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Foto trovata su tunnelwall.blogspot.comIl “nuovo leader della sinistra mondiale” è in crisi nera: il suo governo perde pezzi ogni cinque minuti, non riesce a riempire una sala nemmeno facendo lo sconto ed i candidati gli dicono “grazie, ma no, grazie” quando vorrebbe aiutarli. Ma che questa “sinistra mondiale” porti davvero sfiga?

Visto che l’articolo di Victor Davis Hanson che trovate tradotto qui sotto, oltre ad essere molto interessante e pieno di spunti di discussione acuti, è anche parecchio lungo, mi asterrò ancora dal tediarvi con la mia incontinenza dialettica. Non posso però trattenermi dal fare qualche considerazione.

Prima di tutto, una nota sull’impermanenza dei miti prefabbricati che la sinistra mondiale prova regolarmente ad imporre all’attenzione del pubblico, spacciandoli ogni volta come “nuovi messia” ed alfieri del progressismo mondiale. Consiglio spassionato: piantatela. Porta una sfiga clamorosa. Primo tra tutti, Slick Bill Clinton, dipinto come il “nuovo Kennedy”, il primo presidente nero e via sproloquiando. Non molto tempo dopo spuntò il pasticciaccio brutto Whitewater, un paio di suicidi molto sospetti, almeno due accuse credibili di stupro e, infine, il circo Lewinski. Fuori uno.

Poi toccò al giovane e tanto promettente Tony Blair, portabandiera della “nuova sinistra”, colui che era stato in grado di “svegliare” il Regno Unito dall’infatuazione thatcheriana e riportare in auge il socialismo, anche se sotto le mentite spoglie del “New Labour”. Via con le giaculatorie, gli alti peana, le glorificazioni dell’infinita saggezza del grande leader, le profezie sul successo ineluttabile della “Terza Via”. Di lì a poco arrivò il pasticcio Iraq, la rovina dei conti pubblici, la moltiplicazione dei quangos ed i rapporti sempre più preoccupanti sul crollo delle strutture fondanti della società inglese, dal sacro NHS fino alla scuola pubblica. Aggiungi qualche scandaletto assortito, due tangenti qui, una lite di partito lì ed il gioco è fatto. Fuori due.

Sul proscenio venne quindi chiamato José Luis Rodriguez Zapatero, l’eroe, il miracolato da Al-Qaeda, colui capace di sconfiggere il delfino del mostro sacro Aznar, colui che, praticamente da solo, aveva trasformato la Spagna da barzelletta d’Europa nell’ultimo miracolo economico mancante all’elenco. E via con la solita tiritera, con le analisi piene di complimenti, con le solite profezie sullo “zapaterismo mondiale”. Poi? Beh, poi succede che tutta la retorica del mondo non può nascondere che l’economia spagnola si fondava solo sui contributi europei per le infrastrutture e sulla gigantesca bolla immobiliare. Finiti i primi e scoppiata fragorosamente la seconda, addio alla “movida”, addio al sorpasso su Italia e Francia, addio alle spacconate dei sinistri europei. La Spagna, piombata in una depressione profondissima, rientra nel tunnel oscuro dal quale solo pochi anni fa era uscita e ricomincia a litigare su morale, religione e ruolo dello stato. Nessuno parla più della Spagna, che sembra ripiombata nei caotici anni che precedettero il disastro del 1937. Zapatero diventa un paria. Fuori tre.

Ora tocca a The One ed il crollo sarà veramente spettacolare, visto l’enorme impegno profuso da pennivendoli e propagandisti per gonfiare all’inverosimile un personaggio al limite della schizofrenia e totalmente privo di valori che non siano il mortifero socialismo stalinista. L’Apolide, manco a dirlo, quando pensa a tale evento non può trattenersi dal gongolare, visto che fin dal primo discorso ha sempre considerato Barry Soetoro niente più che un pericoloso estremista, che ha speculato ad nauseam sul colore della sua pelle pur di imporre a tutti il silenzio e l’adorazione della sua vacua e tracotante persona. Il sinistro al cubo, come ebbi a definirlo anni fa. Anche se la figura delle tricoteuses mi ha sempre fatto ribrezzo, stavolta sarò ben lieto di stare in prima fila, con il mio bel pacco di patatine, a godermi l0 spettacolo di un infame sinistro incenerito dalla sua stessa vanagloria.

Preferirei, visto che ci siamo, che sulla sua pira funeraria si immolassero tutti i lemmings, gli sciamannati produttori di verbosi laudemus all’indirizzo del nulla personificato, dell’incarnazione del peggio del peggio che la sinistra mondiale abbia mai prodotto, ma temo che non succederà mai. Tali infami personaggi resteranno lì, abbarbicati alle proprie cadreghe redazionali, a cercare disperatamente il nuovo figlio di una buona donna da innalzare agli altari della cronaca e sul quale proiettare i propri malati sogni di gloria. Si può solo sperare che la grande rivoluzione del mondo dell’informazione li privi di quel megafono mediatico che hanno abusato fin troppo, ma non voglio farmi troppe illusioni. A questo mondo c’è sempre bisogno di due cose: assassini e puttane. Gente del genere, appartenendo ad entrambe le categorie, ha il posto assicurato. Purtroppo.

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Il Presidente da 40/60
Victor Davis Hanson
Originale (in inglese): Pajamas Media
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Penso che il tasso di approvazione di Barack Obama presto scenderà sotto il 40%, visto che ora sta oscillando attorno a quella soglia.

Perché mai? Una combinazione di ragioni politiche e personali. Eccone cinque:

1) Una agenda pessima. Quasi tutti i temi che il presidente tocca lo danneggiano nei sondaggi, spesso ad un margine di 3 ad 1. Il “cap and trade”, l’amnistia per gli immigrati clandestini, la sanità pubblica, ancora più bailouts, le nazionalizzazioni, il deficit, le tasse ed il debito nazionale. La visione del mondo che abbraccia è quella dell’Unione Europea all’inizio degli anni ’90 – una visione che oggi anche l’Europa rifiuta perché si è rivelata fallimentare.

La risposta ad ogni sfida è sempre la stessa: creare un nuovo programma, prendere a prestito miliardi di dollari per finanziarlo, assumere milioni di persone fedeli al vangelo progressista del posto pubblico e dare del demagogo a chiunque si opponga a tali scelte. Il pubblico sta iniziando a rendersi conto che l’ideologia del presidente è un miscuglio di quelle posizioni tenute dalla sinistra radicale del Partito Democratico, popolare nelle università della Ivy League, le stanche menzogne del “black caucus” (il gruppo parlamentare di eletti neri che cerca sempre nuovi modi per accaparrarsi potere e fondi pubblici da dare agli amici citando temi come le “riparazioni per la schiavitù” o altre tematiche piagnone ormai consunte ndApo), la retorica estremista di relitti del passato come il Reverendo Wright e Bill Ayers, oltre a vent’anni di indottrinamento universitario al multiculturalismo, al pacifismo utopista e all’equivalenza morale. Il suo Partito Democratico non va d’accordo con almeno la metà dei deputati democratici e non va a genio agli indipendenti di sinistra. Assomiglia sempre più al professore progressista che il proverbiale neo-iscritto all’università cita ai genitori, scioccandoli, quando torna a casa per il Ringraziamento.

Obama non può più reinventarsi come centrista, non più di quanto un Reverendo Wright non possa diventare un Billy Graham o Jimmy Carter non avrebbe mai potuto fare una “svolta al centro” come Bill Clinton. Gran parte dei deputati democratici si sono resi conto di questa scomoda realtà e quindi temono come la peste la sua presenza nei rispettivi distretti elettorali.

2) Qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Il presidente non si comporta in maniera sobria e giudiziosa e non lo fanno nemmeno quelli che lo circondano. Ogni giorno può offendere i cittadini dell’Arizona come se volessero incarcerare degli innocenti mentre stanno andando a prendere il gelato (invece di chiedere semplicemente alla polizia di controllare se le persone che circolano per strada hanno o no il permesso di soggiorno ndApo). Può diffamare agenti di polizia descrivendoli come stupidi che agiscono come lo stereotipo del poliziotto cattivo. Il procuratore generale può definirci vigliacchi e giurare, senza aver nemmeno letto un progetto di legge, che sicuramente schederà una serie di persone innocenti. Le preoccupazioni più che giustificate sulla costruzione di una moschea a Ground Zero vengono trasformate in sforzi anti-costituzionali per restringere la libertà di culto. Quelli coi soldi – definiti arbitrariamente, fissando il limite a 250.000 dollari all’anno – dovrebbero consegnarci subito il frutto dei loro profitti illeciti. I chirurghi vengono trasformati in taglia-tonsille, gli assicuratori sono avidi, gli investitori sono messi in fondo alla fila dei creditori; tutti si meritano uno stivale piantato sul collo e un calcio nel culo.

La first lady, allo stesso modo, può dire qualsiasi cosa in qualsiasi momento, roba che forse sarebbe condivisa da un 10% della popolazione. “Degnarsi di candidarsi”, “alzare il livello intellettuale del paese”, “mai stata fiera del paese fino ad ora”, “una nazione veramente perfida” e tante altre dichiarazioni del genere sono state ignorate dai media solo grazie ad un tasso di approvazione del 70% raggiunto casualmente nel gennaio 2009. Quando i sondaggi toccheranno il 40%, aspettatevi che i giochi di parole del 2008 ritornino di moda. Il risultato non sarà piacevole a vedersi. Quando, dopo sei anni alla Casa Bianca, Bush toccò il 38% nei sondaggi fu stoico e la prese con filosofia: i vendicativi Obama, dopo neanche due anni, non la prenderanno altrettanto bene.

3) Dov’è finita la grande eloquenza? Parte di tutto questo è colpa del peggior team di scrittori di discorsi nella storia moderna della presidenza degli Stati Uniti. Fanno errori veramente marchiani, come quando spacciarono Cordoba come un faro della tolleranza islamica, mentre in realtà infuriava l’Inquisizione, o quando hanno detto che i “Messicani” erano arrivati in Nord America prima degli americani, cosa abbastanza ridicola, visto che i popoli pre-colombiani non avevano certo elaborato il concetto di stato-nazione o di Messico.

Lo stesso presidente soffre di tre gravi difetti retorici. Semplicemente non può fare a meno del teleprompter (gli schermi trasparenti dove scorre il testo del discorso, dando al pubblico televisivo la falsa impressione che l’oratore stia parlando a braccio ndApo) – neanche per un secondo. Questo rapporto simbiotico lo rende vulnerabile quando è costretto ad abbandonare i discorsi preparati e viene fuori il lato meschino e petulante del personaggio (come quando, ad esempio, se la prese con i commentatori radiofonici, dicendo al pubblico che parlavano di lui “come se fossi un cane”. Un comportamento certo indegno dell’uomo più potente del pianeta ndApo). Il secondo problema è la divergenza tra il tono professorale, da secchione dell’Harvard Law Review ed i toni da predicatore delle chiese nere, alla Reverendo Wright, è semplicemente troppo ampia per suggerire che, come faceva Hillary Clinton, stesse solo cercando di “modulare” il discorso ed adattarlo al pubblico. Invece, questo comportamento alla Dottor Jekyll e Mister Hyde non solo fanno sospettare un disprezzo verso il pubblico ma qualcosa di ancora più preoccupante. Il signor Obama non sembra sapere chi sia veramente. Il terzo è che non riesce ad abbandonare la modalità da campagna elettorale. Tutti i suoi interventi sono lezioncine, riadattando le solite frasi, l’hope-and-change, è colpa di Bush, io, io, io, mio, mio, mio – ravvivati dall’ormai noiosissimo “lasciate che sia perfettamente chiaro” e dall’altrettanto consunto “non vi sbagliate”, come se fossimo tutti alunni distratti e lui fosse il preside che parla alla classe, richiedendo d’autorità la nostra attenzione. Il risultato? Obama è talmente sovraesposto che i nostri occhi vanno subito al cielo e gli diamo subito la schiena ogni qual volta si mette a “parlare semplice” (il termine inglese è “drops his g’s”, ovvero non pronunciare più le “g” finali nei verbi progressivi – una tendenza del parlato comune solitamente non usata dalle persone istruite. Quando una persona bene educata inizia a parlare in questo modo, vuol dire che sta cercando di ingraziarsi il pubblico, dicendo “sono uno di voi”. Un trucchetto che, alla lunga, fa solo irritare la gente ndApo) ed inizia a fare errori gratuiti (in inglese “starts in on ‘they’ and ‘them’ – l’uso scorretto di “they” e “them” è un errore abbastanza comune in certi dialetti del Sud o nella parlata dei neri non educati. Quando a commetterlo è una persona di cultura, vuol dire che lo sta facendo apposta – cosa che, chiaramente, viene vista come poco rispettosa dal pubblico ndApo).

4) La sua squadra sta implodendo. Nello scorso anno abbiamo sentito decine di articoli di colore che parlavano del “Team di rivali”, come se il nostro nuovo Lincoln fosse impegnato a raccogliere una squadra di brillanti ed ambiziosi bastian contrari e, grazie alla forza bruta di tutta questa intelligenza, distillare perle di eccellenza amministrativa. Evidentemente sull’argomento non aveva letto altro che il libro della signora Doris Kearns Goodwin (autrice del libro “Team of Rivals: The Political Genius of Abraham Lincoln”, parte del tentativo dei media di accomunare il più grande presidente della storia degli Stati Uniti con Obambi ndApo). Alla fine, Lincoln fu costretto a licenziare i doppiogiochisti Chase e Cameron. Stanton era un battitore libero refrattario alla disciplina che spargeva dicerie e menzogne sull’eroe dell’Unione Sherman. Metà del governo di Lincoln stava cercando di farlo fuori nei giorni oscuri dell’agosto 1864, al punto che Lincoln fu costretto a scaricare il suo vice-presidente Hamlin e cercare disperatamente di trovare un eroe di guerra disposto a fargli da vice, prima di doversi accontentare del modesto Johnson. Lincoln ebbe successo nonostante i suoi errori nel selezionare un gruppo tanto sgangherato di serpi, non grazie a loro. Se Sherman non fosse entrato ad Atlanta nei primi giorni di settembre del 1864, ma fosse stato bloccato da qualche parte in Georgia, come successe a Grant in Virginia – un esercito distrutto senza aver ottenuto la conquista di una città chiave del nemico – McClellan avrebbe sconfitto Lincoln.

Orszag, Summers e la Romer o se ne sono andati o se ne stanno andando. Geithner li seguirà presto. Emanuel se ne andrà — facendo sapere al mondo che i suoi suggerimenti “geniali e pragmatici” sono stati rifiutati. I cosiddetti centristi, come Gates e Jones, faranno presto le valige, prima che arrivi un giorno del giudizio simile al 1979 dell’era Carter (la rivoluzione khomeinista in Iran e l’invasione sovietica dell’Afghanistan furono le conseguenze della politica dissennata di Carter e della sua evidente debolezza ndApo). Dubito che Hillary rimarrà a lungo, se il tasso di approvazione del presidente non risalirà oltre il 50%. Più che vediamo Bill che si morde le labbra mentre loda Obama, più che la vendetta sarà pesante. Tutti i team presidenziali, prima o poi, implodono: pochi lo fanno così presto e ancora meno vedono un intero team economico abbandonare la barca nel mezzo del caos che hanno contribuito a creare.

5. Obama è stato fortunato, ma non durerà. Potreste dire, “No, aspetta un minuto! Dopo tutto ha ereditato due guerre e una quasi depressione!”. Non proprio. La guerra “cattiva” contro la quale si scagliava in campagna elettorale, quella in Iraq, è praticamente finita e lo è stata fin dal primo giorno in cui ha messo piede alla Casa Bianca. La guerra “buona”, quella che ha sempre voluto, in Afghanistan, ha ripreso vigore quando abbiamo ripreso a dedicargli la nostra attenzione, in gran parte perché il presidente, per mesi, aveva reso chiaro a tutti che non voleva incontrare Stanley McChrystal, aveva imposto scadenze artificiali per il ritiro delle truppe ed aveva diviso le responsabilità tra McChrystal, l’ambasciatore Eikenberry e Richard Holbrook, tre personaggi che, col senno di poi, si odiavano a vicenda più di quanto odiassero il nemico.

Il panico finanziario del 15 settembre (2008) si era calmato alla fine dei 120 giorni e prima che Obama entrasse alla Casa Bianca. La recessione era finita ufficialmente nel giugno del 2009. Quello che è poi successo è che abbiamo preso una correzione negativa pesante e l’abbiamo trasformata in una stasi di stampo europeo, prendendo in prestito migliaia di miliardi di dollari e gettandoli in schemi di redistribuzione del reddito che hanno eliminato gli incentivi al lavoro, terrorizzando gli imprenditori. In altre parole, se Obama non avesse fatto un bel niente, saremmo stati messi molto meglio, visto che il ciclo “naturale” della ripresa economica stava iniziando a funzionare. Ma minacciando le imprese con tasse più alte, sempre nuovi regolamenti, mandati obbligatori per la sanità, sovrapprezzi energetici, mentre allo stesso tempo si conduce una campagna psicologica contro la moralità dell’impresa privata e non potrai che ottenere la risposta che abbiamo tutti davanti agli occhi: banche, imprese, commercianti ed investitori hanno deciso di tenere migliaia di miliardi fermi, in contanti, senza assumere né spendere fino a quando questo burocrate di Bruxelles non avrà levato le tende.

Qual è il punto? La narrativa dominante, ovvero che Obama è una vittima delle circostanze, sfortunatamente non è vera. A parte il fatto che tutti i presidenti decidono da soli il loro destino politico (l’eredità che Reagan ricevette da Carter non era buona; come quella ricevuta da Franklin Delano Roosevelt, Truman, Eisenhower, Nixon o Bush). Obama ha ricevuto delle carte né migliori né peggiori di quelle che sono toccate in sorte a tanti altri presidenti. Una recessione e l’11 settembre, nel 2001, non sono state circostanze facili. Tassi di interesse al 18%, inflazione al 18%, disoccupazione al 7% e lunghe file ai distributori sono state il benvenuto di Reagan alla Casa Bianca. Truman ereditò una guerra, un amico che si trasformò presto in nemico (Stalin), alleati in Russia e Cina che presto sarebbero diventati nemici e due nemici come il Giappone e la Germania che sarebbe stato presto necessario ricostruire e riabilitare – nel bel mezzo di un’Europa ed un’Asia devastate, l’avanzata frenetica del comunismo, un clima di panico all’interno ed un Unione Sovietica che presto avrebbe avuto la bomba atomica sotto la guida del massacratore genocida Stalin – di lì a poco, ciliegina sulla torta, sarebbe venuta anche la guerra in Corea.

Cosa si sta preparando oggi? Temo che si avvicini un punto critico in molte tensioni di vecchia data: Cina contro Giappone, Corea del Nord contro Sud, Iran contro i suoi vicini, un’altra guerra in Medio Oriente, l’espansionismo russo, una rottura nell’Unione Europea – ad essere onesti, non tutto è colpa di Obama ma i processi sono stati accelerati dalla sensazione che Obama o non se ne interessa o tende a prendere le parti di chi ha lamentele, simili alle sue, nei confronti degli Stati Uniti rispetto ai nostri alleati, che tradizionalmente almeno ci concedono il beneficio del dubbio. Ci sarà un gran movimento sugli scenari internazionali, visto che le varie nazioni cercheranno di adeguarsi a questo nuovo clima all’insegna del tutti contro tutti.

Vediamo finalmente l’altro lato di Obama?

Quindi, sì, Obama può davvero sprofondare sotto il 40%. Per cercare di evitarlo, prevedo che queste elezioni di medio termine saranno le più sporche e brutali degli ultimi decenni e che all’estero succederà una “sorpresa di Ottobre”. Entrambi gli eventi non riusciranno a fermare il declino.
Adesso vediamo Obama per quello che è veramente (l’espressione inglese è curiosa: Obama è paragonato al “one-eyed Jack” dell’omonimo film del 1964 con Marlon Brando. In un dialogo, Brando definisce Karl Malden, lo sceriffo della città, un “Jack con un occhio solo”, ovvero una persona della quale si conosce solo un lato della sua personalità, solitamente quello più luminoso e gioviale. Nel mazzo di carte tradizionale, il Jack di Cuori e di Picche è mostrato di profilo, quindi con un occhio solo. Brando dice di non credere alla sceneggiata, dato che ha visto “l’altro lato della carta”. L’autore dell’articolo riprende questa espressione, dicendo che “the one-eyed jack has really been flipped over” ndApo).

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