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Immagine trovata su failfun.comMala tempora currunt, colleghi giornalisti. Se in America un candidato apertamente snobba i media tradizionali, ritenuti irrilevanti per la vittoria, l’Eldorado italiano avrà vita quantomai breve. Nodi, pettine…

Accompagnato dalle sentite scuse dell’Apolide per l’interruzione momentanea del servizio dovuta all’accavallarsi di un paio di trasferte back-to-back, ecco che oggi torniamo ad occuparci di uno degli argomenti principe di questo blogghettino; il futuro dell’informazione. Il pezzo che traduco oggi è tratto dal “Daily Beast”, sito moderatamente sinistro che ospita anche quella simpatica compagnuccia di Meghan McCain, che non potrò mai attaccare per solidarietà tra persone più o meno piacevolmente rotonde (sì, lo so, basta un bel faccino per far scomparire la mia vis polemica, ma da un trentaqualcosenne single da almeno un paio di ere geologiche cosa vi aspettate?). Magari sarò di parte, ma a me è sembrata una campana a morto per l’informazione tradizionale.

Breve riepilogo della storia: Rick Perry, dal 2000 governatore del Texas, invece di farsi il giro delle redazioni per ottenere il prezioso “endorsement”, ha fatto capire che la cosa non lo interessava per niente. Meglio fregarsene ed incontrare più persone possibile, magari online, per ottimizzare ancora di più le operazioni. I direttori, ovviamente, si sono detti scandalizzati non per l’atto di “lesa maestà”, ma perché oltraggiati dalla mancanza di rispetto per i propri lettori (yeah, right). Perry ha fatto spallucce, inimicandosi anche la stampa nazionale ad un incontro a Dallas. I colleghi di oltreoceano hanno fatto fuoco e fiamme, schierandosi in blocco per l’avversario democratico (sai la novità). Risultato? Perry ha stracciato White, dandogli 13 punti di distacco. Incantesimo rotto, il potere della stampa e dei media tradizionali, almeno in America, è consegnato al portacenere della Storia. Sorry, guys, non vi si fila più nessuno.

Verrebbe voglia di fare qualche paragone con la situazione italiana, ma mi viene da piangere solo a pensarci. Da noi c’è ancora chi si accapiglia per sostituire questo o quel direttore, per accaparrarsi una o l’altra testata “storica”, come se prendere il controllo del “Corriere” o del “Sole 24 Ore” potesse garantire chissà quale fortuna elettorale o economica. Giornali su giornali che non farebbero soldi nemmeno con un terzo dei redattori sono foraggiati senza risparmio pur di mantenere un potere di deterrenza che, forse, poteva funzionare trenta o quarant’anni fa. Siamo sinceri almeno tra di noi, cari colleghi più fortunati. Solo a noi, a chi campa di prebende statali e qualche nostalgico frega qualcosa dell’ultimo editoriale di questa o quella firma. I vecchi stanno incollati all’ospizio televisivo altrimenti detto RaiUno, mentre chi ha meno di cinquant’anni ha davanti agli occhi tutto il giorno lo schermo di un computer collegato alla Rete. La stampa è finita da un pezzo e la televisione farà presto la stessa fine, quando le Internet TV prenderanno il posto dei terminali “stupidi” di oggi.

Tutta colpa della tecnologia? Mandiamo al macero i computers? No, giammai, altrimenti sai che fatica fare copia-incolla. Toccherebbe tornare a scriversi i propri pezzi, magari perdendo quel paio di ore a cercare di capire di che cavolo si sta parlando. A chi, come il sottoscritto, ha solo transitato nel mondo dorato dell’informazione tradizionale importa sinceramente poco del destino dei fogli coi quali, un tempo, si incartava il pesce (citazione facilissima, da 50 punti apolidi). Trovassi il modo di fare quello che faccio oggi o magari tornare a fare il giornalista “vero”, quello che cerca le notizie, si documenta e le presenta ai lettori, tramite la Rete senza dover sobbarcarsi uno o più lavoretti per sbarcare il lunario sarei l’uomo più felice del mondo.

Come me sono molti, moltissimi i colleghi che, cacciati a pedate dalla professione, hanno fatto di necessità virtù, iniziando a costruire un rapporto con i propri lettori che nessun giornale di carta potrà mai garantire. Alla fine quello che conta è la serietà, la professionalità e quella cosa ormai quasi sconosciuta che si definiva deontologia. Come veicoli il contenuto non conta niente: se fai un buon lavoro puoi anche trasmetterlo su tavolette d’argilla ed il lettore te ne sarà comunque grato. Forse sarebbe il caso di iniziare a farsi qualche domanda difficile, invece di pensare sempre a come accaparrarsi il week-end o come far fuori il collega che ti sta sullo stomaco. Anzi, stavolta mi tiro fuori. Io la coscienza l’ho a posto ed attendo il futuro con l’anima in pace. Chi tra voi può dire lo stesso, si rallegri perché troverà sicuramente posto anche nel Brave New World prossimo venturo. Gli altri? Beh, non sarebbe male se iniziassero a vergognarsi un poco e, visto che ci sono, aggiornassero il curriculum. Il futuro ha il brutto vizio di arrivare quando meno te l’aspetti…

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Al diavolo la stampa
Mark McKinnon
Originale (in inglese): Daily Beast
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Il governatore del Texas Rick Perry ha battuto lo sfidante democratico Bill White, ex sindaco di Houston, conquistando uno storico terzo mandato da quattro anni (la prima volta che succede in Texas ndApo) con ben 13 punti di margine, un distacco enorme che ha sorpreso anche il suo sondaggista di fiducia.

Ma quello che sorprende davvero è il modo in cui Perry ha vinto. Certo, ha fatto tutto quello che si fa di solito in maniera ottima. Ha raccolto un mucchio di soldi, ha cesellato un messaggio chiaro ed invitante, comunicandolo in maniera aggressiva e con ammirevole auto-disciplina. Inoltre ha galvanizzato la base repubblicana. Eppure ha fatto anche qualcosa di estremamente anti-convenzionale per un politico esperto: ha mandato a quel paese la stampa.

Perry non solo non ha ricevuto neanche un endorsement dai principali quotidiani del “Lone Star State” (il soprannome del Texas ndT) ma ha fatto di tutto per essere sicuro di non riceverne. Perry non ha partecipato neanche ad un solo incontro con i direttori per presentare le sue posizioni – sapendo che, facendo ciò, difficilmente avrebbe ricevuto un endorsement. Il che è successo, proprio come voleva.

Mike Baselice, il talenuoso sondaggista di Perry, ha ammesso mercoledì scorso, durante un incontro pubblico sponsorizzato dal quotidiano “Texas Tribune“, che la campagna elettorale aveva chiesto ai propri elettori alle primarie se un endorsement da parte di un quotidiano li avrebbe resi più o meno disposti a votare per Perry. Solo il 6 per cento ha affermato che un endorsement avrebbe migliorato l’opinione che avevano di Perry, mentre uno sbalorditivo 37 per cento ha detto che avrebbe diminuito le probabilità di votare per lui (il restante 56 per cento ha detto che non avrebbe fatto alcuna differenza).

Proprio un cambiamento di paradigma coi fiocchi. Questo è uno spostamento epocale nel modo di fare campagna elettorale. Buono per quei candidati a cui non era mai andato troppo a genio baciare la pantofola delle elites giornalisiche. Pessimo per giornali e media mainstream, che ormai sono sempre meno rilevanti anche in politica.

Il governatore, texano da cinque generazioni, non solo non cerca scuse ma ammette che sia stata una decisione conscia: in un’intervista all’Associated Press, ha dichiarato che “la risorsa più preziosa in una campagna elettorale è il tempo del candidato e lo scegliere quale sia il modo migliore di investirlo, massimizzando il ritorno. Sì, è stata una decisione calcolata, ma il mondo sta davvero cambiando, insomma, il modo in cui le persone si informano, di chi si fidano, eccetera. Metti tutto sul piatto della bilancia e questa non pende certo dalla parte dei direttori dei giornali”.

A questo punto non sorprende che i giornali dello stato si siano detti oltraggiati da questo comportamento. Un esempio, pubblicato in un editoriale in prima pagina del giornale conservatore “Tyler Telegraph”, uno dei preferiti di Perry: “la sua scelta di non incontrarsi con i comitati di redazione dei giornali texani potrà anche essere politicamente sensata, ma dimostra un disprezzo verso i lettori dei giornali ed il resto degli elettori, che meritano di sentire risposte di sostanza, piuttosto che il silenzio”.

Perry ha gettato altro sale sulla ferita quando, parlando a Dallas, di fronte alla National Conference of Editorial Writers, si è rifiutato di trattenersi per il tradizionale spazio riservato alle domande del pubblico.

Tom Waseleski, il presidente del gruppo, ha detto che “questo è un affronto ad ogni tipo di dibattito civile, proprio quello che, in altre occasioni, lei (Perry ndT) aveva richiesto pubblicamente. Crediamo che lei ed il suo staff abbiate fatto i furbi nel tracciare il programma giornaliero. Se pensavate di fare una buona impressione su questo gruppo di giornalisti proveniente da tutto il paese, devo comunicarvi che il tentativo è fallito miseramente”.

Eppure sembra che Perry stesse proprio cercando di fallire. Ross Ramsey, sul “Texas Tribune”, ha fatto notare che “questo travaso di bile è finito su tutti i media. Il signor Perry se n’è ovviamente avvantaggiato”.

I redattori, ovviamente, stanno meditando vendetta. Perry ha iniziato un tour per incontrare i media nazionali per promuovere il suo libro “Fed up: Our Fight to Save America From Washington”, di prossima pubblicazione. Il suo pubblicista ha scritto una lettera ad un redattore che era presente all’incontro di Dallas, chiedendo se fosse interessato ad un’intervista. La sua risposta? “Già visto, non se ne parla nemmeno”.

Perry divenne governatore del Texas nel dicembre 2000, quando George W. Bush rassegnò le dimissioni per accettare la presidenza degli Stati Uniti. Rieletto nel 2002 e nel 2006, Perry ha dovuto affrontare un avversario ostico alle primarie, la senatrice Kay Bailey Hutchinson. prima di scontrarsi con Bill White. La Hutchinson aveva in tasca gli endorsement di tutti i giornali, ma prese solo il 30 per cento dei voti. White ebbe quasi tutti gli endorsements (mancavano solo 2 giornali) e si è fermato al 42 per cento.

La squadra di Perry non si è preoccupata di assicurarsi gli endorsements, dei dibattiti pubblici, dei mailing, dei cartelli da mettere nel giardino (una tradizione americana che ho sempre invidiato molto ndApo), investendo invece nei gruppi locali, nei social media e negli spot televisivi. Il governatore si è schierato fin da subito con il movimento dei Tea Parties, battendosi contro la politica di Washington, fino a suggerire che, se le cose non fossero cambiate, il Texas avrebbe potuto separarsi dall’Unione.

Fu Ronald Reagan a coniare l’idea di scavalcare la stampa. Sarah Palin sta invece raggiungendo il pubblico con Twitter. Ed ora Rick Perry ha provato una volta per tutte che gli endorsements della stampa non servono a niente, visto che se n’è fregato e che proprio questa scelta lo ha aiutato a vincere altri quattro anni come governatore. Sempre che, beninteso, non traslochi in un ufficio più importante. Non vi sorprendete se questo momento dovesse arrivare prima di quando immaginiate.

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