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Immagine trovata su neoavatara.com

La sinistra, tramite alcuni media “amici”, mette in campo il trappolone più subdolo di tutti: dire che i Tea Parties hanno già vinto, visto che hanno spaventato sia democratici sia repubblicani. Attenti, ragazzi: il 2 novembre è ancora lontano. Niente distrazioni, niente cali di tensione.

Il ritardo di oggi, davvero da record, è una pessima abitudine che spero di perdere al più presto e della quale mi scuso con i frequentatori dell’antro. Questo non cambia il fatto che l’articolo di oggi sia non solo interessante, ma un campanello di allarme per i patrioti dei Tea Parties. Dopo che gli sguaiati attacchi dei fiancheggiatori democratici nei media, che nei mesi scorsi si erano scatenati in un festival di accuse talvolta ridicole ma sempre prive di qualsivoglia sostanza, sembravano solo rafforzare la determinazione degli attivisti, qualcuno o qualcosa ha deciso di cambiare strategia. L’articolo di A. B. Stoddard, pubblicato sull’informato ed influente sito “The Hill”, è solo il primo di quella che temo sarà una litania di pezzi inneggianti alla grande vittoria del Tea Party, ancora prima delle elezioni.

Questa è una trappola veramente subdola, segno che, evidentemente, le scelte della stampa mainstream continuano ad essere dirette, chissà come, da qualche operativo democratico. Gli ultimi sondaggi tendono tutti a confermare le peggiori paure degli obamioti, quelle di una vittoria a valanga dei repubblicani in generale e di molti candidati appoggiati dal Tea Party in particolare. Da Rubio in Florida a Paul nel Kentucky, dalla Angle nel Nevada fino a Miller nell’Alaska, le previsioni puntano sempre di più alla vittoria di quei candidati che l’establishment repubblicano aveva definito “ineleggibili”, troppo “estremi” se non “squinternati”. Se le dinamiche del passato saranno replicate, anche i sondaggi della O’Donnell miglioreranno a breve, riaprendo la gara, come sta avvenendo per quella nel vicino Connecticut. Come reagire? Se il pericolo più grande è l’entusiasmo crescente dei Tea Partiers, bisogna “sgonfiare” il fenomeno. A tutti i costi, anche e soprattutto mentendo.

Perché continuate tanto a darvi da fare, a smazzarvi per far vincere quei pazzi che avete sostenuto nelle primarie? Tanto non vinceranno mai. Poi voi avete già vinto. Non vedete come i democratici stanno tremando dalla paura? Non vedete come schiumano di rabbia quei RINO che vi stavano tanto antipatici? Non vi accorgete che lo stesso establishment repubblicano, che non potevate soffrire, stia dando di matto e passi da una brutta figura all’altra? Smettetela di essere così arrabbiati, avete già vinto! Ci arrendiamo! Se le offese li rendono più forti, magari le lusinghe riusciranno a farli diventare troppo sicuri di sé stessi e, forse, farli rimanere a casa il 2 novembre.

Se il “sesto senso” dell’Apolide non è completamente andato in tilt, tra poco articoli del genere inizieranno ad arrivare da editorialisti famosi ed apparire sulle prime pagine dei giornali più prestigiosi. Dopo mesi di accuse, prese per i fondelli, la tentazione di credere a queste lusinghe e rilassarsi un attimo sarà grande. Spero che gli attivisti non si facciano prendere per il naso e tirino dritti per la loro strada. Il mondo della politica teme i Tea Parties, ne ha un terrore sacrosanto perché sono decisi, non hanno paura di niente e sono bravissimi ad organizzarsi nonostante non abbiano nessuna struttura centrale. L’entusiasmo si può mantenere solo se l’obiettivo è chiaro: vincere il 2 novembre e riportare l’America sulla strada giusta. Se si diffondesse l’idea che l’establishment è in ritirata, la tentazione di rilassarsi sarebbe quasi irresistibile. Il piano sembra essere questo. Speriamo che i Tea Partiers si ricordino che “it ain’t over ‘til it’s over”. Novembre è ancora lontano, può ancora succedere di tutto. Niente distrazioni, niente tentazioni, uniti fino alla vittoria, fino a novembre 2012 ed oltre.

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Il Tea Party ha già vinto
A. B. Stoddard
Originale (in inglese): The Hill
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Ancora prima che Christine O’Donnell sconfiggesse facilmente il deputato Mike Castle (Rep.-Delaware) nell’epica sorpresa di martedì notte, i Tea Parties, tutti loro, avevano già vinto. Non importa quello che succede nelle elezioni di medio termine del 2 novembre, il Tea Party è riuscito a far spostare i democratici a destra ed ancora di più i repubblicani, per non parlare del fatto che l’agenda del presidente Obama è morta.

La rabbia di quei conservatori sfiduciati che erano stati buoni durante gli otto anni della presidenza di George W. Bush, tutti all’insegna del passaggio dal surplus al deficit di bilancio, è andata in ebollizione subito dopo l’elezione di Obama. A fare il “miracolo”, un pacchetto di stimolo all’economia senza precedenti, da 787 miliardi di dollari e, ancora prima dei 100 giorni di Obama, un movimento era già nato. Alcuni di questi cittadini già arrabbiati ma solo ora attivi erano i sostenitori libertari del deputato Ron Paul (Rep. – Texas) e quasi tutti loro erano furibondi per il Troubled Asset Relief Program del 2008, il bailout di Wall Street appoggiato da entrambi i partiti che il senatore John McCain (Rep.-Arizona) aveva votato e che il suo candidato alla vice-presidenza, l’allora governatore dell’Alaska Sarah Palin (Rep,), aveva dichiarato di appoggiare.

Quel movimento che debuttò il 15 aprile 2009, mettendo in piedi proteste in tutta la nazione, dopo meno di 18 mesi è diventato il motore primario di ogni movimento nella politica americana. L’insurrezione del Tea Party non solo costerà ai democratici dozzine di seggi al Congresso, probabilmente con il controllo dell’assemblea – definirà il processo di selezione del candidato alla presidenza del GOP, determinerà la direzione che il partito repubblicano terrà nei prossimi anni e sarà una minaccia per ogni piano che Obama potesse ancora avere in cantiere per riformare la scuola, la politica energetica o il sistema di controllo dell’immigrazione.

Lo scorso marzo, i repubblicani si unirono ai democratici nel chiedere al senatore Jim Bunning (Rep. – Kentucky) di terminare il suo ostruzionismo contro l’estensione dei sussidi di disoccupazione pagati quasi interamente dall’aumento del deficit, temendo di essere marchiati come quelli che negavano gli aiuti ai disoccupati. Ma ci sono voluti solo tre mesi perché la pressione della base raggiungesse il Campidoglio – Bunning era diventato subito un eroe del Tea Party. Quando i 30 miliardi di dollari stanziati finirono il 2 giugno, i repubblicani al Senato si erano uniti in un ostruzionismo durato quasi due mesi del prossimo pacchetto da 34 miliardi di “spesa d’emergenza” per l’assicurazione contro la disoccupazione. A loro si unì il senatore Ben Nelson (Dem. – Nebraska), mentre qualche deputato democratico avvertì i capigruppo che i giorni dei voti automatici sulle “spese d’emergenza” sarebbero dovuti finire presto.

La settimana scorsa, prima che la Camera ed il Senato fossero riconvocati, è diventato evidente come ci fossero abbastanza senatori democratici disposti a votare con i repubblicani per l’estensione dei tagli alle tasse di Bush per i redditi più alti. I democratici quindi non avrebbero abbastanza voti per far passare l’estensione permanente dei tagli alle tasse per la classe media voluta dal presidente Obama senza passare contemporaneamente tagli per le due fasce di reddito più alte.

Quando, all’inizio del mese, Obama presentò le sue ultime proposte sull’economia, il senatore Michael Bennet (Dem. – Colorado), un alleato della Casa Bianca di Obama, immediatamente rilasciò una dichiarazione nella quale non solo si criticava il nuovo piano sulle infrastrutture di Obama, ma si condannava anche il piano di stimolo all’economia. Bennet disse “non supporterò un aumento della spesa con un secondo pacchetto di stimolo. Ogni nuova iniziativa sui trasporti può essere finanziata tramite il Recovery Act, che ha ancora fondi disponibili”.

Obama non riuscirà a far approvare il suo piano sulle infrastrutture dal Congresso e lo sa bene. Il prossimo anno, quando inizierà la campagna per la rielezione, la riforma fiscale e della spesa pubblica saranno gli unici argomenti sui quali potrà trovare la collaborazione con una maggioranza del GOP o una risicatissima maggioranza democratica. Ovvero, gli argomenti contenuti nell’agenda del Tea Party.

I candidati stessi del Tea Party — come la O’Donnell, che Karl Rove definisce “squinternata” — non sono così importanti. Pochi di loro ce la faranno ad essere eletti a novembre. Eppure il Tea Party ha vinto anche senza di loro. Non c’è bisogno di leggere le foglie di tè. I democratici sono terrorizzati, i repubblicani minacciati, affascinati o epurati. I risultati sono già arrivati.

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