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Immagine trovata su thepeoplescube.comI sondaggi vanno male? Si rischia la batosta? Che ci vuole, basta prendere qualche esponente della destra e trasformarlo in un mostro. Solita ricetta tratta dal consunto libro di Saul Alinsky. Ormai la sinistra mondiale è solo capace di reagire agli stimoli come i cani di Pavlov.

A forza di scansionare la Rete a caccia di notizie, commenti ed analisi interessanti, capita anche di scoprire personaggi misteriosi ma spesso più capaci e notevoli di tanti giornalisti dai nomi altisonanti. Doctor Zero è sicuramente uno di questi analisti, che sta rapidamente salendo nella personale classifica dell’Apolide dei commentatori più interessanti della sempre vivacissima blogosfera “seria” a stelle e strisce. Per la cronaca, al momento la vetta è occupata dal professor Glenn Reynolds, il mitico Instapundit, saccheggiato spesso e volentieri dal vostro umile padrone di casa, e da Mary Katharine Ham del Weekly Standard, perché al cuore non si comanda e per i meriti acquisiti con i meravigliosi video che produceva quando lavorava per Townhall (talvolta mi sorprendo a canticchiare la magistrale “Obama on your shoulder“).

Il pezzo di oggi è stimolato da un articolo pubblicato da Marc Ambinder sul settimanale sinistro “The Atlantic”, dove, alla faccia dell’imparzialità dei media, il giornalista si prende la briga di dare l’ennesimo consiglio chissà quanto non richiesto all’amministrazione Obama. In questo caso si tratta di una chiamata all’azione, nello specifico al continuare ed intensificare la demonizzazione di Sarah Palin, visto come il modo “giusto” per disinnescare la mina vagante del Tea Party ed evitare il tracollo elettorale il 2 novembre. Doctor Zero coglie l’occasione per demolire la posizione di Ambinder e assestare una serie di legnate retoriche contro il presidente. A credere al misterioso blogger americano, a nessuno in America frega niente di quello che dice Obama. Da leader carismatico a noioso professorino, da magnete per gli ascolti a personaggio che spinge la gente a cambiare canale immediatamente. Strano che in Italia o in Europa a dire queste cose siano pochi, pochissimi e quasi mai nei giornali o nei media mainstream.

Verrebbe da pensare che essere “incoronati” come leader mondiale di questa sinistra sempre più scalcinata sia una vera e propria iattura, capace di stroncare chiunque, da Blair a Zapatero, da Brown ad Obama. Di chi, in Italia, si spacciava come tale (Prodi o Veltroni) non parliamo perché, in fondo, infierire su chi si sta già abbondantemente rendendo ridicolo da solo non è particolarmente divertente. Quello che, invece, risulta interessante è notare come la sinistra, nonostante la sua spocchia monumentale e la sua permanente quanto ingiustificata puzza sotto il naso, non sia più capace di produrre una sola idea originale da ere geologiche. Ormai i sinistri, a tutte le latitudini, non riescono a fare altro che reagire agli stimoli che la destra (o la “sinistra non-sinistra”, come in Italia) impone all’attenzione pubblica. Altro che “avanguardia del proletariato”, ormai sembrano i proverbiali cani dell’esperimento di Pavlov.

Nucleare? No, cattivo! Contratti di secondo livello? No, no, cattivi! Tagli alle spese pubbliche? No, macelleria sociale! Tagli alla cultura? No, siete contro il progresso, populisti, ignoranti! Riduzione della pressione fiscale? No, morte ai ricchi, tutto il potere al popolo! Le ricette, anch’esse, sono sempre le stesse: come si dice in inglese, “gettare soldi buoni dietro a quelli cattivi” – il che, in italiano, si può tradurre come “riprova, sarai più fortunato”. Provare a ragionare di fatti, numeri, cose serie, diventa un esercizio in futilità, visto che le cifre sono sempre sbagliate, le analisi sempre raffazzonate, le soluzioni dell’avversario sempre semplicistiche. Talvolta viene da domandarsi se questi personaggi pensino davvero di avere a che fare con una manica di minus habens, dalla memoria di un criceto e le capacità intellettuali di una rapa bollita. Poi si dà un’occhiata ai sondaggi e la fiducia nella “saggezza della folla” torna a salire (fino a quando non ci si rende conto che sei italiani su cento pensano che uno incapace  di dire tre parole di fila senza massacrare la grammatica italiana sia la persona giusta per risolvere i problemi del paese).

A parte tutto, il pezzo di Doctor Zero è estremamente interessante e fornisce una serie di spunti preziosi per la discussione, anche solo per ripulire il campo dalla vergognosa disinformazione sparsa a piene mani dai media italiani ed europei sull’ondata liberale che sta per travolgere gli Stati Uniti e, magari in forma molto meno evidente, il resto del mondo. Anche solo per questo merita di essere letto con attenzione. Se poi, magari, riuscisse a stimolare il dibattito pubblico su quei temi che, in America come in Italia, sono fondamentali per salvare l’Occidente dal tracollo, tanto di guadagnato.

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La carta Palin
Doctor Zero
Originale (in inglese): Hot Air
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Marc Ambinder del settimanale “The Atlantic” pensa che l’amministrazione Obama dovrebbe giocare la “carta Palin”, scagliando contro l’ex governatore dell’Alaska una serie di attacchi personali per polarizzare l’elettorato e congelare la situazione, seguendo le lezioni di Saul Alinsky. Quando qualcuno si preoccupa che questo trattamento possa ulteriormente elevare il profilo pubblico della Palin, Ambinder pensa che non sia un problema:

Aumentare il profilo di Sarah Palin? Di quanto ancora pensate che possa salire? Tutti sanno chi è. Alcuni dei consiglieri di Obama hanno affermato in passato che tutta l’attenzione sulla Palin che gli americani le hanno dedicato nelle ultime settimane della campagna del 2008 è una delle ragioni principali della netta vittoria ottenuta da Obama.

La Palin ed il movimento del Tea Party non sono la stessa cosa. Il movimento, che si evolve dall’ala movimentista del conservatorismo, si occupa principalmente di governo ed economia. La Palin brilla negli scontri culturali e sociali. Ma quando la parte del Tea Party che si preoccupa anche di temi sociali prende il centro dell’attenzione, collegare i due fenomeni diventa più semplice.

Sì, è vero, questa elezione è soprattutto per il controllo del Congresso. Ma ad un livello più alto, si tratta di due visioni del mondo che si scontrano. John Boehner contro l’agenda dei democratici è uno scontro noioso. Molti democratici non saprebbero distinguere Boehner da Cantor. Invece tutti sanno chi è Sarah Palin.

Ambinder ha ragione su una cosa: politici sconosciuti come Boehner o Cantor non sono molto vulnerabili alle strategie di distruzione personale della sinistra. Il tentativo di gonfiare il profilo di Boehner ed infilarlo a forza in un costume da Darth Vader, avvenuto nelle scorse settimane, è stato ridicolo. Se i democratici vogliono continuare ad usare alcuni dei trucchi tratti dal vecchio prontuario di Alinsky, devono concentrarsi su qualcuno in grado di titillare l’immaginazione del pubblico.

La Palin è collegata ad altre candidate donna di alto profilo, come Sharron Angle e Christine O’Donnell, quindi sembra un bersaglio invitante. Il sottotesto della narrativa dei media che i democratici stanno cercando di imporre è che le donne conservatrici e fiere di esserlo sono, in qualche modo, innaturali. Vedete, (poveri idioti ndApo), la filosofia “naturale” delle donne che vogliono bene al prossimo è il comodo, materno, socialismo. Se vogliono rompere quei soffitti di vetro che stanno diventando sempre più trasparenti, lo Stato è il loro solo alleato. Una donna che si intruppa nella fanteria pesante dell’esercito repubblicano, contrario al progresso e fondamentalista, deve essere per forza pazza.

Spero che la Casa Bianca accolga il consiglio di Ambinder, perché si tratterebbe di una strategia suicida. La battuta sul fatto che la Palin “brilli negli scontri culturali e sociali” non fa che dimostrare la sua ignoranza in materia. Si fa confondere dai dettagli della sua biografia e dall’affetto sincero che è in grado di suscitare nei suoi ammiratori. La sua “carta Palin” è tratta dal mazzo sbagliato. La Palin è la Regina di Denari, non di Cuori. Negli ultimi due anni, le sue dichiarazioni più notevoli sono state su questioni economiche, scelte istituzionali e politiche. Ha demolito l’amministrazione Obama sulla riforma della sanità, sul disastro ambientale nel Golfo del Messico e sulle spese folli del governo federale. Ha appoggiato dozzine di candidati alle primarie, con un tasso di successi attorno al 70%. I più memorabili scontri su argomenti “culturali” sono avvenuti quando ha chiesto che i media la piantassero di fare battute sullo stupro sulle sue figlie.

Se proprio volete criticare qualcuno per sfruttare la guerra tra le culture, vi consiglio di dare un’occhiata ai buffoni assetati di potere che gettano sul piatto progetti di legge giganteschi che vorrebbero “controllare il popolo” nei dettagli più minuti, fino ai menu dei ristoranti fast-food.  Aspettate fino a quando inizieranno a tirare fuori le argomentazioni sulla guerra di classe per giustificare gli aumenti delle tasse necessari a sostenere le loro spese pazze. Quello sì che sarà uno spettacolo veramente squallido.

Per Obama, invitare Sarah Palin ad uno scontro testa a testa sarebbe un errore mortale. Lasciate che sia brusco: a questo punto, a quasi nessuno frega granché cosa Barack Obama abbia da dire su qualsiasi argomento. Cosa potrebbe essere così prevedibile e meno interessante dell’opinione di Obama su un qualsiasi argomento? Chi vuol dare ascolto alla “saggezza economica” di un tipo che ha saccheggiato il Tesoro per qualcosa come mille miliardi di dollari, ottenendo meno risultati di quelli che sarebbero derivati da infilare banconote da cento dollari a caso nelle scatole di cereali? Chi è interessato a sapere l’ultima trovata per convertire soldi dei contribuenti in fondi per le campagne elettorali dei democratici? Chi ha voglia di sorbirsi un’altra ora di noiose scuse sui mercati che sono sempre disfunzionali e l’eterno peso della manomorta di George W. Bush? Chi vorrebbe sentire un sermoncino su come condurre affari in maniera etica dal capo del partito che ci ha “regalato” gente come Charlie Rangel e Maxine Waters? A cosa servirebbe l’ennesimo discorso vuoto sulla politica estera da parte di un uomo che non riesce a trovare un avversario geopolitico che sia più pericoloso dell’Arizona? Anche chi appoggia Obama non ascolta più quello che ha da dire. Forse perché il personaggio non ha più niente da dire da un pezzo.

La Palin, invece, attira l’attenzione del pubblico. Gran parte di questa attenzione viene da persone che non la possono vedere, naturalmente, ma è sicuramente in grado di stimolare il dibattito pubblico. Molti dei suoi detrattori hanno la capacità sorprendente di citare i suoi discorsi parola per parola, anche a settimane di distanza. I critici di Obama hanno bisogno di cercare su Google per ricordarsi cosa ha detto l’altro ieri. Si ricordano solo che era qualcosa di noioso e terribilmente costoso.

La “strategia” dietro al giocare la Carta Palin è quella di capitalizzare sul suo tasso di approvazione, che i sinistri non perdono occasione di ricordare che è più basso di quello di Obama. Solo che sbagliano nel capire il perché di questo dato. Gran parte degli americani non sono “malati” di politica. Sentono solo notizie che parlano di come i politici spendano un pacco di soldi per sistemare le cose. Nessuno mette mai in dubbio il fatto se sia il caso di spendere così tanti soldi. Nel frattempo, si dipingono i cittadini come gente che parla e basta. Non hanno grandi dipartimenti alle spalle o budget a nove zeri a propria disposizione. Al massimo, sono dei comprimari del gioco, i veri protagonisti sono gli eletti ed i burocrati. Chi non ha dei fans dedicati, viene conosciuto principalmente da come la cultura popolare li dipinge.

La situazione della Palin, al momento, è questa. Le persone normali non leggono certo la sua pagina di Facebook, e non sentiranno nemmeno una battuta dei discorsi che tiene in tutta la nazione, come quello che ha tenuto nell’Iowa venerdì scorso.  Sanno chi è, ma più che altro sentono quello che altri dicono su di lei, piuttosto che ascoltare quello che ha da dire. Se la Casa Bianca ordinasse ai media di attaccarla, la situazione cambierebbe di molto. Picchiare qualcuno con un microfono è un errore, specialmente se hanno cose molto interessanti da dire.

In questa stagione elettorale ci sono un mucchio di personalità colorite che fanno notizia, ma queste elezioni non saranno decise dalla personalità dei candidati. Descriverli solo come espressioni di una rabbia cieca diretta contro i democratici sottostima gravemente la determinazione e lo spessore ideologico del movimento del Tea Party. Gli elettori non stanno cercando dei capri espiatori cui dare la colpa dello stato pietoso dell’economia. Si stanno preparando a muovere contro il sistema stesso, seguendo modalità che non hanno precedenti nella storia moderna. La Palin comprende questo fatto meglio di tutti gli altri papabili per la nomination alle presidenziali del 2012. I suoi rivali hanno legami con vari aspetti del sistema, come Mitt Romney, autore del precursore dell’ObamaCare in Massachussets. Troppi tra loro considerano l’abrogazione dell’ObamaCare come un tema sensibile; la Palin, invece, lo usa come un grido di battaglia.

L’ultima cosa che Obama dovrebbe fare in questo momento sarebbe trascinare la Palin sul ring come il suo avversario principale. Potrebbe parlare di come i dollari dello “stimolo” siano un motore perpetuo della corruzione, di come siano stati usati per proteggere gli incassi dei sindacati, di come filtrino, livello dopo livello, nelle casse delle campagne elettorali dei candidati democratici. Potrebbe chiedere ai “centristi” come facciano a trovare il “centro” di un sistema che sta cadendo dal lato sinistro del precipizio. Potrebbe chiedere agli “indipendenti” quanta “indipendenza” gli rimarrebbe dopo qualche altro anno di crescita sfrenata dell’intervento statale. Potrebbe chiedere come faccia un presidente che crede così poco nel popolo americano a permettersi di lamentarsi quando lo stesso popolo non gli mostra un’obbedienza ed una fiducia cieca e completa.

Il piano del presidente per vincere l’opposizione del Tea Party è di far sì che gli elettori li temano. Far crescere la paura e l’odio nei confronti di chi vuole demolire questo stato disfunzionale significa farci dubitare delle nostre persone, della nostra capacità di sopravvivere senza la protezione ed il sostegno che ci sono dati in cambio della nostra libertà. Lasciate che il presidente divida la scena con qualcuno la cui fiducia nei suoi concittadini è senza limiti e la cui filosofia di governo parte dall’invito ottimista a condividere e promuovere questa fiducia. Vedremo chi riuscirà ad essere ascoltato dal pubblico americano.

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