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Immagine trovata su pajamasmedia.comNel 2008 c’era chi perdeva la voce, cercando di avvertire amici e colleghi ed incitandoli a non seguire le sirene del “vestito vuoto” abbronzato. Ora siamo costretti a sopportare un ritorno nel passato, nei peggiori e più tristi anni del mezzo secolo scorso, quelli che purtroppo hanno segnato molti di noi.

Dopo lungo tribolare ed alcune giornate particolarmente faticose (presto capirete perché), ritorniamo più o meno ad una parvenza di normalità: articolo (si spera) bello interessante, commento sintetico causa arretrato di sonno che inibisce le facoltà mentali più elementari. Tim Cavanaugh, ottimo articolista ed animatore di Reason TV, appendice video dell’eccellente magazine libertario, fa un parallelo che, una volta espresso, vi si abbarbicherà nel paraencefalo rifiutandosi ostinatamente di andarsene per giorni e giorni. Questi giorni, questi mesi ed anni, almeno ai più “stagionatelli” degli aficionados dell’antro, sono e sembrano familiari perché li abbiamo già vissuti una volta, anche se forse eravamo troppo piccoli per rendersi conto in che razza di periodo avevamo avuto la ventura di venire al mondo. Questi anni infelici ed infausti assomigliano dannatamente agli anni Settanta, quelli nei quali, per dirla come Max Collini degli Offlaga Disco Pax (tanto per far capire a tutti i pischelli in ascolto che il gestore del locale sarà pure vicino agli -anta, ma continua a rimanere piuttosto aggiornato), “il socialismo era come l’universo: in espansione”.

Il sottoscritto, fortunatamente, ha poche e vaghe memorie degli anni in questione, più che altro legate ad eventi familiari o stimolate dalle non molte fotografie fatte all’epoca (lo sviluppo costava, ragassuoli). Talvolta penso che le uniche cose che mi sono rimaste da quel decennio infame che ho avuto la ventura di traversare ampiamente al di sotto dell’età della ragione, sono alcuni flash e poche memorie forse troppo personali per pubblicarle su un weblog aperto (magari) a tutto il globo terracqueo. Cose minime, da bambini, i capelli rossi della mia amichetta canadese che abitava vicino a noi (anche da piccolo avevo buon gusto, a quanto pare), la sigla del “Dirigibile”, cantata da Mal (senza Primitives), Maria Giovanna Elmi, qualche canzone per bambini, subito comprata ed infilata nel mangiadischi, come usava allora e tutta una serie di dettagli che dipingono un’immagine di anni lieti, senza problemi, senza preoccupazioni. In fondo, i miei lavoravano entrambi, i “buoni vecchi” lavori a vita, quelli che noi potremo solo sognare (il che, forse, è pure un bene), quindi, nonostante il pesante mutuo, l’inflazione, l’austerità, il terrorismo, la corsa agli armamenti, l’Iran, l’Afghanistan, Moro, la strategia della tensione e chi più ne ha più ne metta, le cose non andavano male.

Ora che l’asilo l’ho abbandonato da qualche decennio accompagnato, la prospettiva di ritrovarmi in anni del genere, specialmente avendo letto le cronache dell’orrore del “winter of discontent” che portò all’elezione di Mamma Maggie, non mi attira manco per niente. Inutile nascondersi dietro ad un dito, lo stato economico che attanaglia l’Occidente si può definire in un solo modo: stagflazione, mascherata accuratamente da trucchi vari per evitare il panico degli investitori e il conseguente crollo del castello di carte del debito pubblico. Allora se ne uscì grazie a politiche niente affatto piacevoli ed una recessione ancora più dura, quella dell’80-81. Ripetere questo passaggio sarebbe un’esperienza da incubo, specialmente ora che qualche conto da pagare (piuttosto modesto, vista la mia innata frugalità – che mio fratello definisce “braccino-cortite cronica”) ce l’avrei anch’io, oltre ad una vita da ricostruire da zero.

Ricette, soluzioni e varie altre cose ve le risparmio. Prima che l’ennesima panne della connessione internet del mini-antro me la mangiasse (non avete idea di quanto sia incavolato), ci avevo anche provato; ora, sinceramente, alzo le braccia di fronte al destino, che probabilmente mi ha risparmiato una futura figura barbina e lascio la parola ai pasdaran dell’antro, che sapranno sicuramente fare le veci del sottoscritto meglio di me. Buona lettura, buona giornata e ciriciao, gente! Dai, questa è talmente facile da meritare solo 25 punti. A chi ha tutte le risposte ma non si prende la briga di scriverle, ricordo ancora che se non parteciperà, avrà modo di pentirsene. Grandi cose in arrivo nel concorsone totalone globalone. Io vi ho ri-avvertito.

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Qualcuno ha visto Jimmy Carter ultimamente?
Tim Cavanaugh
Originale (in inglese): Reason
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Nascosto all’interno della notizia che mostra come Ronald Reagan sia stato largamente scelto in un sondaggio Gallup come il presidente preferito dagli americani c’è un mandato politico chiarissimo: vogliamo qualcuno che faccia finire gli anni Settanta.

Non si tratta dei roccheggianti anni ’70 delle care memorie (un periodo nel quale la nazione in effetti assistette ad un’ondata di nostalgia per gli anni ’50) ma i brutali, fiscalmente atroci anni ’70 della stagflation, del prezzo della benzina alle stelle, del “malessere” nazionale del presidente Jimmy Carter e dell’allora governatore della California Jerry Brown “era delle rinunce”.

Con un presidente alla Carter, un burbero ma permissivo segretario della Federal Reserve che ispira ancora meno fiducia del capo della Fed nominato da Nixon Arthur Burns ed addirittura l’inossidabile Jerry Brown di nuovo a capo del Golden State, gli Stati Uniti stanno rivivendo una grigia e spiacevole riedizione degli anni Settanta.

Questo retro-shock appare dovunque nella retorica della politica e dei media. Il presidente Obama iniziò le danze nel maggio 2009, dichiarando “Abbiamo finito i soldi”. La dichiarazione più memorabile di Jerry Brown da quando è tornato in carica è stata un colpo ad effetto sul budget dello stato: “è molto peggio di quanto mi immaginassi. Sono sotto shock”. Arrendendosi al panico dilagante, l’editorialista del “Washington Post” Steven Pearlstein ha lasciato partire la lamentazione delle lamentazioni:

Ora, nonostante siano passati tre anni da quando siamo stati colpiti in faccia dalla realtà della situazione, abbiamo solo iniziato a capire come arrivare alla riduzione degli standard di vita e delle aspettative necessarie per creare un punto di equilibrio sostenibile (perché non inizi col licenziarti, brutto infame? ndApo). Dovremo soffrire sotto forma di una disoccupazione alta di lungo periodo? Oppure tramite tagli dei salari? O la riduzione del valore delle case e degli strumenti finanziari? O la perdita della proprietà delle aziende americane? Inflazione? Tasse più elevate? O riduzione nei servizi e nei benefit offerti dal governo? (Non sia mai! Vi giuro, se ho tra le mani questo individuo abietto, lo riempio di schiaffoni ndApo).

In termini pratici, non c’è niente da dire quando gente del genere si mette il saio ed inizia a flagellarsi. (Anche perché il 2011 non é certo il primo anno nel quale gli Stati Uniti sono stati posseduti dai demoni degli anni Settanta.) I governi di gran parte dei 50 stati devono affrontare gravi deficit di bilancio. Obama propone [file PDF] si aggiungere 1.645 miliardi di dollari quest’anno, 1.102 miliardi l’anno prossimo e 768 miliardi nel 2013 ad un debito nazionale che già ora supera i 14.000 miliardi e tutta la furia anti-tagli della maggioranza repubblicana alla Camera dei Rappresentanti è riuscita solo a togliere 61 miliardi da questa montagna di spese pazze.

L’inflazione delle materie prime sta schizzando mentre il valore della ricchezza principale di molti americani – i beni immobili – continua a precipitare. Mentre il deputano Jeb Hensarling (Rep.-Texas) ha chiesto spiegazioni ieri sul picco dei prezzi per oro, petrolio, grano ed altre commoditites, il capo della Fed Ben Bernanke—il cui aumento della massa monetaria negli ultimi tre anni equivale ad una scommessa azzardata sull’abilità della Fed di pilotare la svalutazione del dollaro—ha negato che questa inflazione sia legata alle politiche della Fed, notando che “i prezzi delle materie prime sono saliti più o meno rispetto ad altre valute rispetto al dollaro. Quindi, sebbene prenda molto sul serio l’aumento dei prezzi delle materie prime, non penso siano un fenomeno specifico legato al dollaro”. Anche se, vista attraverso paraocchi molto stretti, questa risposta sia fondamentalmente corretta, non rassicurerà molto gli americani che sono legati ad un’economia tutta in dollari. Quando la banca centrale stampa dollari a più non posso ed il costo della vita sta aumentando in fretta, vi sentite meglio sapendo che i Bernanke negli altri paesi stanno facendo esattamente la stessa cosa?

Il rapporto più recente del Congressional Budget Office (CBO) sul Budget and Economic Outlook [file PDF] contiene una serie di notizie che sembrano tratte proprio dall’era del crash del 1979. I fondi di garanzia per l’assicurazione sulla disabilità della Social Security e l’assicurazione sull’ospedalizzazione del Medicare hanno avuto flussi di cassa negativi di 21 e 30 miliardi nel 2010, con nessuna prospettiva futura di tornare mai in pareggio. Secondo il rapporto, “secondo le proiezioni del CBO i flussi di cassa negativi continueranno per tutto il periodo in esame; tali fondi di garanzia si esauriranno rispettivamente nel 2017 e 2021” (meno male che ormai ho accettato interiormente il fatto che in pensione non ci andrò mai ndApo).

Nel frattempo la disoccupazione rimane attorno al 10%, l’attività economica aumenta ad un ritmo troppo basso per rimpiazzare la perdita nel potere d’acquisto subita dall’inizio della recessione, nel 2007, mentre il mercato immobiliare rimane bloccato nel “lieux d’aisance” (in effetti il mercato immobiliare se n’è già andato giù nello scarico e sta passando nei tubi di PVC che portano alla cloaca municipale).

La mania di chiamare il catastrofico crollo del credito il “Peggiore Dalla Grande Depressione” sembra passata di moda nel 2009. (Quale sia il senso di ordinare le recessioni su una linea che va da “buona” a “brutta” a “pessima”, considerato quanto diverse possono essere le definizioni di “buono” o “cattivo” quando si tratta di interessi economici particolari qualcuno deva ancora spiegarmelo). Però sta emergendo una serie di ragioni serissime per chiamare l’economia di Bernanke afflitta dal “malessere” più stagflattivo mai visto dagli anni Settanta.

Quindi perché mai le persone non dovrebbero ricordare con affetto il presidente che, nella loro percezione, ha sconfitto la stagflazione la prima volta? La storia non ha ancora stabilito chiaramente quanto merito bisogni dare a Reagan per aver riportato in salute l’economia americana. Si potrebbe anche fare l’ipotesi di una certa continuità presidenziale, partendo dalle prove che dimostrerebbero come Jimmy Carter (che occupa il dodicesimo posto nel cuore degli americani, secondo la Gallup) avesse iniziato i processi di deregulation e contro i monopoli per i quali gran parte della gente ringrazia il Gipper. Ma un certo interesse negli anni ’80 almeno suggerisce che gli americani sono interessati più a nuove soluzioni piuttosto a ripetere la via d’uscita del passato. La prima volta, per sconfiggere la stagflazione, fu necessaria una dolorosa combinazione di politica monetaria restrittiva, deregulations, competizione di mercato e politiche fiscali supply-side. Di cosa ci sarà bisogno stavolta per far ripartire l’America stavolta?

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