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Foto trovata su libertarian-international.orgNon si vede ancora la luce alla fine del tunnel statalista, ma nel campo liberal-libertario partono le guerre di religione tra le sette l’un contro l’altra armate. Eppure chi si candida con posizioni centriste libertarie, come Carlos Gutierrez in Costarica, vince le elezioni. Essere un filino più pratici, no? Dopo il salto un’analisi di Ilya Somin. Enjoy.

In un mondo che sembra sempre più deciso ad avanzare lungo la perigliosa strada dello statalismo socialista, c’è chi ancora ha il coraggio e la forza di immaginare un futuro diverso, un futuro dove sia l’individuo a tornare al centro della vita economica e sociale, dove i burocrati tornino a passare carte senza pretendere di decidere chi deve fare cosa o perché, dove gli economisti se ne stiano dietro alle loro comode cattedre invece di pensare a come rendere più “efficiente” o “equo” il sistema economico al quale tutti dobbiamo la nostra residua prosperità. Questi inguaribili romantici sono definiti “libertari” e, se nell’Europa continentale sembrano costretti ad un’esistenza semi-clandestina, negli Stati Uniti possono contare sull’appoggio di una consistente fetta della popolazione. Visto il sistema bipartitico, i libertari sono costretti a scegliere con chi allearsi per portare avanti i propri ideali. Recentemente, sul magazine di riferimento dell’area libertaria, Reason, è uscito un confronto tra chi spinge per un’alleanza con la sinistra e chi preferisce lavorare fianco a fianco con i conservatori. Ilya Somin di Volokh Conspiracy ha postato un’analisi molto interessante sull’intera questione, esaminando quel “centrismo libertario” che sembra l’unico in grado di garantire qualche successo in campo elettorale, come provato dall’elezione al parlamento di Carlos Gutierrez in Costarica. Un dibattito come se ne vedono pochi da queste parti: niente citazioni dotte a raffica, niente insulti reciproci, solo un’attenta valutazione di cosa sia meglio fare per portare avanti i propri ideali. Un comportamento che l’Apolide vorrebbe tanto veder replicato dai libertari italiani, che spesso soffrono di manie di protagonismo o pensano solo alla gestione del proprio orticello. Speriamo…

L’Apolide

Dal “liberaltarianesimo” al centrismo libertario?
Ilya Somin
Originale (in inglese): The Volokh Conspiracy
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Il mensile Reason ha pubblicato un interessante dibattito sulle possibili strategie politiche del movimento libertario. Con chi dovrebbero allearsi i libertari? Con i conservatori? Con la sinistra? Con nessuno? L’editorialista conservatore Jonah Goldberg ed un leader dei Tea Party Matt Kibbe sostengono che andrebbe riformata quell’alleanza tra libertari e conservatori che è stata gravemente danneggiata, se non distrutta del tutto, durante gli anni della presidenza Bush. Lo studioso del Cato Institute Brink Lindsey non è affatto d’accordo. Anche se sono più vicino alle idee politiche di Lindsey che a quelle di Goldberg, in questo dibattito sono piuttosto d’accordo con le posizioni di quest’ultimo.

I. La ritirata dal “liberaltarianesimo” di Brink Lindsey.

Lindsey sembra aver cambiato idea da quando, nel 2006, espresse la molto discussa chiamata ad una coalizione “liberaltariana”, tra libertari e la sinistra.

Oggi, Lindsey vede con più favore un tentativo dei libertari volto ad occupare “il centro”, visto che, secondo lui, un’alleanza con la sinistra è altrettanto improbabile che una con la destra:

Questo vuol dire che i libertari dovrebbero forse allearsi con la sinistra? No, anche questa non è una scelta auspicabile. Credo che si promuovano più efficacemente gli ideali libertari usando il linguaggio della sinistra più che quello dei conservatori. Ma è ormai chiaro che, ora e nell’immediato futuro, la sinistra non può offrire un rifugio più sicuro ai libertari di quanto non possa fare la destra.

Sarebbe interessante sapere cosa ha fatto cambiare idea a Lindsey. Sospetto che sia la vasta espansione dello stato promossa dall’amministrazione Obama sia il declino delle opinioni relativamente favorevoli al libero mercato tra gli intellettuali di sinistra siano stati fattori determinanti. La nuova visione del “liberaltarianesimo” di Lindsey è oggi molto simile a quella da me sostenuta quando pubblicò la sua proposta originale: che la sinistra ed i libertari hanno molto in comune quando si tratta di valori universali, ma molto poco quando si tratta di tradurli in azioni politiche.

II. Come sarebbe un libertarismo di centro?

Sarei anche interessato a saperne di più a proposito della chiamata di Lindsey di “occupare il centro”. L’autore fornisce una serie di consigli:

Dichiarare la propria indipendenza sia dalla destra che dalla sinistra richiederebbe cambiamenti importanti. La collaborazione con la destra sulle tematiche riguardanti il libero mercato dovrebbe essere sostituita da un livello equivalente di collaborazione con la sinistra sui temi della libertà personale, dei diritti civili e delle scelte di politica estera. Si dovrebbe anche riservare i finanziamenti a quei candidati il cui impegno per la libertà personale vada oltre ai temi economici. Attraverso le risorse che mettano in campo, le cause che appoggiano, il loro linguaggio e la scelta dei candidati, i libertari dovrebbero rendere quanto più chiaro possibile che le loro differenze dalla destra sono altrettanto importanti di quelle che li separano dalla sinistra.

Quello che non capisco è come il programma di Lindsey si differenzi da quello che molte organizzazioni libertarie stanno già facendo. Molte di loro hanno a lungo sposato cause come la legalizzazione delle droghe (forse la vera bandiera del movimento libertario), togliere limiti all’immigrazione e limitare i poteri della polizia. Le politiche riguardanti la difesa sono un argomento altamente divisivo tra i libertari stessi, come dovrebbe ben sapere lo stesso Lindsey. Eppure, i libertari più isolazionisti non hanno avuto timore di esprimere questa differenza tra loro ed i conservatori. Lo stesso datore di lavoro di Lindsey, il Cato Institute, è un buon esempio. Guardandosi intorno è difficile nominare una sola organizzazione libertaria o un think tank che non si sia impegnato in battaglie che l’hanno messo in rotta di collisione con i conservatori. Al livello popolare, infatti, gli elettori che simpatizzano per i libertari sono stati degli “swing voters” nelle ultime tornate elettorali, dimostrando uno scarso senso di lealtà verso qualsiasi partito.

Il fatto che questo non sia risultato in un “livello equivalente” di collaborazione con la sinistra a quello che si ha con la destra sui temi economici è dovuto principalmente al fatto che pochi esponenti della sinistra sono stati disponibili a collaborare con i libertari. Sembra sorprendente, infatti, come gli sforzi di Lindsey di formare una coalizione “liberaltaria”, che sono stati pubblicizzati in lungo e in largo, abbiano causato una risposta tanto debole da parte della sinistra. Lo stesso si può dire per tentativi simili portati avanti da altri importanti intellettuali libertari. Un altro elemento che ha reso quest’alleanza improbabile è il fatto che l’attenzione della sinistra verso le libertà “non-economiche” è diminuita costantemente negli ultimi decenni. Molti a sinistra oggi favoriscono politiche paternalistiche, la censura degli “hate speech”, l’imposizione forzosa della “diversity” e così via. Ci sono ancora diverse questioni sociali dove libertari e sinistri possono ancora lavorare a fianco. Ma ce ne sono molte altre dove la sinistra preferisce non il laissez-faire ma un tipo diverso di intervento governativo da quello prediletto dalla destra sociale.

Un centrismo libertario di successo – se fosse davvero possibile – avrebbe bisogno di fondamenta ben più forti di quelle che traccia Lindsey. Tra le varie cose necessarie, dovrebbe superare le difficoltà legate all’operare all’esterno dei due partiti principali in un sistema bipartitico come il nostro. La lunga storia di fallimenti del Partito Libertario non può essere sottovalutata. Dovrebbe anche fare i conti con i fatti ricordati da Goldberg: molte delle posizioni dei libertari semplicemente non sono centriste perché sono lontane da quelle tenute dall’elettore medio.

Anche se si riuscisse a creare un forte movimento centrista libertario, non verrebbe meno la necessità di formare coalizioni o con la destra o con la sinistra. Fino a quando i libertari non saranno una maggioranza nella popolazione (ed ora non sono più del 10–15% dell’elettorato), non possono vincere senza collaborare con altri movimenti politici.

III. L’alternativa libertaria-conservatrice.

Nel breve periodo, credo non possa esserci alternativa ad una qualche forma di coalizione politica con i conservatori, posizione da me auspicata nel 2008, poco dopo l’elezione di Obama. Come temevo, Obama ed i democratici hanno calcato parecchio la mano sull’aumento della spesa pubblica e dei controlli statali sull’economia – proprio quegli argomenti che separano i libertari dalla sinistra, avvicinandoli ai conservatori. Inoltre, la reazione conservatrice contro Obama ha assunto in buona parte una forma che sposa i principi di governo minimo avocati dai libertari, piuttosto che le forme nativiste o populiste che sarebbero potute prevalere con altrettanta facilità. Va notato come il movimento dei Tea Parties si sia in grandissima parte concentrato su tematiche libertarie, al punto di provocare la reazione di alcuni conservatori sociali, che si sono lamentati della mancanza delle tematiche a loro care.

Forse è ancora più importante che i libertari siano così interessati nel restaurare la cosiddetta coabitazione, situazione che renderebbe molto più difficile per i democratici l’aumentare ancora i poteri del governo. Storicamente, i periodi di coabitazione sono stati molto propizi per la riduzione delle competenze del governo. Al momento, l’unico modo per ritornare alla coabitazione è quello di collaborare con i repubblicani conservatori. Spero in una vittoria dei repubblicani nel 2010 per le stesse ragioni che, nel 2006, mi spinsero ad augurarmi una vittoria dei democratici.

Penso anche che molte delle obiezioni di Lindsey contro un alleanza tra libertari e conservatori siano esagerate. Per esempio, lui sostiene che il movimento conservatore non è un possibile alleato dei libertari perché è stato dirottato da “un populismo fanatico ed anti-intellettuale, incarnato (tra tanti, tanti altri) da Sarah Palin e Glenn Beck”. Non sono un sostenitore né della Palin né di Beck. Eppure bisogna notare come qualsiasi movimento politico importante ha la sua quota di demagoghi che non vanno troppo per il sottile. Come lo stesso Lindsey ammette, i libertari ed i conservatori sono stati in grado di cooperare in maniera proficua su molti temi dagli anni ’70 agli anni ’90. Non capisco perché oggi la Palin e Beck dovrebbero essere molto più impresentabili di quanto non lo fossero Phyllis Schlafly, Jerry Falwell e Jesse Helms allora. L’attivista conservatore medio di trent’anni fa era molto più anti-intellettuale, populista e xenofobo di quanto non lo sia oggi un attivista dei Tea Party, il quale, in media è meglio educato del resto della popolazione e cita spesso autori certo non popolari come Hayek.

In ultima analisi, mi sembra che la destra si trovi in uno stato fluido oggi. Dopo aver subito due brucianti sconfitte nel 2006 e 2008 ed aver assistito al fallimento dei tentativi di Bush di consolidare il dominio dei repubblicani tramite il “compassionate conservatism”, molti repubblicani conservatori potrebbero essere tentati dal muoversi verso una posizione più favorevole verso il governo minimo. L’ascesa agli altari di repubblicani libertari come Mitch Daniels Paul Ryan è prova di questo possibile spostamento. I libertari potrebbero aiutare il GOP in questa transizione. Al contrario, ci sono ben poche speranze di essere in grado di variare di un solo centimetro la rotta dei democratici, proprio quando la gran parte di loro sembra più determinata che mai ad espandere i poteri del governo e molto meno disposta di quanto poteva essere dieci anni fa a considerarne una possibile riduzione. Una sconfitta potrebbe cambiare questo stato di cose, come successe negli anni ’80 e ’90. Ma prima di anche considerare una mossa del genere, è probabile che ci vorrà una bella batosta.

Detto questo, penso che ci sia molto da condividere nella critica che Lindsey fa alla destra quando punta l’indice contro le sue tendenze nazionaliste, illiberali, intolleranti e xenofobiche. Su questi argomenti, Lindsey è più convincente di quanto non sia la risposta di Goldberg. La classica critica del conservatorismo di Hayek continua ad essere attuale. Per queste ragioni, non propongo niente che anche si avvicini al “fusionismo” proposto a suo tempo da Frank Meyer. Sono lontano dai conservatori su troppi temi per augurarmi un esito del genere (vedi, ad esempio, quiquiqui). Una collaborazione politica di breve o medio respiro non è un’affinità ideale completa. Non propongo di ignorare i molti errori della destra o dimenticare gli sbagli dell’era Bush. Gli alleati politici non devono essere anime gemelle. Ma potremmo e dovremmo riconoscere che, in questo momento, abbiamo molti importanti obiettivi in comune.