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Foto trovata su trivago.itNonostante tutta la buona volontà, l’eco dei risultati delle elezioni amministrative è giunto anche nell’antro reale dell’Apolide, producendo sconvolgimenti inaspettati per chi ha evitato accuratamente di leggere una sola riga di quello che stava succedendo. Riflessioni amare inevitabili.

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Per l’Apolide, da quando è sbarcato su questi ridenti (mica tanto) lidi, l’esistenza più o meno si divide in tre modalità: early, late ed off. Early significa sveglia alle 6, lavoro più o meno fino alle 16, cercare disperatamente di non dormire fino alla sera, svegliarsi al momento più sbagliato, crollare verso le 2 di mattina e ripetere il ciclo per cinque giorni consecutivi. Late significa tornare al ritmo di vita insensato ma al quale l’Apolide è tanto affezionato: sveglia alle 11, cazzeggio con brunch fino alle 12:30, al lavoro dalle 14 alle 23, a casa verso mezzanotte, sveglio fino alle 4 tra Youtube, Facebook e poco altro. Ripetere anch’essa per cinque giorni consecutivi. Poi c’è la modalità off, che anch’essa segue una routine ben precisa. Primo giorno libero dedicato alla canonica visita al supermercato per riempire il frigo, seguita dall’ozio più assoluto, qualche chiacchiera con i familiari, al massimo una passeggiata a prendere le sigarette. Secondo giorno che va via con un minimo di shopping, due commissioni, le regolari pulizie di casa e pochissimo altro. Cosa c’entra questa calendarizzazione dell’esistenza apolide in terra albionica con l’argomento del giorno? Assolutamente niente. Trattasi solo di un patetico tentativo di spiegare ai fedelissimi dell’antro, che da giorni e giorni tornano sperando sempre in un aggiornamento ma che sono costretti ad andarsene con le pive nel sacco, perché la produzione di contenuto del sottoscritto sia precipitata verso il minimo del minimo. Chi mi conosce pensava che la mia vita a casa fosse scombinata, ma si sbagliava di grosso. La mia vita era regolarissima, solo che vivevo sul fuso orario sbagliato. Le 4 di mattina, sulla costa Est degli Stati Uniti, sono le dieci di sera, orario più che ragionevole per dormire. Ora, invece, i miei ritmi circadiani sono andati del tutto in tilt e trovare la voglia e le energie per tradurre o scrivere un post diventa sempre più difficile. Sarà la primavera, che vi devo dire.

Chiuso l’angolo dell’auto da fe e scrollata la cenere dal capo, passiamo all’argomento del giorno: la reazione del sottoscritto al risultato delle elezioni amministrative in Itaglia. D’accordo, non la cosa più interessante del pianeta, ma è l’evento che mi ha spinto a riaprire WordPress e mettermi a scrivere queste righe vagamente legate da un filo logico intellegibile. Da quando sono sbarcato qui, mi sono quasi imposto di non combattere la naturale tendenza di ogni emigrato/esiliato, la lenta alienazione dalle vicende della madrepatria, che col tempo diventa sempre più un luogo mitico, del tutto scollegato dalla realtà, volutamente ignorata. Visto che il percorso è quasi del tutto inevitabile, mi sono detto che la via migliore fosse quella di non leggere o vedere più niente che riguardasse la terra che mi ha dato i natali e che ha fatto assolutamente di tutto per farmi capire di non essere affatto il benvenuto. Insomma, la psicologia dell’emigrato/esiliato è piuttosto semplice: se il mio paese avesse saputo/voluto/potuto darmi una possibilità di esercitare il mio mestiere e percepire uno stipendio dignitoso sarei stato ben lieto di rimanere a casa mia. Visto che tali pretese sembrano impensabili nella penisola dei caciocavalli, la reazione, una volta fatte le valige e trasferitisi in un paese leggermente meno miope ed autolesionista, viene automatica: dell’Italia non ne voglio sentire parlare neanche per sbaglio.

Visto che ogni tanto capita di aprire il faccialibro e che molti dei miei “amici” sono piuttosto malati di politica come lo era il sottoscritto fino a pochi mesi fa, basta scorrere la bacheca per venire comunque bombardati da una serie di notizie, commenti e sagaci battute su come le cose si stanno evolvendo nella madrepatria. Insomma, anche se fai di tutto per non sapere cosa sta succedendo, praticando l’equivalente informatico della attività praticata da bambini (e sinistri impenitenti) ovvero coprirsi le orecchie con le mani e gridare forte forte “lalalalalala” quando non si vuole sentire quello che ti viene detto, le notizie ti arrivano comunque, non si scappa.

Alla fine, spinto dalla curiosità, in una pausa di una giornata insolitamente pienotta (strano, visto che quando non lavoro praticamente vegeto o mi dedico con passione all’arte del cazzeggio fine a sé stesso), mi sono recato su Nota Politica, leggiucchiando il liveblogging curato dall’amico Simone Bressan. Disastro su tutta la linea. Un ex fiancheggiatore di quei bei tomi che, dopo tanto parlare di rivoluzione, decisero di prendere le P38 e fare un poco di giustizia proletaria potrebbe diventare sindaco di Milano, forse l’unico pezzo di paese che ancora si ostina a non precipitare nell’abisso. Completi idioti che seguono il pifferaio magico che sfrutta l’imbecillità generale per riempirsi il conto in banca (svizzera o alle Cayman) che prendono pacchi di voti. Gente che è stata “convinta” a mollare la toga perché i colleghi erano stanchi di ripulire i casini da loro combinati che, nella metropoli più sgarrupata del mondo, prendono quasi un voto su quattro. Un apparatchik triste, segaligno, consumato dall’obbedienza e dalla totale mancanza di un’idea originale che sia una che viene incoronato sindaco di quella che, un tempo, era la capitale dell’industria nazionale per eccellenza. Robe da mettersi le mani nei capelli e tirare forte dalla disperazione.

A questo punto sorgono molte, moltissime domande indiscrete, ma una supera in angoscia tutte le altre. Inizia a farsi strada il pensiero atroce che la tua Patria possa non farcela, che lo “stellone” abbia finalmente deciso di smetterla di togliere le castagne dal fuoco ad un popolo abituato a campare di espedienti e pronto a tutto pur di vivere alle spalle degli altri. Improvvisamente, quello che nella parte razionale del tuo cervello avevi subito etichettato come parte integrante del mestiere che ti ha scelto (visto che ho provato ripetutamente a fuggirne a gambe levate) diventa un tiro fortunato di dadi, una puntata azzeccata sulla roulette della vita. Ti immagini cosa penseresti se fossi ancora nella tua cameretta tra Pisa e Firenze, a sperare che l’affare X si decida ad andare in porto per vedere qualche soldo, rincorrendo la chimera del vivere con la propria professione. Il primo pensiero che ti sorge in mente è lapidario. Meno male che sto qui. Non che le cose siano perfette da queste parti, tutt’altro. Qui però si può ancora pensare di costruirti un futuro, di comprare una casa, di metter su famiglia senza dover chiedere aiuto ai genitori pensionati. Qui è normale, in Italia è impensabile, a meno di non scendere a patti con la macchina infernale che sta disintegrando il paese.

Il secondo pensiero è ancora più atroce, ti afferra il cervello, l’anima, te la stritola e ti lascia come uno straccio vecchio gettato nell’angolo della tua stessa coscienza. Sarò mai in grado di tornare a casa? Quando uno prende la valigia e si trasferisce, prova a dirsi che è solo temporaneo ma che, prima o poi, qualcosa cambierà, le cose miglioreranno, finalmente ci sarà un giornale, una radio, una televisione, un new media come vi pare in grado di liberarsi dalla dittatura della raccomandazione e concedere a chi ha dimostrato di saperci fare una possibilità di tornare nel proprio paese. La speranza è sempre lì, flebile, animula vagula blandula nascosta da qualche parte, dietro a scaffali su scaffali di cinismo e razionalità. Stasera mi è sembrato che la fiammella fosse spenta di colpo da un vento gelido. Mi sono reso conto che forse stavolta è diverso, stavolta è per sempre. Mi schermivo spesso definendomi “esiliato per colpa dell’Ordine”. Stasera mi sono sentito davvero esiliato e non è stata affatto una sensazione piacevole.

Nonostante quello che pensino i malati di politica, domani il sole sorgerà di nuovo, dovrò ancora svegliarmi alle 6 per andare al lavoro, parlare coi colleghi e spiegare che, causa telecronaca improvvisa, arriverò in ritardo al party del team internazionale di giovedì (la sfiga, as usual, ha una mira micidiale), avrò sempre le telefonate per il Tea Party che non riesco mai a trovare il tempo di fare (maledetti fusi orari), insomma la vita andrà avanti lo stesso. Una cosa però sarà diversa. In fondo al cuore, invece della fiammella della speranza, ci sarà un cartello con lettere grandi non tanto amichevoli che ricorderà sempre che qui, dalla parte giusta della Manica, non ci sei arrivato perché sei bravo o fortunato. Qualcuno o qualcosa ha deciso che gente come te e come i tantissimi altri esiliati involontari che affollano il mondo non andava bene per la penisola dei caciocavalli, era fastidiosa, troppo ansiosa di fare, troppo poco pronta al compromesso, alla marchetta, al bacio della pantofola dei potenti. Non sei qui perché sei un cittadino del mondo. Sei qui perché il tuo paese, la tua Patria non ti vuole. Così è, se vi pare. Se non vi pare fa lo stesso, tanto noi stiamo a casa a spartirci i soldi dei gonzi che continuano a vedere il mondo in rosso e nero, mentre voi siete “altrove”, costretti a parlare una lingua che non sarà mai la vostra, a mangiare un cibo che non sarà mai lo stesso col quale siete cresciuti, a dividere la vita con persone che, in fondo, non hanno idea di chi siete e di cosa avete passato. E questo, apolidi o no, talvolta sembra maledettissimamente ingiusto.