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Il mondo sembra impazzire, scatenato in una corsa stramba verso chissà quale destinazione. Nel piccolo angolo occupato dall’Apolide, invece, le cose hanno preso una piega imprevista. In fondo, ieri non era un giorno come un altro.

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Ultimo articolo (per il momento) della serie “roba che ai frequentatori seri dell’antro farà sicuramente esclamare ad alta voce il nome del gran capo indiano Estiqaatsi, maestro di saggezza e filosofia spicciola”. La programmazione regolare riprenderà dal prossimo post, decisamente più serio ma mai serioso o (si spera) palloso. Portate pazienza, gente, ogni tanto mi prende così.

Bene, riprendiamo con un altro argomento fondamentale per la sopravvivenza del genere umano su questa “palla sporca di terra ed acqua” (definizione di quelle arcane, che quindi merita ben 200 punti apolidi), ovvero la cronistoria di quella che il gestore di questo refugium liberalorum aveva frettolosamente definito “giornata inutile”. Ben mi sta, così imparo a sparare giudizi a casaccio, autogufandomi inutilmente l’esistenza.

Ieri, lo ripeto per gli avventori occasionali dell’antro, era il genetliaco del vostro (si spera) beneamato padrone di casa, data che di solito viene marcata a fuoco sul calendario non per l’anticipazione di chissà cosa, ma solo per l’inevitabile transito della regolare perturbazione emotiva altrimenti conosciuta come “depressione pre- e post-anniversario” (pare strano, ma altri sinonimi di compleanno non ne trovo nemmeno online). Tale deragliamento del peraltro poco stabile equilibrio emozionale del sottoscritto viene inevitabilmente accompagnato da attacchi d’insonnia combinati a temporali improvvisi di pessimismo cosmico, cupe riflessioni escatologiche ed il desiderio di auto-infliggersi la lettura del “best of” di quel gran simpaticone di Søren Kierkegaard. Il fatto che quindi il sabato notte si fosse prolungato fino alle prime luci del mattino era piuttosto scontato. La sveglia “festiva” dell’Apolide ha suonato, regolare come non mai, alle 12, ma il sottoscritto si stava già rivoltando nel lettone da qualche tempo. Per riassumere il suo stato d’animo al risveglio, niente di meglio di un bel video.

Insomma, l’umore non era proprio sotto i tacchi, ma la melancolia la faceva da padrona. Dopo lunga lotta, alla fine mi trascino fuori dal letto, mi rendo presentabile (i miei capelli la mattina sono peggio di quelli di Caparezza) e scendo in cucina per la solita tazza di muesli, altrimenti conosciuto come “pranzo”, vista l’ora inurbana. Dopo poco, la flatmate dell’Apolide scende, con la sua simpatica coniglietta Skippy (la fantasia non è il suo forte, apparently) a traino. Chiacchiere senza peso, normali, da giorno qualunque. Interruzione imprevista. Telefonata da casa. Mi aspettavano al varco, evidentemente. Altre chiacchiere stavolta più sentite. La madre dell’Apolide era preoccupata per il mio stato emotivo. Figuriamoci. Come se non lo sapesse che detesto compleanni e festività varie, per inclinazione caratteriale ed ideologica. Già, il piccolo libertario che è in me protesta furiosamente di fronte a qualunque forma di imposizione o costrizione sociale, tacitato immediatostosubipresto dal piccolo prussiano, che coglie l’occasione per riempirlo di mazzate. E poi la gente si stupisce se, ogni tanto, ho qualche comportamento eccentrico.

La telefonata non si protrae più di tanto, ma dura abbastanza per convincermi ad attenermi al piano originale. Nonostante tutto, stasera si festeggia. Visto che il frigo contiene, come al solito, alimenti pratici, veloci da cucinare e nutrizionalmente discutibili, tocca andare al supermercato. Giornata moderatamente piacevole, niente pullover, primavera dietro l’angolo, forse. Sull’autobus incrocio un esemplare femminile niente affatto disprezzabile. Allora aspettano il weekend per uscire allo scoperto! Nota mentale rapida. Carrelli zero. Ahia, ci sarà il caos all’interno. Possibile che con i supermercati aperti 24 ore al giorno come questo la gente si riduca a fare la spesa la domenica pomeriggio? Mentalità da branco, apparently. Whatever, ho da trovare gli ingredienti. Controllo rapido sull’androidphonino la mail mandata dalla madre dell’Apolide con ricetta ed istruzioni. I foglietti sciolti sono troppo retrò. Ogni minuto tocca premere qualcosa per riaccendere lo schermo. Con un foglietto non sarebbe successo. Tiremm innanz, che l’è meglio. Processo quantomai faticoso che alla fine porta davanti allo scaffale dei vini. Offerta speciale su un vino prodotto letteralmente ad un chilometro dall’antro italiano dell’Apolide. Metà prezzo per un Chianti? Non sarà un granché, ma sempre meglio di uno sconosciuto vino qualsiasi da chissà dove. Cerco lo spumante. Neanche a parlarne. Champagne carissimo e mediocre quanto ne vuoi, ma una normale bottiglia di Fontanafredda o Asti Martini neanche a parlarne. Non trovare, che ne so, un Ferrari è comprensibile ma roba mainstream come quella dovrebbe arrivare anche da queste parti. Niente da fare, l’unica roba disponibile è un prosecco Martini. Avrei preferito di gran lunga un moscato, ma toccherà fare buon viso a cattivo gioco. Cerco il reparto macelleria, ma c’è solo quello halal. Va bene che da queste parti gli europei sono in minoranza, ma addirittura un reparto con solo carne “islamica” mi sembra veramente eccessivo. E poi come cavolo si dice “controfiletto” in inglese? Poco alla volta trovo quasi tutto e mi incammino alla cassa. Fila chilometrica. Una famigliola ha un carrello strapieno di qualunque cosa. Meno male che c’è la crisi. Il nervosismo aumenta. Stato d’animo al momento spiegato da questo video.

Rientro a casa dopo due ore e mezza. Possibile non riuscire mai a cavarsela in meno di due ore, anche quando il supermercato è a soli 5 minuti di autobus? Whatever 2. Mi cambio ed accendo il netbook da combattimento. Solita routine. Sul faccialibro sono abbastanza basito: bacheca piena di auguri, sono decine, centinaia. La cosa, invece di innervosirmi, mi mette immediatamente di buon umore. Vedi che non erano solo nomi a caso? Su cinquecentocinquanta “amici”, più di un centinaio si sono presi il disturbo di mandare gli auguri. Alcuni di loro hanno anche fatto disegnini, cartoline virtuali animate, fotomontaggi. Sono quasi commosso. Decido di rispondere individualmente a tutti (la forma vuole la sua parte, anche quando porta via un mucchio di tempo). Mi fermo alle cinque di sera per iniziare a cucinare. Se non mi muovo, finiremo di mangiare chissà quando. La casa è praticamente vuota. Gli housemates, evidentemente, sono più bravi del sottoscritto a gestire una vita privata un minimo dignitosa. Whatever 3. All’Apolide cucinare non dispiace particolarmente, ma, come per gran parte delle altre attività, ha bisogno di avere un motivo valido per preparare qualche piatto speciale. Aver voglia di mangiare qualcosa di buono, chiaramente, non è un motivo valido. Peggio di un calvinista, apparently. Stato dell’umore? Questo qui.

Taglia qui, spignatta là, rosola di sopra, mescola di sotto, si fanno le sette e mezzo. Casa ancora deserta. Dubbio amletico del sottoscritto: avranno capito gli housemates che stasera si festeggia? Interrompo la cottura quanto basta perché la housemate numero uno si presenti in cucina. Era rientrata da qualche tempo ma non mi aveva disturbato perché mi sentiva impegnato a cucinare. “How was your dinner?” chiede. Non avevano capito. No, scusa, ma secondo te cucino tutta ‘sta roba per me e basta? Un minimo di logica, please. Cade dalle nuvole. “I thought you were hungry”. Sì, va bene che non sono uno stecchino, ma, insomma! Chiama gli altri due housemates (co-inquilini non mi piace, si è capito?) e finalmente finisco la cottura del tutto. Menu della cena: tagliatelle fresche con ragù ricetta speciale “come lo fa mamma”, controfiletto alla Bergerac, Schwarzwalder Kirschtorte. Non proprio una cena di gala, ma molto meglio di quello che di solito si mangia da queste parti. Domanda scema della serata: “You made it from scratch?”. Beh, a parte le tagliatelle e la torta (forno nuovo, devo ancora prendere le misure), sì. Sono impressionati.

Alla prima forchettata cala il silenzio. Buon segno. Kryzstof apprezza e si avvicina alla pentola col ragù per aggiungerne quanto basterebbe a condire due porzioni abbondanti. Protesto energicamente. Non si può affogare la pasta nel ragù! Risposta? “In Polonia la mangiamo così”. Scuoto la testa. Ilarità generale. Va beh, un passo alla volta, prima o poi li convertirò all’arte della cucina italiana. A metà del primo, scatta il rituale “happy birthday”. Mi scandalizzo. “Si fa quando c’è la torta, non al primo!”. Ilarità generale. Va beh, sopravvoliamo. Si passa al secondo. Il controfiletto alla Bergerac è il piatto favorito dell’Apolide, quindi è leggermente nervoso, dato che non è proprio elementare da preparare. Loro ne sono entusiasti, ma forse preferivano la pasta. Il sottoscritto nota subito che la carne non è quella giusta. Sirloin steak non vuol dire controfiletto e la carne del supermercato non è certo della stessa qualità del macellaio del villaggio dove si rifornisce in Italia. Il resto, però, è venuto bene. Complessivamente un sette più. Poteva andar peggio. Il vino del quasi-antro italiano non è ‘sto granché. A marketing stanno messi bene, forse sarebbe il caso che dedicassero la stessa attenzione al prodotto. Nota mentale: farsi mandare al più presto qualche bottiglia di vino come si deve. La Schwarzwalder Kirschtorte è, come prevedibile, una delusione solo per i puristi come il sottoscritto, che ne va matto. La prossima volta la faccio da solo, così viene come si deve. Il prosecco, invece, è appena tollerabile. Non sono un grande esperto di vini, ma la Martini dovrebbe fare più attenzione prima di esportare roba del genere da queste parti.

A conti fatti, gran bella serata. Il vino l’ho pagato da solo, ma l’ho bevuto in compagnia. Stesso dicasi per il resto delle cibarie. Quest’anno, invece di ricevere regali, sono stato io a fare qualcosa per gente che conosco da appena due mesi. Dal punto di vista karmico qualche punto dovrebbe guadagnarmelo, ma non l’ho fatto certo per questo. Quattro risate, due chiacchiere, due scherzi, qualche bicchiere. Se proprio non si può avere il compleanno di sempre, con amici e famiglia, può andare bene anche passarlo con gli housemates. Come si dice oltreoceano, se hai limoni, meglio che impari a fare la limonata. Un passo alla volta si arriva in capo al mondo. Altrove si preparavano i primi bombardamenti di una nuova, moderatamente insensata operazione militare dai fini fin troppo chiaramente economici (stavolta sì, gente, la guerra è per il petrolio – i sinistri, altrettanto chiaramente, dicono esattamente il contrario) o si scrutinavano i voti di un’elezione in un paese importante. L’Apolide, una volta tanto, ha scelto di non seguire nessuno di questi eventi e pensare un poco a sé stesso. Tempo per informarsi e commentare ce ne sarà in abbondanza. Ieri no, ieri ho deciso di staccare la spina. In fondo non era proprio un giorno come gli altri. Tanti auguri a me, stavolta senza se e senza ma. Il mondo può aspettare.