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Immagine trovata su dosmosis.blogspot.comMa quale crisi! Tutto bene, tutto secondo programma! Questo è quanto l’ineffabile Oh-bummer ha risposto ai milioni di americani che non ne possono più delle sue spese folli che poi dovranno ripagare a suon di tasse, inflazione o disoccupazione. Lui tira dritto. Ce la farà l’America a non esplodere?

La parte (ogni tanto) più seria dell’Apolide, oggi, ha turno di sera, quindi il post giornaliero è anticipato alla mattina, visto che tornerà al suo mini-antro reale attorno alla mezzanotte (ah, le gioie del giornalismo). Argomento del giorno: il bilancio federale presentato da Oh-bummer e la rotta che ha deciso di prendere per i prossimi anni e la prossima campagna elettorale.

L’argomento non è particolarmente nuovo, specialmente per i frequentatori dell’antro e anche le conclusioni di Yuval Levin, pubblicate sul blog che tiene sul sito della “National Review”, sono più o meno in linea con il pensiero apolide già espresso settimane o mesi fa (no, non sto gongolando… avrei preferito essere in errore, visto che voglio un gran bene agli USoA).

Subito dopo le elezioni di medio termine, molti analisti si affrettarono a dire che Obambi avrebbe fatto una inversione ad U stile Clinton, sfidando la pattuglia di rivoluzionari conservatori al Congresso e mettendoli in grave difficoltà con scelte centriste. Al sottoscritto questa analisi non aveva mai convinto. The One non è un politico, solo un fantoccio messo lì per eseguire un programma ben preciso, una “trasformazione fondamentale” del paese in una social-democrazia europea, sempre che non si riesca ad imporre una dittatura dei “migliori”, di quelli tanto bravi tanto belli tanto compassionevoli.

Delle elezioni se ne frega, tanto troverà qualche scusa per cancellarle o rimandarle (un bel mega-attentato degli amici barboni sembra l’opzione più ragionevole). I compagni, una volta messo il deretano nella stanza dei bottoni, se ne vanno solo se cacciati con la forza. Questa regola è valsa dovunque, con la parziale eccezione dell’Italia, anche se i compagni erano stati costretti a tirarsi dietro altra gente niente affatto cooperativa.

Obambi tirerà dritto, continuando a dire puttanate sesquipedali con il solito tono da professorino saccente, perché non ha altra scelta. La “sua” base elettorale non è veramente sua, ma dei suoi padroni politici, ovvero i sindacati, la cricca dei baroni universitari  ed i furbetti di Via del Muro. Lorsignori vogliono riempirsi le tasche ed Oh-bummer sarà costretto a fare esattamente quello che vogliono, sempre che non voglia ritrovarsi in mezzo ad una strada quando sarà cacciato dalla Casa Bianca.

Il calcolo di lorsignori non è peregrino: se da qui al 2012 si inizieranno a vedere barlumi di ripresa, gli schiavetti dei media li gonfieranno a dismisura, tornando a parlare di “speranza e cambiamento” e proveranno a convincere el pueblo a rivotare il deficiente. Se le cose dovessero andare male, possono sempre sceglierne un altro: replicanti come lui se ne trovano ovunque.

Il problema è che gli interessi delle classi produttive e di quelle parassitarie sono quantomai confliggenti. Se imprenditori e lavoratori vorrebbero il calo della pressione fiscale e lo sfoltimento radicale della selva di regolamenti che rendono impossibile un’attività produttiva qualsiasi, burocrati, sindacalisti, lobbyisti, avvocati e furbetti dell’aziendona spingono sempre per l’aumento delle tasse, delle leggine assurde e dei regolamenti cervellotici, ovvero per il sistema che hanno imparato a sfruttare a loro favore egregiamente.

L’abisso che separa queste due parti di America si sta facendo sempre più ampio e, prima o poi, da entrambe le parti si inizierà a perdere la pazienza e si faranno largo gli estremisti. La ricetta sembra quella per una guerra civile, più o meno cruenta, ma sono possibili anche altri esiti. Una cosa è certa: gli Stati Uniti d’America, come li abbiamo sempre conosciuti, stanno correndo il più grave pericolo dai tempi della Guerra Civile vera e propria. Pensiero niente affatto rassicurante, lo so, ma tutto sembra puntare in questa direzione. Come al solito, speriamo di aver preso un granchio e di non dover tornare a scrivere tra qualche mese ricordando a tutti che il caos americano, come quello tunisino, egiziano, iraniano etc non solo si poteva prevedere ma che qualcuno lo aveva fatto in tempi non sospetti. Per ora, godetevi la lettura del post di Yuval Levin ed iniziate ad incrociare le dita. Male non farà di sicuro…

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Il budget
Yuval Levin
Originale (in inglese): National Review
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Il messaggio lanciato dall’amministrazione Obama con il bilancio pubblicato oggi (ieri ndT) è lo stesso che il presidente aveva espresso nel discorso sullo Stato dell’Unione: tutto bene, procediamo a tutta forza e, visto che ci siamo, investiamo ancora più soldi in pannelli solari e treni ad alta velocità.

Questo messaggio sembra chiaramente il risultato di un calcolo politico ben preciso: gli elettori non vogliono affrontare la crisi legata al debito pubblico, quindi sarebbe politicamente suicida costringerli a farlo. Tendo a pensare che questo non sia del tutto vero e che gli elettori giudicheranno questo genere di budget con la benda agli occhi come poco serio ed inadeguato alle circostanze attuali. La gente sa che abbiamo un enorme problema fiscale che diventerà ancora più grave quando il grosso dei “baby boomers” andrà in pensione e, sebbene nessuno voglia fare dei sacrifici se evitabili, gli americani sembrano sempre più capire che sia necessario un cambiamento di rotta.

L’accuratezza di questa previsione resta tutta da dimostrare, forse il team Obama ha ragione sul lato politico della questione (spiace dirlo, ma anche il sottoscritto pensa che in Occidente pochi siano davvero pronti a fare sul serio quando si tratta di tagliare la spesa pubblica e certi privilegi ormai assurti a conquiste di civiltà ndApo).

Sia che abbiano ragione o no, il risultato sostanziale delle loro premesse politiche è una cecità volontaria che si traduce in un budget del tutto distaccato dalla realtà. Nessuna riforma dei diritti acquisiti, nessuna riforma delle tasse, nessuna riforma significativa della spesa, in effetti nessun cambiamento di direzione significativo di alcun tipo – il budget non fa assolutamente niente per ridurre i carichi che stiamo per imporre alle future generazioni e che soffocheranno la crescita e la prosperità per i prossimi anni.

Naturalmente, il budget presume che questo non ridurrà affatto la crescita – infatti, senza alcuna chiara giustificazione, dà per scontata una crescita economica ancora più elevata di quella prevista dal CBO e mette in conto come risultato di essa 1.700 miliardi di dollari di entrate extra nei prossimi dieci anni, concludendo quindi che il deficit sarà molto più basso dando per scontati una serie di eventi del tutto improbabili.  Forse questa è la più ridicola delle molte semplificazioni nascoste nella base di questo budget, decisioni politiche non presentate come tali, ma come premesse date per scontate – tra le altre un aumento delle tasse su chi dichiara più di un certo limite di reddito che risulterebbe in più di 800 miliardi di dollari di entrate ed un aumento della spesa per i Pell grants di quasi 200 miliardi.

Fino alle ultime settimane, c’era ancora spazio per domandarsi se il presidente Obama avrebbe risposto alla sconfitta elettorale del 2010 spostandosi al centro e cercando soluzioni di compromesso politicamente vantaggiose ma significative – offrendo la riforma delle tasse, forse anche delle pensioni pubbliche e centrando l’attività dei prossimi due anni su chi sia in grado di offrire una serie di soluzioni più interessanti, ottimistiche e meno dolorose per risolvere la nostra enorme sfida fiscale e la futura crisi del debito pubblico. Questo budget mette fine a queste speculazioni. Il presidente sembra aver deciso che passerà i prossimi due anni facendo finta che il problema non esiste e definendo le proposte repubblicane volte a limitare la spesa come tagli crudeli presentati solo per cattiveria pura e semplice.

Questa è, prima di tutto, una spaventosa mancanza di leadership. Quando, tra dieci o vent’anni, guarderemo indietro a questo periodo penso che questo sarà il momento – la decisione del presidente su come affrontare la battaglia del budget del 2012 – come l’ultima vera opportunità che abbiamo avuto per una correzione di rotta graduale e bipartisan. Questa opzione è ormai chiuso e starà ai repubblicani decidere se l’alternativa sarà di precipitare nel burrone fiscale per evitare rischi politici o proporre una graduale correzione di rotta agli elettori e cercare di convincerli del fatto che è ragionevole, responsabile e più che altro essenziale per il futuro del paese.

Nessuna di queste opzioni sarà semplice. Ma una delle due sarebbe sia difficile che irresponsabile, mentre l’altra sarebbe difficile ma giusta.