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Immagine trovata su faithandthelaw.wordpress.comDa queste parti è tutto un parlare di federalismo di qui, federalismo di là, coniugato sempre con l’odioso aggettivo sinistrissimo “solidale”. Il federalismo vero, invece, è competitivo ed opera come limite alla rapacità dei politici. Per questo che da noi nessuno ne vuol nemmeno parlare.

Da diverso tempo penso che uno dei problemi principali della nostra certo non felicissima era sia la perdita di significato di qualsiasi parola veramente importante. Concetti fondamentali come, ad esempio, quello di federalismo vengono continuamente stravolti e piegati al volere di chi persegue fini del tutto opposti al significato originale del termine. La cosa, a dire il vero, non dovrebbe stupire nessuno: in fondo, siamo il paese del Gattopardo, del “cambiare tutto perché non cambi niente”. Eppure questo comportamento sembra sempre più incomprensibile ed irragionevole, visto il momento storico assolutamente eccezionale e straordinariamente complicato.

Nonostante le vagonate di retorica pseudo-nazionalistica causa anniversario della cosiddetta unità nazionale (tuttora un “vaste programme”, a dirla con le parole di De Gaulle), solo i più impenitenti sicofanti potranno affermare senza arrossire che lo spietato, irragionevole ed antistorico centralismo imposto ad un paese che per natura e tradizione non poteva che essere federale e federalista abbia dato risultati non dico ottimali ma neanche dignitosi. In molti, quasi tutti, gli ambiti, i risultati di tale scelta assurda si vedono ad ogni busta paga: onde anomale di tasse, montagne di burocrati nullafacenti, tonnellate su tonnellate di debito pubblico che arricchisce solo i mediatori (le solite banche). Chiedere che lo stato italiano sia riorganizzato secondo criteri federali sembra quindi un’ovvietà quasi lapalissiana.

Sull’argomento, more solito, si sono sparsi ettolitri d’inchiostro, senza riuscire quasi mai a chiamare le cose con il loro nome o spiegare in termini non equivoci di cosa si stesse davvero parlando, quale fosse l’obiettivo di tale trasformazione e soprattutto quali fossero le modalità scelte per garantire che i risparmi promessi si traducessero in realtà. Se ci pensate è un’impresa tale da entrare nel Guinness dei primati della vacuità e dell’auto-referenzialità, ma questa è decisamente un’altra storia. Insomma, si parla, parla, parla fino alla noia senza dire alcunché di rilevante o migliorare anche di un solo bit l’informazione fornita all’elettore-contribuente (chi non paga perché evasore dovrebbe almeno usarci la cortesia di tacere). Alla fine, quando si parla di federalismo, tutti sembrano preoccupati di garantire che le solite montagne di soldi che dal Nord traslano magicamente nelle tasche degli amici degli amici del Sud continuino ad arrivare con regolarità. Il resto, sinceramente, sembra solo fumo negli occhi.

Questa perversione totale e pervicace dello stesso concetto di federalismo è un crimine che grida vendetta al Cielo ma forse è ancora più grave il fatto che nessuno si prenda il disturbo di spiegare all’elettore-contribuente che, in un sistema veramente federale, la concorrenza tra le varie regioni non può che innescare un circolo virtuoso che, alla fine, gli lascerà molti più soldi in tasca. Come congiura del silenzio non c’è proprio male. Peccato che non siamo più negli anni ’30 e che esista una simpatica cosa chiamata Internet. Tramite questa magica invenzione, il lavoro indefesso dei pennivendoli a libro paga di chi vuol campare coi soldi degli altri serve praticamente a zero, visto che basta conoscere un minimo la lingua inglese per avere accesso a contenuti chiari, esplicativi e sommamente onesti.

Il video del Center for Freedom and Prosperity che trovate qui sotto, insieme al post/commento di Dan Mitchell, è fatto veramente molto bene. Il fatto che a narrare queste spiegazioni chiare e convincenti sia una conservative babe coi controfiocchi come Natasha Montague (il cui nome è quasi altrettanto attraente della signorina in questione) degli Americans for Tax Reform sicuramente non guasta, ma l’importante, una volta tanto, è il messaggio.

A questo punto, per cercare di influenzare in maniera anche vagamente positiva l’esito della infinita discussione su ‘federalismo sì, federalismo no?’ non vi resta altro da fare che distribuire tra i vostri amici e contatti il link del video. Se proprio siete in vena di cortesie, linkate questa pagina, visto che al sottoscritto visite e contatti fanno sempre un gran piacere. Come mio (recente) solito, evito di trarre conclusioni per lasciare spazio al dibattito dei fedelissimi dell’antro e magari di qualche lurket impunito (lo so che ci siete, simpaticissimi lettori silenziosi). L’ideale sarebbe che il video arrivasse sulla scrivania di Tremendino e di quell’altro dream team di ‘cervelloni’ che si stanno arrampicando sugli specchi da mesi puf ci piegare la volontà popolare (che vorrebbe cose semplici come la chiusura delle province e la progressiva riduzione del regime fiscale punitivo che sta schiantando il paese. Buona lettura ed ancor miglior commento a tutti.

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Un nuovo video spiega come la competizione fiscale sia un meccanismo potente per frenare l’avidità della classe politica
Dan Mitchell
Originale (in inglese): International Liberty
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Ecco un nuovo mini-documentario del Center for Freedom and Prosperity, narrato da Natasha Montague di Americans for Tax Reform (♥♥♥♥♥ ndApo), che spiega perché il processo di competizione fiscale sia un limite critico alla propensione dei governi a mettere troppe tasse e spendere troppo.

La questione è molto semplice. Quando la forza lavoro ed i capitali hanno la possibilità di fuggire da scelte politiche sbagliate trasferendosi in un altro paese (come ha fatto qualcuno di cui ora mi sfugge il nome… ah, già, il sottoscritto ndApo), i politci sono più propensi a realizzare che è stupido imporre tasse troppo elevate. A questo punto, spesso, iniziano a competere per attirare posti di lavoro ed investimenti abbassando le aliquote fiscali. Questa forma di rivalità creativa aiuta a spiegare perché così tanti paesi, negli ultimi anni, abbiano abbassato le tasse ed adottato sistemi fiscali semplici ed equi basati su un’aliquota unica.

Un altro punto di forza di questo video è la serie di citazioni da economisti vincitori del Premio Nobel. Tutti questi studiosi concordano nel dire che la competizione tra governi è altrettanto desiderabile della concorrenza tra banche, negozi di animali e supermercati (ricordatemi di raccontarvi, uno di questi giorni della grande “price war” lanciata da Tesco contro ASDA – vincitore, as usual, il consumatore britannico ndApo).

Il video discute anche come i politici stiano attaccando la competizione fiscale. Menziona anche uno schema contrario alla privacy messo a punto dai governatori per tassare gli acquisti fatti fuori dagli stati (come si permettono quei buzzurri di consumatori di comprare la roba online per non pagare le imposte sulle vendite messe dagli stati!).

Inoltre parla di uno vsforzo di armonizzazione fiscale molto pericoloso messo a punto da un’organizzazione burocratica basata a Parigi (l’Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica, meglio conosciuta come OSCE,  finanziata con soldi dei contribuenti americani!), che minerebbe le basi della sovranità fiscale punendo quelle giurisdizioni che adottino sistemi fiscali favorevoli alla crescita, attirando forza lavoro e capitali (tipica risposta da sinistro, non vi pare? Se non li puoi battere, impediscigli di correre. Molto sportivo, complimentoni ndApo).

Le questioni discusse nel video, di solito, non ricevono molta attenzione, ma sono critiche per vincere la lunga e difficile battaglia per ridurre le dimensioni del governo. Per favore diffondete più che potete (fatto ndApo).

P.S. Questo discorso fatto dal nuovo governatore della Florida è un buon esempio di come la competizione fiscale “costringa” i governi locali a comportarsi in maniera virtuosa.

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