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Foto trovata su votingfemale.wordpress.comSondaggio pubblicato dal sito Hot Air: il 71% dei repubblicani si dice “sostenitore convinto” dei Tea Parties. Gioco, set, partita? Magari. Purtroppo la guerra civile del GOP non finirà il 2 novembre. Le cricche di potere sono dure a morire a qualsiasi latitudine. It ain’t over ‘til it’s over.

Da quando Dick Armey e Matt Kibbe, nel loro fondamentale libro “Give us liberty“, hanno dichiarato che lo scopo del Tea Party era quello di fare un “takeover ostile” del GOP, molti a Washington hanno iniziato a guardarsi in giro preoccupati. Fino a quando si trattava dei “backbenchers” scatenati come Armey e Gingrich nel 1994, l’establishment sapeva benissimo come evitare il pericolo e continuare a banchettare allegramente. Un posto in commissione qui, un viaggetto lì, qualche consulenza, un bel contributo al PAC per la rielezione ed il rivoluzionario veniva co-optato, cosa successa purtroppo a molti esponenti della “conservative wave” del 1994, Newt in testa. Ma come si fa a corromp… convincere gente che alle spalle ha un movimento composto da milioni di persone organizzate in migliaia di piccoli gruppi radicati profondamente nel territorio? Il rischio del pensionamento anticipato, sventolato spesso e volentieri nei Tea Parties, diventa reale.

Il sondaggio pubblicato ieri dal “Wall Street Journal” e ripreso nel post del sempre acuto Allahpundit, sul sito di Michelle Malkin Hot Air, avrà fatto rabbrividire parecchi RINOs. Quasi tre quarti degli elettori che si dicono repubblicani appoggia o appoggerebbe il movimento dei Tea Parties. Settantuno per cento. Altro che “frangia radicale”, “gruppo di estremisti”, qui si parla di più di un terzo dell’elettorato americano! Verrebbe la tentazione di farlo notare ai ciarlatani che imbrattano pagine di giornali con la loro schifosa propaganda, ma mi risparmio il fiato, visto che a loro importa solo di farsi belli coi loro padroni e riempirsi le tasche. Il disprezzo di un giornalista online non gli fa né caldo né freddo.

Allora la guerra civile all’interno del GOP è già finita? Hanno davvero vinto i patrioti costituzionalisti del Tea Party? Temo proprio di no. L’establishment ha ancora parecchie carte da giocare, prima tra tutte l’arma definitiva della politica: il controllo dei cordoni della borsa. Magari farà storcere il naso ad idealisti e benpensanti, ma in politica le idee contano fino ad un certo punto. Anzi, precisiamo meglio; le idee contano eccome quando si tratta di incidere sulla realtà del paese ed assolvere al compito principe di ogni politico degno di questo nome, ovvero gestire la cosa pubblica e curare al meglio gli interessi dei suoi elettori. Purtroppo per far questo bisogna arrivare in Parlamento e per raggiungere questo scopo, in Italia come in America, servono parecchi soldi.

Non prendiamoci in giro da soli: anche con le liste bloccate, ai candidati nei posti “buoni” tocca aprire il portafoglio e pagare fior di quattrini per non uscire cardinali dopo essere entrati Papa. Questi soldi o li metti di tuo o te li fai “prestare” da amici e conoscenti, ai quali dovrai garantire un sostanzioso ROI. La corruzione in politica nasce qui, per non parlare delle spinte continue per la crescita della spesa pubblica. I patrioti del Tea Party hanno cercato di rompere questo circolo vizioso impegnandosi in prima persona e fornendo aiuti sostanziosi a quei candidati che garantissero di attivarsi per ridurre l’invadenza dello stato in economia e, conseguentemente, le tasse.

In Italia, anche se a molti fa orrore parlare di queste cose, influenzati come siamo dai pregiudizi cattolici sul denaro “sterco del Demonio” e dalla visione elitaria ed utopistica della politica come “circolo sociale” di persone intellettualmente superiori inevitabilmente fornite di risorse economiche tali da rendere l’attività politica un costoso hobby, dovremo fare lo stesso. Non si scappa. Se nelle liste troveranno posto solo politici che, per pagare la tassa d’ingresso, chiedono soldi in prestito ad industriali o professionisti amici, questi politici faranno di tutto per aumentare ancora la spesa pubblica e restituire con gli interessi (pagati dal contribuente) l’investimento di tali amici, girandogli appalti gonfiati, posti in consigli di amministrazione o consulenze farlocche.

Se vogliamo che i nostri rappresentanti lavorino non per alcuni potenti amici ma per il bene della collettività dovremo essere certi che possano farlo sicuri che, se si comporteranno bene, la prossima volta non dovranno cercare altri finanziatori o rassegnarsi all’espulsione dal circolo della politica. Per far questo, anche se molti fanno finta di non sentire, non servono le conferenze con gli ospiti di grido. Non serve nemmeno l’esposizione mediatica. Serve struttura. Servono gruppi locali organizzati ed autosufficienti. Serve gente che non si vergogni di chiedere agli amici di comprare un libro o una maglietta per poi usare quei fondi per far eleggere una persona degna. Serve tornare a fare politica sul serio, invece di baloccarci con i sogni di gloria e scimmiottare i politici dei salotti mediatici.

In America ci stanno riuscendo. Noi dobbiamo ancora iniziare. Allora, ci decidiamo a muoverci o continueremo ad aspettare il demiurgo che ci tolga finalmente le castagne dal fuoco, trasportandoci magicamente nel paradiso liberale che tutti noi sogniamo? Se cinquant’anni di promesse non mantenute e continua erosione della libertà personale vi sembrano pochi, continuate a raccontarvi favolette. Se siete pronti a fare sul serio, fatevi vivi. Un’altra politica è possibile. Basta volerlo.

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Conquistati: 71% dei repubblicani supportano il Tea Party
Allahpundit
Originale (in inglese): Hot Air
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

L’altro 29 per cento è invitato al mio prossimo cocktail party riservato ai professionisti della politica che vivono nella Beltway. Stavo scherzando, stavo solo scherzando.

Nel sondaggio, il 71% dei repubblicani intervistati si è descritto come un sostenitore dei tea parties, dicendo che avevano un’immagine favorevole del movimento o speravano che i candidati da esso appoggiati andassero bene nelle elezioni di medio termine del 2 novembre…

Il sondaggio ha rivelato che i sostenitori dei tea parties costituiranno un terzo degli elettori che sicuramente voteranno alle mid-term di novembre. Secondo il signor Hart, questo dimostra che il movimento “non è un piccolo segmento della popolazione, ma una parte enorme delle forze che decideranno l’esito di queste elezioni”.

I tea parties sono un maggior fattore di quello che è stato definito il “gap dell’entusiasmo”, visto che tre quarti di chi sostiene il movimento afferma di essere intensamente interessato all’esito delle elezioni di medio termine…

Il signor McInturff dice che il movimento dei tea parties non hanno necessariamente attirato nuove persone nel GOP. Piuttosto, secondo lui, “una parte significativa del Partito Repubblicano ha deciso di cambiare brand”.

Sì, McInturff potrebbe aver ragione sull’ultimo punto. Controllate le tabelle incrociate e vi renderete conto che il consenso nei sondaggi dei tea parties è solo marginalmente migliore di quello del GOP – 30 a 36, più o meno dov’è stato negli ultimi sei mesi, paragonato al 31 a 43 per il Partito Repubblicano. Altrove nel sondaggio, però, si legge come il 42 per cento degli intervistati dica che il Tea Party sia stato positivo per la politica americana, contro un 18 per cento che dice che è stato invece negativo. Non so bene come correlare questo dato con i numeri a favore, a meno che anche qualche detrattore dei TP pensi che i movimenti grassroots siano positivi in sé, anche se non è d’accordo con i dettagli dell’agenda di un movimento in particolare.

Altri dettagli? Anche se il vantaggio del GOP nel sondaggio tra candidati generici si è ridotto da nove a tre punti, visto che un maggior numero di democratici si sta interessando alla campagna, il vantaggio tra quelli che si dichiarano “intensamente interessati” alle elezioni è ancora in doppia cifra. Il merito va in gran parte ai tea partiers. Bill Clinton è ora/ancora il politico più popolare in America, godendo uno split tra favorevoli e contrari di 55 a 23, mentre Obama ha un 47 contro 41 (il nome di Hillary non è stato inserito nel questionario). Billy Jeff (Clinton ndT) avrà l’agenda piena da qui fino al 2 novembre. In ultima analisi, il sondaggio è pessimo per la Palin, il cui punteggio tra favorevoli e contrari è inchiodato sul 30 a 48. Quel -18 è dieci punti meglio di quanto abbia fatto Nancy Pelosi ma un punto peggio di quanto abbia fatto registrare … Harry Reid. La Palin non esce bene nemmeno da un’altra domanda posta dal “Journal” su qualche conseguenza del voto di novembre che gli elettori trovassero più o meno accettabile. Quella vista con maggior favore è la riduzione dell’influenza dei gruppi di potere: 70 a favore e 14 contrari. La conseguenza più indesiderata tra quelle presentate agli elettori è stata quella di vedere la Palin diventare il principale portavoce del GOP. Lo split è nettissimo: 30 a favore, 55 contrari, nonostante il fatto che sia vista favorevolmente da due terzi dei tea partiers. Se vi stavate domandando perché, tutto d’un tratto, David Plouffe se la stia prendendo con “l’ala Beck-Palin-Limbaugh” del GOP ogni cinque minuti, ecco il perché.

Aggiornamento: Jack Cafferty getta il guanto di sfida.

Aggiornamento: Mi ero dimenticato di menzionare un dato intrigante emerso dalle tabelle incrociate: il numero di persone che dice che Obama è il principale responsabile per la crisi economica, rispetto a chi afferma che l’abbia ereditata da Bush è ai massimi storici – ma è ancora al 32%. Un buon 56 per cento rimane convinto che la crisi sia stata “ereditata”, eppure i democratici saranno colpiti da uno tsunami repubblicano lo stesso. Ricordatevene quando qualcuno vi dirà che queste elezioni riguardano nient’altro che la disoccupazione o la crisi economica.

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