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Immagine trovata su zazzle.comDoveva “unire il paese”, “porre fine alle faide tra i partiti”, “inaugurare una nuova era all’insegna della pace sociale” e tante altre favolette. Invece The One sta spaccando sempre di più una nazione nella quale una parte non fa che guardare in cagnesco l’altra. How’s that hope and change working for y’all?

In clamoroso ritardo sulla tabella di marcia usuale, ecco l’articolo del giorno tradotto per gli affezionati frequentatori dell’antro dal vostro incasinatissimo Apolide. Sperando che il mondo “reale” collabori nel rispettare i miei ritmi sballati o che mi decida ad usare le mie eccellenti doti di gestione del tempo (bum!) anche nella vita normale, mi auguro che questo non sia che un evento sporadico, che avviene “once in a Sheffield flood”, come dicono gli inglesi.

Il pezzo che trovate qui sotto è una delle accurate ed acute analisi che Michael Barone, senior political editor del “Washington Examiner” offre di tanto in tanto ai lettori del sempre pugnace quotidiano della capitale. L’argomento, in questo caso, è la geografia del voto di novembre, o almeno quella che disegnano fino ad oggi i sondaggi elettorali.

La parola che viene subito in mente è “terremoto”, ma anche “tsunami” o “tornado” vanno altrettanto bene. Non solo tutti i guadagni che i democratici avevano incassato grazie alla “tempesta perfetta” del 2008 sono evaporati una volta esposti al crudele sole della realtà, ma quell’era di dominio democratico pronosticata dagli interessati propag… analisti sinistri si è rivelata ben più breve di quanto pensassero. Quaranta mesi invece di quarant’anni. Il pensiero corre all’impero millenario di zio Adolf, ma forse a parlare è, come al solito, l’anima nera (e partigiana) dell’Apolide.

Una cosa è certa: le fanfaronate sparse ad ampie mani dai media sinistri da entrambi i lati dell’Atlantico sulla “fine della partigianeria”, sulla “nuova era obamiana”, sulla “riconciliazione nazionale” si sono rivelate essere nient’altro che parte della più grande truffa commessa dalla classe giornalistica a memoria d’uomo, forse avvicinata solo dalle crudeli menzogne scritte da quel bel tomo di Walter Duranty sull’Unione Sovietica di Stalin, che gli valsero il premio più scandaloso della storia, quel Pulitzer grondante sangue innocente che ancora oggi grida vendetta.

Questa “regionalizzazione” del voto non è un fenomeno né nuovo né strano: in Italia lo conosciamo benissimo da decenni. Un tempo la Democrazia Cristiana dominava il Nord-Est, il Centro-Sud e le isole, mentre il Partito Comunista era prevalente nel Triangolo Industriale e sulla dorsale appenninica. Oggi il panorama non è molto diverso: sulla scena esistono almeno due partiti strettamente territoriali che, al di fuori dei propri feudi sono condannati ad una perenne condizione di minorità ed esclusi a forza dalle stanze del potere.

Le conseguenze di questo fenomeno sono ben note: suddetti partiti (la Lega Nord ed il Partito Democratico), visto che altrove non raccolgono che le briciole, diventano ossessivamente interessati al controllo di ogni aspetto della vita economica dei propri territori, che col tempo finiscono per considerare letteralmente “proprietà” di questa o quella corrente. Tale controllo viene necessariamente convertito non solo in consenso ma soprattutto in distorsioni del mercato atte a generare quei fondi neri necessari per fronteggiare il “nemico”, accrescere il proprio potere e sostenere la sempre più pesante rete di clientele senza la quale tali forze non sarebbero che semplici bande di malfattori.

Dovremo quindi aspettarci sviluppi simili anche negli Stati Uniti? Sì e no. I democratici già da decenni dominano alcune realtà urbane (da Detroit a Philadelphia, da Chicago a Washington) e le sfruttano cinicamente per trarne non solo voti ma finanziamenti, leciti ed illeciti, nonché appalti succosi da girare agli amici degli amici. Non per niente queste realtà urbane finiscono inesorabilmente col decadere progressivamente nel caos, nella corruzione e, infine, nella miseria più abietta. Fate un giro a Detroit, se non mi credete. I repubblicani fanno lo stesso, sebbene in maniera meno sistematica e sfacciata, nei territori da loro controllati stabilmente (il Texas, gli stati del nord, alcuni stati del Midwest) ma questo controllo non è monolitico e totalizzante come quello del PCI-PDS-DS-PD in Toscana o Emilia-Romagna.

Qual è l’elemento preoccupante nella realtà americana? Cosa rende questa territorializzazione più pericolosa di quella avvenuta in Italia? L’odio quasi etnico che sembra contrapporre gli abitanti delle due Americhe, che col passare del tempo cresce inesorabilmente, fino a far ventilare a qualcuno una prospettiva che fino a pochi decenni fa sembrava impensabile: una seconda guerra civile. Pochi mesi fa, il governatore del Texas Rick Perry dichiarò pubblicamente, non si sa bene quanto seriamente, che se il governo federale si fosse azzardato ad imporre l’applicazione della riforma sanitaria nel suo stato, il “Lone Star State” non avrebbe avuto altra scelta che abbandonare (per la seconda volta) l’Unione. Molti hanno sorriso, ma la possibilità non è remotissima. Al contrario del (criminale) trattato dell’Unione Europea, ogni Stato dell’Unione può dichiarare in ogni momento la secessione dagli Stati Uniti d’America. Il fatto che, nonostante una sanguinosissima guerra, il governo federale non abbia potuto o voluto cancellare questo diritto, mostra quanto il cosiddetto “American exceptionalism” non sia affatto un mito.

Il discorso ci porterebbe troppo lontano e quindi lo finisco qui, in maniera poco cerimoniosa. Una sola aggiunta per chiudere questo chilometrico commento con un minimo di stile. Più alta la retorica, più grande la fregatura. Ricordatevene la prossima volta che leggete un articolo grondante miele che glorifica spassionatamente un qualche politico. Mano sul portafoglio e preparatevi al peggio. Se poi il personaggio in questione si riempie la bocca di dichiarazioni altisonanti su pace perpetua, amore universale, giustizia per tutti e baggianate simili, scappate a gambe levate, prima che sia troppo tardi.

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I democratici confinati sulle coste, il GOP domina l’interno
Michael Barone
Originale (in inglese): Washington Examiner
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Eccovi un esercizio per quelle serate nelle quali siete curiosi di scoprire le grandi tendenze nazionali nelle elezioni di quest’anno.

Cercate una mappa che mostri i confini dei 50 stati e date un’occhiata alle medie più aggiornate su pollster.com per ogni gara per senatori e governatori. Colorate la percentuale (arrotondata all’unità; i decimali non servono) di vantaggio che hanno i candidati democratici o repubblicani (io uso il blu per i repubblicani, il rosso per i democratici) per ogni stato.

I risultati sono rivelatori, quasi stupefacenti.

La mappa per le gare per il Senato mostra che i repubblicani sono avanti in quasi tutta la massa continentale dell’America. I democratici sono avanti nei tre stati della Costa Ovest e alle Hawaii (anche se non di molto in California e Washington) e di un solo punto in Nevada. Sono anche avanti in quattro stati sulla costa atlantica – Maryland, Delaware, New York, Connecticut – con l’aggiunta del Vermont.

I repubblicani sono avanti in tutte le altre gare per il Senato, da Philadelphia a Phoenix, da Boca Raton a Boise. Vero è che il loro candidato è avanti in un solo punto nello stato di Obama, l’Illinois, e che non sono molto avanti in alcuni stati montagnosi (West Virginia, Colorado, Kentucky).

La mappa relativa alle gare dei governatori non è molto diversa. I democratici sono avanti a New York, in tutti gli stati del New England (a parte il Maine) più il Maryland. Sono avanti in Arkansas, dove hanno un governatore in carica popolare con un solo mandato alle spalle ed in Colorado, dove il nominato dal partito (repubblicano) ha gravi lacune nel curriculum e l’ex deputato repubblicano Tom Tancredo corre da indipendente. I democratici sono avanti alle Hawaii ed in Minnesota, stati che normalmente votano democratici dove i repubblicani hanno conquistato la poltrona del governatore negli ultimi due anni.

Due altri stati importanti hanno delle competizioni ravvicinate: in California la candidata repubblicana Meg Whitman è avanti di un’incollatura all’ultra settantenne democratico Jerry Brown; in Florida la gara è alla pari.

Ma considerato il quadro d’assieme, i repubblicani stanno andando davvero bene, con vantaggi statisticamente significativi in ogni altro stato dove si tengano le elezioni per il governatore.

Tracciare una mappa che mostri i margini dei partiti nei 435 distretti della Camera sarebbe più difficile. Prima di tutto perché non ci sono sondaggi pubblici in molti distretti. Ma se potessi disegnare una mappa del genere, penso che vedreste i democratici tenere a quei distretti dominati dalle categorie che gli forniscono il grosso dei voti (neri, ispanici e quegli elettori ricchi che Joel Kotkin chiama “la piccola nobiltà sinistra”) e sono indietro più o meno in tutti gli altri distretti, dalle città industriali ai sobborghi ricchi.

Osservate insieme, tutte queste mappe mostrano come il Partito Democratico si stia afflosciando, diventando un partito regionale importante solo sulle coste, mentre il Partito Repubblicano è in forte espansione, allargandosi fino ad occupare gran parte dell’interno del continente.

Ora, la geografia in questo caso può trarre in inganno. Il Nord-Est e la Costa Pacifica democratiche sono aree molto popolose e gli stati dove sono in vantaggio nelle gare per il Senato, nel 2008 hanno espresso 136 grandi elettori per le presidenziali. Ma gli stati dove i repubblicani sono avanti ne hanno espressi ben 274.

Queste mappe del 2010 sono molto diverse da quelle che avreste potuto disegnare subito dopo le elezioni del 2008.

I commentatori liberali, ma anche qualche analista più neutrale, dicevano che il Partito Repubblicano si era ristretto nelle sue roccaforti – gran parte del Sud, le Grandi Pianure e parte delle Montagne Rocciose. I democratici, invece si stavano espandendo nel Nuovo Sud (Virginia e North Carolina), il vecchio Midwest (Indiana) e le Montagne Rocciose (Colorado, New Mexico, Nevada).

Estrapolando i risultati delle elezioni del 2008, alcuni analisti democratici giunsero a pronosticare un quarantennio di dominio democratico del Congresso. Beh, è durato più o meno 40 settimane, visto che i repubblicani hanno sorpassato i democratici nei sondaggi che misurano il voto popolare già dall’agosto del 2009.

Ora vediamo Barack Obama che fa un comizio elettorale alla University of Wisconsin a Madison, in quella contea di Dane dove aveva raccolto il 73 per cento dei consensi nel 2008, che se la prende con gli studenti per la loro apparente apatia. Dopo che aveva pensato di non partecipare al comizio, come aveva fatto per il Labor Day, quando Obama si era fermato nel Wisconsin, il senatore Russ Feingold ha fatto un’apparizione all’ultimo minuto, dopo averlo annunciato sul suo account di Twitter.

I repubblicani non dovrebbero farsi prendere dall’entusiasmo. Le elezioni non si sono ancora tenute (anche se, in alcuni stati, si può già votare in anticipo) ed Obama potrebbe essere in grado di suscitare un qualche entusiasmo nella base democratica. In alcuni stati e distretti, i difetti dei candidati repubblicani potrebbero rivelarsi fatali.

Inoltre, come il voltafaccia politico degli ultimi 22 mesi ha chiaramente dimostrato, gli elettori sono prontissimi a punire un partito che faccia approvare progetti di legge che detestano o non riesca a rimanere fedele agli ideali e alle tematiche che amano.

Ma, almeno per il momento, i grandi spazi dell’America sono molto ospitali verso i repubblicani, mentre i democratici riescono ad essere apprezzati solo nelle loro roccaforti costiere e nei campus universitari.

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