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Immagine trovata su blog.heritage.comTutto il mondo parla dell’esecuzione di un pazzo scatenato che ormai quasi nessuno ascoltava più, nemmeno nella tanto temuta “strada araba”. Da queste parti, invece, si parla delle cose che contano davvero: il futuro dei media, dell’informazione e della libertà. Don’t believe the hype. Never.

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Questo post avrebbe avuto anche un certo senso quando l’avevo iniziato, ovvero nelle prime ore dopo la “clamorosa” eliminazione di OBL. Ora, purtroppo, è clamorosamente invecchiato. Visto però che avevo quasi tradotto l’articolo di Gary North qui sotto, mi sono fatto prendere dall’infingardia. Invece di cestinare il tutto come al solito, eccovi il pezzo nudo e crudo, senza giringiri di parole del sottoscritto. Sarò telegrafico a proposito del can-can su OBL e company. Notizia non rilevante giornalisticamente parlando. Meritava qualche riga, un montaggio con immagini di archivio e niente altro, IMVHO. OBL era già defunto ben prima che chissà chi lo facesse fuori. Il suo progetto politico era diventato troppo sfacciato, poco pratico e, soprattutto, aveva scatenato la reazione dell’Occidente. I piani di conquista, impliciti o espliciti, ci sono da un bel pezzo e non hanno bisogno di tirar giù grattacieli. Un tempo OBL è stato utile a chissà chi. Ora non serviva proprio più a nessuno, neanche ai suoi protettori/padroni dell’ISI come merce di scambio o strumento di pressione. Il Pakistan ha quindi deciso di risolvere un problema, magari guadagnando punti con Ohblabla, concedendo l’autorizzazione non ufficiale ad andargli in casa e farlo fuori. L’ISI e compagnia barbona sperano che il resto del mondo si dimentichi che il Pakistan ha ospitato quello che, a torto o a ragione, era considerato il pericolo pubblico numero uno per anni e anni, garantendogli l’impunità assoluta e la protezione dalle attenzioni di amici e nemici, che sarebbero stati ben lieti di fargli la pelle. Nothing to see, insomma. Parliamo di cose importanti, che è molto meglio. Gary North sez it better. Buona lettura e alla prossima, sperando di riuscire a dormire più di quattro ore a notte…

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La lenta morte del “New York Times”
Gary North
Originale (in inglese): Reality Check (n° 1062, 3 maggio 2011)
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Cos’è nero, bianco ma pieno di segni rossi?
Risposta: il bilancio del “New York Times”.

Questa battuta è apparsa nel programma televisivo satirico “The Daily Show”, nel quale si prendeva per i fondelli il giornale. Lo potete vedere a questo link:

http://www.garynorth.com/public/7963.cfm

Il segmento in questione è di due anni fa. All’epoca trovai interessante che a saltarci sopra per trarne beneficio fu proprio “Newsweek”, che nel frattempo ha dichiarato bancarotta.

Sia il segmento che la sessione di domande e risposte sul Times sono molto divertenti ma, visto che nell’ultimo trimestre il giornale ha perso 74,5 milioni di dollari, le risate ci fanno sentire un poco colpevoli. Non è forse come sparare sulla Croce Rossa?

http://bit.ly/DyingNewsweek

Non so se l’autore del pezzo si sentisse colpevole. Non so nemmeno se sta ancora lavorando per “Newsweek”. La società proprietaria del settimanale, lo stesso “Washington Post” che una volta era una miniera d’oro, l’ha venduto per un dollaro (più tutti i suoi debiti) ad un 91enne multi milionario nell’agosto 2010. Lui è morto l’11 aprile 2011. (I soldi del Washington Post vengono dai programmi educativi della Kaplan. Il fatturato della impresa editoriale è marginale, ormai).

E così succede ovunque, giornale dopo giornale. I giovani non li leggono più. Con Craigslist gratuito o molto economico, chi vuol comprare o vendere tramite annunci non paga più il prezzo del giornale. Gli inserzionisti locali pagano meno per la pubblicità perché gli abbonamenti sono in calo verticale. I giornali, che una volta erano ricchi e tronfi, ora non sono che le carcasse di quello che erano negli anni ’90.

Nessun giornale metropolitano è ancora passato completamente al digitale. Dipendono ancora dagli abbonati per fornirgli notizie stampate vecchie di un giorno. Gli unici che ancora comprano roba del genere sono gli anziani. Questa è la fascia demografica delle pensioni pubbliche. I giornali locali sono anche presenti online, ma i loro incassi globali sono in continuo calo. La componente online del loro fatturato è bassa rispetto a quella della carta stampata. Ma gli incassi della carta stampata stanno calando molto più in fretta di quanto non salgano gli incassi online. Nel frattempo il giornale deve continuare a pagare gli stipendi per mantenere viva la componente cartacea.

In un comunicato stampa del 21 aprile, il “New York Times” ha fornito i dati trimestrali. In quello che si dice sia un periodo di ripresa economica nazionale, il “Times” ha costi molto alti ed incassi in calo. Il comunicato stampa li definisce “guadagni diluiti” (hahahaha, meravigliosi! ndApo).

NEW YORK–(BUSINESS WIRE)–La New York Times Company (NYSE: NYT) ha annunciato oggi che i guadagni “diluiti” del primo trimestre del 2011 sono stati di 4 centesimi di dollaro ad azione; nel 2010 i guadagni erano stati di 8 centesimi ad azione. Esclusi i pacchetti di liquidazione e gli eventii speciali discussi più avanti, i guadagni “diluiti” per azione sono stati 2 centesimi nel primo trimestre 2011 mentre nel 2010 erano stati 11 centesimi.

Il profitto operativo è di 31,1 milioni di dollari nel primo trimestre 2011, comparato con 52,7 milioni di dollari nel corrispondente periodo del 2010. Esclusa la svalutazione, l’ammortizzazione e le liquidazione, i profitti operativi sono stati 60,5 milioni di dollari nel primo trimestre 2011, invece di 83,3 milioni nel primo trimestre 2010.

Questo sarebbe già abbastanza negativo. Considerato il fatto che le cose vanno così, trimestre dopo trimestre, da un bel pezzo, senza prospettive di miglioramento, suona ancora peggio. Ma non temete! Janet Robinson, presidente e CEO, ha dato una spiegazione che tra qualche anno potrebbe valerle l’ambito Premio per l’Entusiasmo Aziendale Kenneth Lay (il CEO di Enron che, anche quando la ditta era ad un passo dalla bancarotta, sprizzava entusiasmo da tutti i pori ndApo).

“La nostra performance riflette il processo di trasformazione della nostra Ditta, che ha compiuto una tappa fondamentale nel primo trimestre”, riporta Janet L. Robinson, presidente e chief executive officer della The New York Times Company. “Sicuramente le sfide per la nostra Ditta non sono ancora finite, come per l’economia in generale, ma il lancio dei nuovi pacchetti di abbonamento generale su NYTimes.com e su altre piattaforme digitali (non mi dire… il mirabolante iPad, vero? Patetici. ndApo) hanno fatto diventare realtà il nostro piano per fornire una nuova fonte di fatturato alla Ditta, dandoci un’altra ragione per essere ottimisti sul suo futuro”.

http://bit.ly/NYTimesFlak2011

LA PANAM ED IL “TIMES”

Non è la prima volta che vediamo un comportamento del genere. La Pan American Airways è stata la principale compagnia aerea americana internazionale dal secondo dopoguerra fino agli anni ’70. Era in grado di sfruttare al massimo una serie di accordi tra i governi per fissare i prezzi del trasporto aereo. Questi accordi erano implementati dalla IATA, la International Air Transport Association. L’articolo di Wikipedia descrive il funzionamento della IATA all’epoca.

Una delle sue funzioni principali era di agire come organismo che fissava i prezzi per i biglietti aerei internazionali. Dopo un accordo fissato nel 1944, i prezzi del trasporto aereo erano fissati con una serie di accordi governativi bilaterali, piuttosto che lasciati al libero mercato. Alle compagnie aeree era concessa un’eccezione speciale da ognuna delle principali agenzie mondiali per consentirgli di regolare i prezzi tramite questo organismo.

Originariamente sia le compagnie interne che internazionali erano pesantemente regolate dalla IATA. A partire dal 1978 negli Stati Uniti e più tardi in Europa, la deregulation interna mostrò i benefici derivanti dal libero mercato per i consumatori, sotto forma di prezzi più bassi per i biglietti, e per le compagnie aeree, che potevano regolare meglio le proprie reti. Questo portò alla firma di accordi bilaterali “cieli aperti” che indebolirono il meccanismo di regolazione di prezzi della IATA. Negoziati sono in corso dal 2003 per creare un mercato comune del tutto privo di regole che copra gli spazi aerei di Nord America ed Europa.

La IATA fu demolita dalla Laker Airways nel 1977. Sir
Freddie Laker iniziò ad offrire biglietti aerei super-scontati dall’aeroporto londinese di Gatwick al JFK di New York. In seguito aggiunse altre città all’offerta. Chiamò questi voli “charter”, una categoria di voli meno sottoposti ai vincoli della IATA. Le cose andavano benissimo quando, il 4 maggio 1979, Margaret Thatcher entrò a Downing Street. La lady di ferro approvava del tutto la guerra dei prezzi di Laker. La linea aerea andò in bancarotta con la depressione del 1981, ma il futuro della IATA era già segnato. I biglietti scontati che Laker aveva offerto divennero molto popolari. La pressione politica per applicare la “deregulation” divenne enorme. Il processo era già iniziato negli Stati Uniti sotto la presidenza Carter. Il Senatore Kennedy appoggiò l’idea della deregulation delle linee aeree. La storia della liberazione dal monopolio della IATA fu raccontata in un libro del 1982 da Ralph Nader. Lui capì chiaramente che la IATA era stata distrutta da Laker (si prega di notare come i sinistri infami di Schifopedia “dimentichino” una personcina piuttosto ammodo che ebbe un ruolo, diciamo, “non marginale” nella deregulation, visto che combatté duramente per imporla. Un certo ex attore dal sorriso smagliante, mi sa che ne avete sentito parlare, un certo Ronald Wilson Reagan… ndApo).

http://bit.ly/NaderIATA

La concorrenza iniziò a funzionare sul serio. La Pan Am aveva sviluppato il suo modello di business dando per scontate le regole della IATA. Ora la IATA non era più in grado di imporle a nessuno. La PanAm iniziò a perdere miliardi su miliardi di dollari. I suoi biglietti erano troppo cari. Le sue rotte non abbastanza redditizie.

La PanAm era rimasta in affari grazie ad un sussidio nascosto fornito dal governo alle sue rotte internazionali: grossi limiti alla concorrenza. Alla fine fu affossata proprio dal governo.

Quando l’Airline Deregulation Act divenne legge, nel 1978, conteneva due clausole. La “clausola A” permetteva alle linee aeree interne di operare sulle rotte internazionali, mentre la “clausola B” permetteva alla PanAm di operare sulle linee interne. Solo la “clausola A” divenne operativa, visto che le altre compagnie aeree convinsero il Congresso che la PanAm avrebbe monopolizzato tutte le linee aeree americane, anche se l’ultima volta cui fu permesso alla Pan Am di fondersi con un’altra compagnia fu nel 1950, quando gli fu permesso di comprare la American Overseas Airlines dalla American
Airlines. Alla fine, le compagnie interne americane iniziarono a fare concorrenza alla Pan Am sulle rotte internazionali.

http://en.wikipedia.org/wiki/Pan_American_World_Airways

La PanAm non si riprese mai. Nel 1981, nel bel mezzo della recessione, la PanAm vendette l’omonimo grattacielo alla Metropolitan Life. Nel 1963, il grattacielo Pan Am era il più grande edificio commerciale al mondo, 2,4 milioni di piedi quadrati. Dopo il 1981, la PanAm mantenne la proprietà di soli quattro piani. Li abbandonò nel 1991, spostando il quartier generale a Miami. Poche settimane dopo, dichiarò bancarotta.

Nel 1977, i manager della PanAm avrebbero dovuto prevedere quello che stava per succedere. Avrebbero dovuto vendere la compagnia a qualche investitore pollo. Nel 1978 era chiaro a molte più persone che la compagnia era condannata. Ma il management tenne duro.

Nel 1981, la compagnia vendette il grattacielo. Avrebbe dovuto vendere le sue rotte e gli slot negli aeroporti, mantenendo il grattacielo.

Nel 1981, la PanAm era una compagnia immobiliare. Aveva ancora una scelta: mantenere il grattacielo a Manhattan e vendere gli impianti negli aeroporti oppure mantenere questi ultimi e vendere il grattacielo. I manager presero la decisione sbagliata. Alla fine del 1991, non avevano più immobili a mantenerli in piedi. La ditta semplicemente svanì nel nulla.

Il libero mercato uccise la PanAm. I manager continuarono a pensare “siamo una linea aerea”. In realtà erano una ditta immobiliare. Avrebbero dovuto concentrarsi su quegli edifici che valeva la pena mantenere. Ma erano ipnotizzati dal loro impegno passato a trasportare persone da una parte all’altra del mondo. Definivano la loro ditta in questi termini. Questo la condannò a morte. Senza la IATA e la Federal Aviation Administration in grado di imporre i prezzi minimi dei biglietti, la PanAm precipitò nel nulla.

Cosa c’entra questo con il “New York Times”? In termini di attivi, la Times Company è una ditta immobiliare. Prima di tutto possiede 800.000 piedi quadrati del grattacielo del Times. Questo è il suo asset principale, la sua perla di gran valore. Ma il management continua a pensare “siamo una ditta che raccoglie e filtra informazioni” (la seconda più della prima, sempre a favore degli amicicci sinistri, ovviamente – ndApo). Ora questo mercato è aperto alla massima concorrenza. Il “Times” non ha più un vantaggio competitivo. Ha solo costi fissi elevatissimi e un numero in continuo calo di lettori paganti.

In seconda battuta, il “Times” è una ditta immobiliare in termini di schermi di computer, il bene immobile più prezioso nel pianeta.

Sappiamo per certo che la gran parte delle persone visita regolarmente circa una dozzina di siti internet. Quando scelgono un nuovo sito, di solito smettono di seguire un altro sito.

Lettore dopo lettore, il “Times” sta scomparendo anche da questo mercato cruciale. Sempre meno nuovi lettori stanno seguendo il “Times” abbandonando uno dei loro siti preferiti.

Il “Times” arriverà al momento della verità tra un decennio, forse molto prima. La domanda sarà: “visto che abbiamo perso la corsa per gli schermi dei computer, dovremo vendere il grattacielo o il giornale?”

Penso che quel giorno venderanno il grattacielo. Proprio quel giorno, il Times raggiungerà la PanAm sulla strada per l’estinzione.

L’INFORMAZIONE KEYNESIANA

Dal punto di vista dell’economia, tutti i media mainstream sono keynesiani. I reporter e gli analisti da loro impiegati vedono tutti un budget federale enorme come la via per la prosperità. Non sono contrari ad un grosso deficit federale. Rifiutano totalmente l’idea di un bilancio in pareggio, la vedono come arcaica. In 50 anni non ho mai visto un solo articolo favorevole ad un surplus di bilancio che duri per una generazione che sia usato per ripagare completamente il debito federale. Quando si tratta dei debiti delle pensioni pubbliche e della società – tutti fuori dal budget federale – l’idea di un governo senza debiti è vista come immorale. L’idea di un governo nazionale senza debiti è discussa solo come una reductio ad absurdo ed una mostruosità morale.

Questa visione del mondo li porterà alla bancarotta. I numeri sui bilanci sembrano gridare “attenti alla bancarotta!”. L’editorialista ammette che ci sono “problemi”, “sfide” o qualsiasi altro eufemismo si usi per descrivere “una bancarotta inevitabile che preferisco ignorare”. Trattano il debito pubblico come la CEO Robinson tratta il bilancio del “Times”. Ha detto questo “Mentre le sfide per la nostra Ditta e l’economia in generale non sono ancora finite…”. Allora, il fatturato è in calo, i costi stanno aumentando. Cosa facciamo? “Evitiamo di parlarne in pubblico”.

Il sistema keynesiano è legato a doppio filo all’abilità del governo federale di fare debito e alla capacità della Federal Reserve di aumentare la base monetaria senza produrre la relativa inflazione dei prezzi. Un dottorato keynesiano è a capo della Fed, con l’aiuto di altri dottorati nel Board of Governors. Queste persone credono nel keynesianismo. Sono legate mani e piedi al keynesianismo. Quindi hanno messo il keynesianismo sul banco degli imputati. Se falliranno, il fallimento del keynesianismo minerà per sempre la fiducia della gente nel sistema in vigore.

I media finanziari sono collegati al keynesianismo. Ci hanno scommesso anche la casa. Quindi, quando le politiche keynesiane inizieranno a produrre risultati politicamente inaccettabili, i lettori abbandoneranno i media.

Questo processo è iniziato. Ron Paul è il simbolo cruciale di questa fuga. Paul Krugman, l’editorialista e blogger del “New York Times” ha scritto che la Fed non si è impegnata a fondo in un programma di stimolo perché Bernanke ha paura di Ron Paul, come se quello che la Fed ha fatto alla base monetaria non avesse già messo le fondamenta per l’iperinflazione se le banche commerciali ritirassero mai le loro riserve in eccesso dai forzieri della Fed.

Direi che la politica della Fed di disinteressarsi della disoccupazione è dovuta al fatto che Ron Paul sia il presidente della commissione della Camera sulla politica monetaria.

Addio all’indipendenza della Fed. Addio al futuro dei sempre più disperati disoccupati americani.

http://bit.ly/IntimidatedFED

Krugman ha capito come stanno le cose. Una parte crescente del pubblico vede con sospetto la Fed, grazie a Ron Paul. Krugman ed il suo vecchio collega di Princeton Bernanke non possono invertire questo processo.

Dal loro punto di vista le cose andranno di male in peggio. I lettori abbandoneranno i media mainstream per siti non legati all’establishment che metteranno alla gogna la Fed e con essa il keynesianismo.

I media mainstream stanno andando a gambe all’aria: le stazioni televisive come i grandi quotidiani come le agenzie sono finite. Non importa quello che faranno, i costi per il personale continueranno a minare la loro redditività. Stanno perdendo la battaglia cruciale, quella per i nuovi immobili “must”: gli schermi dei computer e quelli delle televisioni a schermo piatto. Internet ed il satellite gli stanno togliendo il piatto dalla tavola.

CONCLUSIONE

Questa è la fine di un’era. I giornali hanno dominato i media stampati dal 1840 al 1998. Fino a quando la FCC ha regolato la radio e la televisione, le compagnie tradizionali hanno dominato, dal 1930 al 1990. Le case editrici di New York City hanno dominato l’industria dell’editoria e della distribuzione. Oggi, ditta dopo ditta, sono sul punto di essere travolte. Le nuove tecnologie promuovono la decentralizzazione. Sono molto economiche. Non si possono ‘rimettere nella bottiglia’.

Queste sono notizie estremamente positive per la libertà e quindi estremamente negative per i keynesiani.

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