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Foto trovata su hermes-press.comBalletto delle cifre: da 600 a 900.000 partecipanti al super-sermone promosso da Glenn Beck. La “mama grizzly” originale è attesa al varco dalla stampa. Ti aspetti fuoco e fiamme, ti ritrovi storie che parlano di valori americani. Mai sottovalutare una reginetta di bellezza…

Dopo una pausa non prevista dovuta a ragioni estranee alla volontà dell’Apolide (un attacco a tradimento di fancazzismo agostano ritardatario), riprendiamo il servizio con un bel post di Jennifer Rubin, giornalista del periodico “Commentary”, ottima pubblicazione non allineata americana. Argomento il mega-raduno che sabato scorso ha occupato ancora una volta il National Mall di Washington, con una folla di manifestanti accorsi da mezzo paese a spese proprie (wow!) per sentire una serie di bei discorsi, appelli al ritorno ai valori originali degli Stati Uniti, sermoni ispirati, preghiere di gruppo e standard gospel (doppio wow!). Nessuno ha pronunciato il nome del nemico pubblico numero uno (Obama), nessuno ha parlato di elezioni, nessuno ha pronunciato le due parole più odiate dalla sinistra (Tea Party). Si prega tutti gli organizzatori italiani di prendere nota, grazie.

La Rubin, oltre a dichiarare il suo poco entusiasmo nei confronti del tele-predicatore del buon senso e della responsabilità personale dalla lacrima facile (Glenn Beck), esamina un articolo del “New York Times” dove due giornaliste femministe (ça va sans dire, trattandosi del NYT) sono costrette ad ammettere di essere preoccupate per il “fenomeno Palin”. Tutto qui? Ma come, uno spazio riservato nel giornale (un tempo) più importante del mondo e tutto quello che riuscite a dire è che siete “preoccupate”? Niente condanne virulente? Niente scoop clamorosi? No, niente di tutto ciò.

La situazione, per chi ha bazzicato qualche tempo in una redazione, è abbastanza chiara. I piani alti, sapendo che la Palin avrebbe parlato al “Restoring Honor” di Washington, avevano sguinzagliato le due redattrici più acide e velenose a loro disposizione e riservato un bello spazio per quello che nel mondo anglosassone si chiama “hatchet job”, lavoro di ascia, un bel pezzo ammazza-reputazione. Ma la “mama grizzly” ha tenuto gli artigli ben nascosti e, in tono con il resto della manifestazione, ha parlato di veterani eroici, valori americani, famiglia, compassione. Come si fa ad attaccarla? Diavolo di una Palin! Ci ha rovinato i piani. Ormai è tardi per cambiare il menabò (chi le sente le due redattrici femministe se le togliamo il pezzo), quindi toccherà pubblicare un articolo “moscio”. Riprova, sarai più fortunato.

Cosa ne pensa l’Apolide di Sarah Palin? A parte che avrebbe voluto conoscerla quando faceva la giornalista televisiva (per ragioni puramente professionali, non estetiche… che andate a pensare), non molto. Da brava ragazza di provincia, non si è mai montata la testa e continua a rimanere collegata in maniera inaudita al polso della “maggioranza silenziosa”, quelle masse di “redneck” (espressione schifosamente snob con la quale i “cittadini” della costa est descrivono gli abitanti della “flyover country”, ovvero tutto quello che sta in mezzo tra New York e San Francisco, che loro non si sognerebbero mai di visitare) che, se sentissero parlare di “piattaforma programmatica”, tirerebbero fuori la doppietta, annusando la fregatura.

Entrerà in politica? Non credo, è già stata bruciata abbastanza dalla prima esperienza, quando è stata catapultata dal suo Alaska sotto i riflettori, rischiando di perdere la famiglia e venendo riempita di insulti. Per una nata a Wasilla, Alaska, che ha fatto la reginetta di bellezza ed ha cambiato tre università prima di trovare quella giusta, non deve essere il massimo essere chiamata per l’ennesima volta “stupida” ed “ignorante”. Ha capito che fino a quando resta fuori dallo scontro, è più influente e potente che mai. Se non si candida, può “controllare la narrativa”, ovvero parlare solo di quello che pare a lei, senza contraddittorio e senza essere costretta a concedere interviste, cosa che, dopo il mezzo disastro con Katie Couric, cercherà di evitare per ancora un bel pezzo. Inoltre, se rimane fuori dai giochi, è libera di riempirsi le tasche con programmi televisivi, conferenze e chi più ne ha più ne metta. Chiamatela scema quanto vi pare, ma a me sembra una gran furbona.

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La Palin sugli scudi, la sinistra ammette la sconfitta
Jennifer Rubin
Originale (in inglese): Commentary
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Sicuramente li ha messi sulla difensiva. Durante la manifestazione alla National Mall di sabato, Sarah Palin ha pronunciato un tributo eloquente e commovente ai soldati in servizio ed una chiamata non-partigiana a ripristinare – non trasformare – l’America. Dovreste leggere tutto il testo completo. (Se le storie dei tre eroici soldati non vi fanno venire le lacrime agli occhi, avete davvero un cuore di pietra).

Ammetto che avevo delle riserve piuttosto serie sulla manifestazione promossa da Glenn Beck. Per metterla in maniera elegante, non sono una ammiratrice di Beck; la sua retorica ha dato alla sinistra montagne di munizioni da usare per dipingere la destra come estremista ed incendiaria. Ma sia lui e sia sicuramente la Palin si sono comportati bene – attenendosi a temi generali quali la fede e lo spirito di servizio. Il fatto che i media non abbiano potuto trovare una sola dichiarazione controversa è un tributo al giudizio e alla moderazione che hanno entrambi esercitato.

Nel frattempo, la Palin ha mandato la sinistra nel panico. Alla fine hanno capito come stanno le cose: sta ridefinendo il concetto di femminismo. In un articolo sul “New York Times“, due femministe di sinistra mostrano un’ansietà non proprio misurata nei confronti del fenomeno Palin. Per metterla brutalmente, soffrono di “invidia della Palin”:

Nei 24 mesi da quando è salita sul palco a Dayton, Ohio, la signorina Palin (sì, signorina, perché il politically correct ha abolito le differenziazioni tra nubili e sposate, in quanto discriminatorie ndApo) ha ipnotizzato commentatori, analisti e giornalisti che le dedicano innumerevoli ore di programmazione televisiva e centimetri quadrati di giornali, occupandosi di ogni messaggio su Twitter ed aggiornamento di Facebook, mentre allo stesso tempo facendo infuriare ed esasperare la sinistra…

La sinistra dovrebbe essere infuriata ed esasperata da tutto questo – ma sia dei loro errori sia dell’ascesa della signorina Palin. Fino dalle elezioni del 2008, i leader progressisti hanno fatto ben poco per rispondere alla richiesta del paese per delle leader donna. E nonostante (o forse a causa) della loro ossessione con la signorina Palin, non hanno fatto niente per impedire che una donna contro la libertà di scelta (aborto ndApo), a favore dell’astinenza sessuale, che se la prende con i socialisti (bambina cattiva ndApo), entusiasta dei Tea Party (quelle horreur! ndApo) diventasse il simbolo delle donne americane in politica nel XXI secolo.

Ci puoi giurare. Vedete, la Palin ha provato a tutte noi che un politico donna non deve per forza sposare la linea politica statalista, abortista, a favore del welfare state. “La signorina Palin ha passato buona parte del 2010 ad affinare ed impiegare al meglio il suo credito politico, estendendo la sua influenza attraverso il gruppo delle ‘Mama Grizzlies’, una gang (sic ndT) di donne politiche approvate da Sarah, poco convenzionali, che si propongono di “riprendersi” l’America con soluzioni dettate dal ‘buonsenso'”. Certo che l’ha fatto, ed è riuscita a dimostrare che è la donna in politica più efficace del paese. Mi spiace, Hillary – mentre facevi il fattorino per la disastrosa politica estera di Obama, la Palin è ascesa al trono. (I giorni di gloria di Nancy Pelosi sono vicini alla fine). La sinistra sta sventolando la bandiera bianca:

Per la sinistra sembra facile prendere in giro l’etica della signorina Palin, tutta all’insegna del “brava, ragazza!” ed il suo co-optare in maniera sempre più aggressiva simboli del femminismo. Noi progressisti siamo pronti a considerare ridicoli i suoi richiami al movimento di liberazione femminile – per non parlare della sua validità come candidata – e guardarla con disprezzo, considerandola una reginetta di bellezza poco sveglia, opportunista, una cattiva ragazza tutta scena e poco preparata quando si parla di fornire soluzioni serie ai problemi…

Se Sarah Palin e le sue accolite avranno successo nel ridefinire cosa significa essere una donna in politica rivoluzionaria, sarà perché i progressisti glielo hanno lasciato fare. Permettendoglielo, si saranno assicurati che quando si tratterà di fare la storia, non ci saranno altro che le ‘Mama Grizzlies’ pronte a portare avanti la causa femminista.

Wow.

E non è tutto. Le cose stanno ancora peggio di quanto siano disposte ad ammettere le preoccupate redattrici del “New York Times”. La Palin non solo ha stracciato la sinistra in quanto a stile personale, ma è riuscita a trasmettere le proprie idee ad ampi strati della popolazione su quasi tutti gli argomenti importanti – dall’ObamaCare, ai bailouts, da Israele alle tasse, dall’eccezionalità dell’America al piano di stimolo dell’economia – in un modo che il presidente ed i suoi fans di sinistra possono solo sognare. Per una “poco preparata” quando si tratta di fornire soluzioni politiche, è stata lei a definire i termini del dibattito sull’ObamaCare e che è stata pronta ad allinearsi al messaggio di governo limitato, responsabilità personale e anti-tasse che veniva dai Tea Party. Chi è quello poco preparato – la Casa Bianca o la Palin? Per fare una politica estera “sostanziosa” bisogna per forza trattare con i peggiori despoti, prendersela con Israele e capitolare ogni cinque minuti di fronte alle richieste della Russia? Andate a leggervi un messaggio della Palin sulla politica estera. Leggete anche quest’altro. Ci troverete molta sostanza e una bella dose di buonsenso.

Eppure sono pronta a dare credito alle ragazze del NYT – sanno che stanno perdendo la battaglia per gettare fango sulla Palin. Ora devono solo capire come trattarla. Magari potrebbero iniziare a vedere se l’agenda di sinistra che propongono da trent’anni funzioni più o meno di quella della Palin.

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