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Foto di proprietà esclusiva dell'Apolide - riproduzione consentita solo dietro pagamento di monumentali royalties (^_^)Visto che di parlare di cose serie non ho proprio voglia, beccatevi il resoconto semi-comico della notte di Capodanno dell’Apolide, della sua parte (ogni tanto) più seria e dei suoi amici in quel di Montecatini. E non citate a sproposito il gran capo Estiqaatsi che mi arrabbio come una bestia…

Ma come, direte voi? Ancora un post “fuffoso” dopo la svalvolata di fine anno? Ebbene sì, anche oggi non si parla di cose serie (si fa per dire, visto che, dopo essere andato a letto alle 7, sono stato svegliato neanche cinque ore dopo dalla chiamata di David Goodridge, coordinatore dell’Australian Tea Party, ansioso di discutere alcune questioni ed un documento che circola tra i TP di mezzo mondo. God bless you, David, sul serio. Non me la sono presa neanche per un secondo). Abbiate pazienza, in questo periodo mi è presa così.

Allora, la serata è iniziata con un cenone niente affatto -one, ma rispondente alla tradizione: zuppa di lenticchie, zampone con le lenticchie, uva, panettone. Tempo per altro non c’era, visto che lo spettacolo al Teatro Verdi di Montecatini iniziava alle 22. Alle 20.10, via in macchina per incontrarsi con l’amico Orlando, sceso da Milano dopo un brutto incontro con il malefico virus che sembra colpire solo liberal-conservatori (tra gli amici di Tea Party Italia è stata quasi un’ecatombe) e che in questo caso aveva deciso di operare un minimo di par condicio (mica pensavate che i liberal-socialisti fossero al sicuro, vero?). Via in macchina, verso Altopascio e la Firenze-Mare, senza navigatore satellitare (“a cosa serve? Ho qui le indicazioni stradali, è semplicissimo raggiungere il teatro”), rispettando quasi al minuto la tabella di marcia. Auto in giro piuttosto pochine, a dire il vero. La serata fredda non invogliava e la crisi prima o poi doveva pur farsi sentire. Entriamo in Montecatini baldanzosi, con il nostro bel foglietto con le indicazioni stradali: passiamo un paio di rotonde indenni ma quando si tratta di imbroccare la svolta a destra giusta, canniamo clamorosamente, finendo in un dedalo di sensi unici, stradine senza nome ed alberghi piccoli e grandi. Quando ci ritroviamo quasi in campagna, Marta, la moglie di Orlando, decide di estrarre l’iPhone e correre in soccorso dei soliti maschi ottimisti. Con la coda tra le gambe riprendiamo a girellare tra le viuzze, fino a quando l’infittirsi del traffico lascia presagire la vicinanza al teatro. Canonici cinque minuti di caccia al parcheggio, poi in marcia verso l’ingresso.

Non ero mai stato al Verdi, ma mi immaginavo meno pubblico. Invece no, tutto esaurito, più di 1.500 persone stipate del teatro tenda per assistere ad uno spettacolo dalla durata prevista di cinque ore. Attimo di sconforto dell’Apolide, segnalato dai soliti, curiosi, lamenti soffocati. L’Apolide odia la folla, specialmente in grandi concentrazioni. La sua anima elitaria, con la quale ingaggia una lotta quotidiana, lo spingerebbe a fuggire a gambe levate ma, visto che è venuto con l’auto dell’amico Orlando è costretto a fare buon viso a cattivo gioco. La prospettiva delle cinque ore seduti lo allarma moderatamente, ma spera comunque in una serata carina. Nel foyer del teatro, primo giro esplorativo con gli occhi per verificare se, come suo solito, sia “overdressed”. Conferma rassicurante: anche stavolta si è vestito troppo bene, niente di strano. Infila nella tasca del cappotto sia i guanti da sera che la sciarpa di seta, decisamente poco indicate e resta in giacca e cravatta, storcendo la bocca di fronte ai ragazzotti in maglione e jeans (no, amico Stefano, te eri comunque stilosissimo anche con il maglione a righe ^_^). Il tempo di un paio di sigarette (maledetta dipendenza da nicotina) e poi ai propri posti, non troppo convenientemente situati nelle ultime file del teatro (e siamo già stati fortunati a trovarli, alla faccia della crisi), con la canonica espressione da spettatore iper-critico (il classico “a comico, facce ridé!”).

La prima parte della serata, fino alla mezzanotte, scorre via abbastanza piacevolmente. Aprono un gruppo livornese, i “Rubber Soul”, ex cover band dei Beatles che si è finalmente accorto che con le cover difficilmente si campa. Un paio di canzoni disco anni ’70 mi fanno sorgere il sospetto che la serata sarà musicalmente infelice. Incrocio le dita giusto in caso: non servirà a niente. La band non è malaccio, ma il tecnico del suono ha cannato clamorosamente il mix, tanto che la voce del cantante si sente a malapena. Primi mugugni sparsi in sala, scomparsi subito quando al loro posto appare il primo comico della serata, il buon Niki Giustini, reduce della storica banda di “Vernice Fresca” che ha dato i natali artistici a gente come Carlo Conti, Leonardo Pieraccioni e Giorgio Panariello. Giustini parte con una serie di imitazioni di personaggi famosi, il pane e salame della comicità italiana. Alcune fortunate, altre molto meno convincenti, proposte comunque con l’intento dichiarato al pubblico di far dimenticare le ultime, confondendole nel mucchio. Quest’ansia alla Zelig (il personaggio di Woody Allen, non l’un tempo discreto show televisivo) la trovo particolarmente infelice ma tant’è. Complessivamente un intervento decente, di mestiere, frutto di anni passati a calcare palchi molto meno importanti di quello del Verdi. Avere di fronte una platea del genere, specialmente da queste parti, non capita tutti i giorni: comprensibile che Giustini non volesse buttare l’occasione concentrandosi su poche imitazioni riuscite. Dopo qualche tempo, gli dà il cambio Cristiano Militello, ex comico che ora sembra specializzato nello sfruttare fino alla noia l’unica idea veramente originale che gli sia mai venuta, la rassegna degli striscioni calcistici che fa a “Striscia la Notizia”. Spero che Militello torni a fare le sue routine di stand-up comedy ma non sono fortunato: anche stasera passa mezz’ora a raccontare storie di striscioni ed a far vedere i dietro le quinte dei famosi “saluti a Greggio e alla Hunziker” e dei tanti -troppi- vecchini svaniti e fuori di melone che regolarmente porta di fronte alla telecamera. La sensazione, piuttosto fastidiosa, è quella di aver pagato le vecchie centomila lire per guardarsi roba che puoi avere gratis ogni settimana guardando Canale 5, ma il pubblico, addestrato da anni di vaccate in televisione, sembra non protestare. Sarò io che sò strano, che vi devo dire. Passiamo oltre, altrimenti mi passa tutta l’ispirazione.

Sono passate da un pezzo le ventitrè e sul palco arriva Graziano Salvadori, altro reduce di Vernice Fresca ed Aria Fresca che, come Giustini, non ha ottenuto il successo che meritava. Invece di riproporre i personaggi di un tempo, Graziano ha il buon gusto (artistico) di proporre qualcosa di nuovo, una specie di monologo sulle “gioie” del matrimonio e della paternità. Non il massimo della creatività, certo, ma se non altro si tratta di materiale non visto e stravisto. Il pubblico apprezza. D’altro canto, non si vive solo di ricordi. La mezzanotte si avvicina e iniziano a circolare per la sala un gruppo di hostess con calici di plastica riempiti di una non meglio determinata bevanda con bollicine. L’amico Stefano, sommelier, prova a controllare di cosa si tratti: la sua espressione schifata varrebbe da sola il prezzo del biglietto. Sul palco tornano i Rubber Soul e si riparte con la disco anni ’70. Niente da fare, gente, stasera musicalmente ci sarà parecchio da penare. Per il canonico conto alla rovescia, Giustini, Militello e Salvadori tornano sul palco e, tra la solita musica “festaiola” che al sottoscritto ha sempre fatto una tristezza infinita, si aspetta con il bicchiere in mano l’arrivo del nuovo anno. La bevanda con le bollicine, nonostante tutti i tentativi, evapora e si scalda, raggiungendo livelli di schifezza raramente visti nella patria del buon bere ma non è che ci si aspettasse molto di meglio. Nonostante l’ideona di Niki Giustini, ovvero dieci secondi di silenzio dopo lo scoccare della mezzanotte, tanto per creare un “evento”, alla mezzanotte ed un secondo il teatro esplode tra urla e giubilo. Le coppiette, che occupavano militarmente la sala, iniziano a baciarsi. Ai single come l’Apolide, oggi più che mai, nessuno pensa mai. Tant’è, se vi pare. In una specie di rompete le righe generale, con la band che continua a spaccare i timpani con robaccia anni ’70 suonata discretamente ma sempre inascoltabile, il vostro beneamato padrone di casa esce fuori, fa le due-tre telefonate di rito per gli auguri della mezzanotte, si fuma la prima sigaretta dell’anno (stavolta non farò nemmeno finta di smettere, come ogni anno; tanto riprendo nel giro di due settimane) ed osserva la varia umanità raccolta nel foyer e nel piazzale di fronte all’ingresso. Tutti attaccati al telefonino, a rispondere furiosamente agli SMS degli amici o a controllare cosa si dica sul faccialibro. La cosa mi deprime alquanto, quindi decido di lasciare spenta la connessione dati. Risponderò più tardi, tanto non muore nessuno.

La scaletta prevederebbe l’arrivo di Paolo Ruffini e della sua band del Nido del Cuculo, reduce dallo spettacolo a Pisa al quale dovevamo partecipare anche noi, ma le cose vanno per le lunghe. Nella sala continua il supplizio anni ’70, con la band che si danna l’anima per evitare sommosse popolari proponendo il peggio del peggio della disco, dai Village People a Donna Summer, con l’occasionale pezzo ascoltabile (“Last train to London” degli Electric Light Orchestra). L’Apolide, come suo solito, sta in disparte appoggiato ad una balaustra, cercando di ignorare la coppia di ballerini scatenati che sembra andare in brodo di giuggiole ad ogni pezzaccio infame che la band attacca. Quasi quasi verrebbe voglia di chiedere l’antidoping, ma è una cattiveria passeggera. Finita la fase disco, raggio di luce stile “Blues Brothers” sull’Apolide: dopo una breve pausa, la band ha un’attacco di presunzione ed affronta a cuor leggero “Jazz Carnival” degli Azymuth, pezzo jazz-funk piuttosto complicato che da noi è conosciuto come la storica sigla del programma di Minoli “Mixer”. Il tastierista, evidentemente nervoso, fa tutta la prima parte in una chiave sbagliata, mandando nel caos il resto della band. Il bassista, altrettanto intimorito, sembra ogni tanto perdere il tempo e semplifica vergognosamente la classica linea di basso sincopata. Si evita il disastro solo grazie al batterista, che continua a pestare regolare come un metronomo. Se proprio volevano uno strumentale per far riposare il cantante, potevano scegliere molto meglio. Fortunatamente (per loro), il pubblico è talmente di bocca buona da non accorgersi di niente. Invece di andare lentamente verso qualcosa di decente, si sprofonda nuovamente nel trash più puro, passando dalla Berté fino al minimo del minimo, un raggelante trittico di pezzi dei Bee Gees. Evidentemente avevo un credito verso gli dei della musica da scontare. Non si spiega altrimenti un tale supplizio. Il pubblico è tornato al suo posto e sopporta di tutto, anche una versione di “Don’t stop ‘til you get enough” musicalmente discreta ma con una parte vocale da far rivoltare nella tomba il povero Michael Jackson. Appena sento le note di un pezzo di Renato Zero, decido che ne ho abbastanza ed esco a fumare, incrociando Graziano Salvadori che si lamenta del catering. Capita, purtroppo.

Alla fine, con quasi due ore di ritardo, arriva anche il momento di Paolo Ruffini, ex vj di MTV assurto ad una certa celebrità grazie ai doppiaggi di spezzoni di film e programmi televisivi in livornese, non certo roba da palati sopraffini ma talmente grevi da causare raffiche di risa incontrollabili da parte degli spettatori toscani. Non so quali effetti possano avere tali filmati su un non toscano o come faccia, che ne so, uno di Bolzano a capire gran parte dei termini usati dai doppiatori, tratti dal peggio del peggio dell’armamentario di volgarità di cui è ricchissimo il vernacolo livornese. Il pubblico, evidentemente, non aspettava altro: i filmati trasmessi in attesa dell’arrivo di Ruffini e della band sono accolti da esplosioni di ilarità tonanti, nonostante alcuni di essi siano al limite dell’oscenità in luogo pubblico. D’altro canto, inutile nasconderselo, la costa toscana ed il basso Valdarno non è che siano luoghi conosciuti per la particolare raffinatezza della popolazione. Le eccezioni ci sono (beh, insomma, il sottoscritto…) ma la media generale è di una grevità abbastanza profonda, espressa da intercalari che, anche quando non apertamente blasfemi, sono certamente inadatti ad una qualsiasi conversazione tra persone bene educate. Non ripeto tali interiezioni per rispetto verso la sensibilità dei frequentatori dell’antro ma basterà fare una ricerchina su Youtube per avere di fronte un’infinità di esempi. Quando si passa dai filmati allo spettacolo vero e proprio, costruito in gran parte con il contributo non si sa quanto genuino e non preparato di esponenti del pubblico, le risate lasciano il posto all’imbarazzo. Una raffica di domande imbarazzanti, travestimenti ridicoli, battute recitate malissimo, una specie di incrocio tra la “Corrida” e “Mai dire Grande Fratello”. Il pensiero che i partecipanti non siano selezionati del tutto a caso (accà nisciuno è fesso) rende tollerabile lo spettacolo, in sé abbastanza umiliante. Verrebbe voglia di fare considerazioni forbite sullo stato penoso dell’etica nazionale e sulla smania di protagonismo autolesionista che sembra pervadere la nostra società ma meglio soprassedere. C’è anche una lite sul palco, non si sa se preparata o no, con una moglie che sale inferocita per evitare che il marito rimanga in mutande. L’imbarazzo di Ruffini fa pensare che si tratti di un incidente vero, ma non si sa mai. Visto il ritardo monumentale e le cinque e passa ore passate a sedere, aspettare la fase più conosciuta degli show, il doppiaggio in diretta degli spezzoni, non è un incentivo sufficiente ad evitare che, verso le quattro di notte, si decida di riprendere la via di casa. Quattro risate le abbiamo fatte ed abbiamo quasi un’ora di auto da fare. Let’s call it a day.

Più o meno è andata così la prima serata del 2011 dell’Apolide. A questo punto un bello “Estiqaatsi” ve lo concedo pure, visto che ho scritto più di 2.000 parole per raccontare una sola serata con gli amici. Comunque sappiate che poteva andare anche peggio. Vi ho risparmiato le considerazioni sulla finta bionda che si è fatta per almeno cinque volte il corridoio del teatro con un abito scosciato sperando che qualcuno la abbordasse, come pure le considerazioni sullo stato della professione giornalistica fatte con l’amico Orlando sulla strada del ritorno (possibile che appena si trovano due giornalisti si mettano inevitabilmente a parlare del mestiere? Gli ingegneri non lo fanno, i geologi nemmeno, perché mai noi giornalisti non riusciamo a trattenerci dall’ammorbare i non membri della categoria coi nostri affari di bottega?). Ritenetevi quindi fortunati e perdonate questo mio atto di vanità, nato come scappatoia per evitare di cercare un pezzo da tradurre e finito in una maratona autoreferenziale ed autolesionista (ben mi sta). Da domani riprenderanno le trasmissioni normali sull’antro e dalla settimana prossima tornerà tutto alla normalità (ringraziando Iddio). Per fortuna che giovedì riprende il campionato. Pochi giorni all’alba. Teniamo duro, gente!

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