tea Parties ndApo) si ripresenterà alle urne nel 2012.

D’altro canto, come dimostra il caso dello Utah, alcuni stati sono così conservatori che, quando il candidato più a destra sconfigge un senatore uscente nelle primarie repubblicani, il risultato nelle elezioni generali è comunque assicurato. Ed il mandato di Lindsey Graham scade nel 2014…

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