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Immagine trovata su selmainthecity.wordpress.comAlla fine, qualcuno a sinistra inizia ad ammettere che il “bias” sinistro del mondo accademico potrebbe essere dovuto a qualcosa di diverso dalla supposta “inferiorità antropologica” dei liberal-conservatori e che l’odio verso il capitalismo degli intellettuali è motivato dall’invidia sociale. Alleluja, alleluja?!

La questione è talmente ‘vexata’ da meritare davvero un commento telegrafico, di quelli che di solito prometto ma non mantengo mai. Le cose sono sotto gli occhi di tutti: nelle università italiane, europee ed occidentali in generale i professori e ricercatori di sinistra, specialmente nelle cosiddette scienze sociali (che non hanno un bel niente di scientifico, IMHO), sono infinitamente più numerosi dei liberal-conservatori. I sinistri, vista la loro incommensurabile faccia di tolla e la incomparabile spocchia che li contraddistingue, spiegano tutto con poche lapidarie parole: non ci siete perché siete stupidi. Noi siamo quelli tanto belli tanto bravi che quindi meritano di occupare militarmente l’accademia ed organizzare squadre di basiji (la milizia paramilitare volontaria iraniana, ovvero la نیروی مقاومت بسیج -farsi-, che, quando non massacra oppositori inermi, vigila sulla “morale islamica”) per dare la caccia ai pochi agnostici o ai pochissimi infiltrati liberal-conservatori ed esporli alla vendetta proletaria. In America perdono tempo a disquisire sulle ragioni di tale fenomeno. Il sottoscritto, molto più sbrigativamente, era giunto da tempo immemorabile alle stesse conclusioni. I sinistri sono fondamentalmente motivati da sentimenti negativi, il più potente dei quali è indubbiamente l’invidia. Odiano Mister B perché, nelle loro menti malate, la sua montagna di soldi dovrebbe essere loro, visto che sono tanto belli tanto bravi tanto compassionevoli. Dato poi che la maggior parte di loro sono anche dei monumentali porci, vorrebbero essere loro a fare il bunga bunga con le minorenni. Quello che li fa andare in bestia non è il fatto in sé (figuriamoci, ad esseri privi di morale come quelli roba del genere fa vento) ma il non essere loro i beneficiari di tali sollazzi da debosciati. Sto notando una lieve deriva moralista nel mio argomentare, quindi mi fermo prima di degenerare nella filippica pura e semplice (tra poche ore mi devo svegliare per andare al lavoro – il weekend non esiste per i giornalisti), lasciandovi volentieri alla lettura dell’agile post di Clive Crook, pubblicato sul sito del “Atlantic”, rivista sinistra che, prima o poi, dovrò decidermi a comprare per toccare con mano se gli articoli che traduco spesso non siano specchietti per le allodole liberal-conservatrici o se qualcuno in redazione non abbia deciso di tornare a fare il giornalista serio. La notizia sarebbe quantomai importante e rassicurante. Appena ne so qualcosa, vi faccio sapere. Buona lettura e buona camicia a tutti (^_^).

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Perché gli intellettuali non sono conservatori
Clive Crook
Originale (in inglese): The Atlantic
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

John Tierney scrive di un discorso tenuto da Jonathan Haidt, uno psicologo sociale, sulla discriminazione contro i conservatori nel mondo accademico.

Nel suo discorso e nell’intervista concessa in seguito, il dottor Haidt sostiene che gli psicologi sociali sono una “comunità tribale-morale”, unita da “valori sacri” che limitano la ricerca e danneggiano la loro credibilità — rendendoli ciechi rispetto al clima ostile che hanno creato per chi non è di sinistra.

Secondo il dottor Haidt, che si definisce un vecchio sinistro spostatosi col tempo verso il centro, “dovunque nel mondo, quando gli psicologi sociali vedono donne o minoranze sotto rappresentate di un fattore due o tre, la nostra mente offre subito la discriminazione per spiegare il fenomeno. Ma quando ci rendiamo conto che, all’interno delle nostre fila, i conservatori sono sotto rappresentati di un fattore di più di 100, tutti trovano estremamente semplice inventarsi spiegazioni alternative alla semplice discriminazione”.

Paul Krugman osserva stancamente che storie sul bias di sinistra nel mondo accademico vengono in superficie con una certa regolarità. Il fatto che succeda non le rende meno vere. Ha ragione quando dice che la discriminazione ideologica non è lo stessa cosa di quella razziale. Ma questo non la rende necessariamente buona e bella, vero? Sul perché gli accademici sembrino tendere sempre più a sinistra, afferma che l’ideologia influenza la scelta della carriera. Mi aspetto che sia vero, ma trovo comunque la spiegazione di Robert Nozick più plausibile:

Gli intellettuali si sentono le persone più valide, quelle con il merito più alto e pensano che la società dovrebbe ricompensare le persone secondo il loro valore e il loro merito. Ma una società capitalista non rispetta il principio della distribuzione “a ciascuno secondo il suo merito o valore”. A parte regali, eredità e gioco d’azzardo, cose che succedono in una società libera, il mercato distribuisce favori a coloro che soddisfano le domande degli altri percepite e filtrate dal mercato. Il modo nel quale distribuisce tali favori dipende dalla richiesta del bene in oggetto e da quanto sia grande il mercato dei fornitori alternativi. Gli uomini d’affari che non hanno avuto successo o i lavoratori non hanno lo stesso animus contro il sistema capitalista degli intellettuali. Solo il loro senso di superiorità non riconosciuta, di aspettative tradite, produce una tale animosità.

Haidt è un tipo molto interessante. Vale la pena di ascoltare il suo discorso: qui ne trovate un video.  Vi raccomando inoltre il suo libro, “The Happiness Hypothesis“. (Noto solo ora che ha pubblicato una breve risposta al post di Krugman sul suo blog).