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Immagine trovata su news.yahoo.comTutti chiacchierano, il regime agisce. Muovendosi in maniera assolutamente brillante, da vero manuale del perfetto dittatore, Mubarak è riuscito a far cambiare tutto pur di far restare il potere nelle mani dell’esercito, al potere dal 1952. Altro che faraone, trattasi di gattopardo D.O.C…

La vita dell’Apolide procede più o meno placidamente, nonostante il tempo grigiastro, i due aerei al minuto che svolazzano di fronte alla finestra del mini-antro (svantaggi di stare vicino ad Heathrow, I suppose). Ogni tanto, la mente corre alla patria vera e a quella d’adozione, entrambe avvitatesi in una crisi di non semplice soluzione. Si sofferma un attimo o due, poi decide di andare oltre. C’è da ricaricare la Oyster card, vista la costosissima trasferta in centro del pomeriggio (sette sterline per andare e tornare sembra un furto inaudito, ma non avendo altra scelta toccherà farlo), decidere se sia il caso di andare casual o più ricercato, controllare a che ora toccherà prendere l’autobus domani mattina per arrivare in ufficio alle 7 (no rest for the wicked) e un altro paio di cosucce legate al mestiere di vivere. Le considerazioni geopolitiche che un tempo occupavano quasi totalmente i pensieri dell’Apolide sono messe inevitabilmente in secondo piano. Triste? Poco professionale? Forse, ma non è che me ne freghi più di tanto.

L’articolo di oggi è tratto dalla ex bibbia di chi si occupa di politica internazionale, quella “Foreign Policy” che, nonostante negli ultimi anni sia diventata molto più accessibile e molto meno autorevole, resta un’ottima rivista per mantenersi informato sui movimenti sotterranei del maelstrom geopolitico. L’autore è un professore di politica internazionale al Naval Undergraduate Institute, quindi si merita un minimo di fiducia. A suo dire, la partita egiziana sarebbe già chiusa, con relativa vittoria delle forze armate e dello status quo regnante fin dal 1952 nel grande paese nordafricano. Il sottoscritto non sa bene cosa pensare di questa analisi. Apparentemente sembra convincente, ma c’è qualcosa in fondo allo stomaco che mi invita alla cautela. Contrariamente a quanto succede di solito, stavolta sono sempre un paio di passi indietro alle scelte del regime. Non per vantarmi, ma di solito ho almeno una vaga idea di cosa stia per succedere. Dalla Thailandia all’Iran va quasi sempre così. Stavolta sono nel caos più totale. Non ci capisco una benemerita mazza e la cosa non mi sconfinfera per niente.

Possibile che il fatto di essere troppo legato al paese in oggetto mi abbia reso troppo emotivo, togliendo quindi la distanza e l’obiettività fondamentali per poter mettere a punto una qualsiasi analisi geopolitica? Possibile, forse anche probabile. A questo punto cosa fare? Alzare le mani ed ammettere la propria inutilità, seguendo semplicemente gli eventi? Se trovate un giornalista capace di fare una mossa del genere in pubblico, fatemelo conoscere che gli voglio chiedere come si fa. Non importa quanto siano immersi nella melma o non siano in grado di distinguere la destra dalla sinistra, ogni giornalista proverà a far credere a tutti di essere sempre in grado di capire come andranno le cose, specie se si è costruito una minima reputazione come “esperto” della materia. Non è cattiveria o vanagloria, è l’istinto del giornalista, sempre preoccupato di riaffermare la sua utilità o rilevanza in ogni occasione. Genìa complicata la nostra; complicata, insicura e sempre sull’orlo di una crisi di nervi.

Cosa ne penso della situazione in Egitto? Che forse gli scenari più foschi dei giorni passati erano esagerati. L’esercito egiziano non è stato devitalizzato e sabotato come quello turco; rimane tuttora al potere in maniera salda, senza pericoli di infiltrazioni islamiste. L’alto comando viene ancora dalla scuola di Gamal Abdel Nasser, dal socialismo panarabista, dalla Repubblica Araba Unita. Gente del genere non si vende l’anima al primo predicatore di passaggio. Inoltre c’è il caso iraniano a far scuola. Lì, l’esercito dello Scià tentennò, facendosi tentare dalla strada della tradizione. Lo stato maggiore fece tutto una brutta fine: chi scampò il plotone d’esecuzione fu costretto a fuggire all’estero e ricostruirsi da zero una vita dignitosa. I generali egiziani non commetteranno lo stesso errore. Sono al potere e non lasceranno che nessuno glielo porti via senza combattere aspramente.

Lieto fine? No di certo. Le aspirazioni di libertà e democrazia del popolo saranno ancora frustrate, con ampi strati della popolazione che si convinceranno che l’unica via per la libertà passi dalle empie promesse dei predicatori d’odio. Forse questa sarà solo una vittoria di Pirro, ma, per ora, il peggio (una svolta iraniana) è scongiurato. Il piccolo analista geopolitico che staziona in fondo alla testa dell’Apolide vorrebbe stappare lo champagne, ma gli altri personaggi con i quali condivide la casa hanno minacciato di prenderlo a calci da qui fino a Marte se si azzarderà a fare una cosa del genere. Springborg definisce questa come “una grande occasione persa”. Sarei quasi d’accordo, se non fossi convinto che l’opposizione liberale avesse affrettato troppo i tempi, non disponendo delle strutture e del consenso necessari per affrontare un regime esperto e ben trincerato come quello egiziano. Insomma, il peggio sembra passato, la vita tornerà alla normalità e si spera di poter tornare a fare affari al più presto. L’amaro in bocca, però, è tanto, come quella indefinibile sensazione di insoddisfazione. Così è, se vi pare. Come al solito, a parte osservare e commentare, non possiamo fare altro.

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Game over?
Robert Springborg
Originale (in inglese): Foreign Policy
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Mentre gran parte dei media americani oggi definisce gli eventi che si stanno svolgendo in Egitto come “scontri tra gruppi dell’opposizione e governativi”, non è quello che sta davvero succedendo per le strade. Le forze “pro-governative” sono in realtà squadre di bravacci che Mubarak furbamente ha mascherato da manifestanti per attaccare i contestatori riuniti a Midan Tahrir, con l’esercito che fa finta di rimanere neutrale. L’opposizione, che in gran parte ha capito tutta la manfrina, ha ben poche scelte a parte chiedere al regime (ovvero all’esercito) di proteggerli dai delinquenti che il regime ha scatenato contro di loro. Ecco che alla fine Mubarak si rivela come un despota scaltro ed esperto. A questo punto la partita, più o meno, è chiusa.

La minaccia al controllo dei militari sul sistema politico egiziano sta passando. Milioni di manifestanti per strada non hanno rotto la catena di comando presieduta da Mubarak. Paradossalmente, la sollevazione popolare ha addirittura assicurato che la successione alla presidenza non solo sarà orchestrata dalle forze armate, ma che sarà un’ufficiale a prendere il posto di Mubarak. L’unico candidato civile possibile, il figlio Gamal, è stato costretto a fuggire in esilio, liberando la strada per il nuovo vice presidente, il generale Omar Suleiman. Lo stato maggiore delle forze armate, che non si sottometterebbe mai ad essere comandati da civili eletti in un sistema rappresentativo, può tirare un respiro di sollievo. Se la pressione popolare dovesse ancora salire, potrebbe gestirla organizzando l’esilio di Hosni Mubarak, ma probabilmente tale mossa non sarà necessaria.

Alla fine dei conti, il presidente e le forze armate hanno battuto l’opposizione giocando di astuzia, fregando peraltro anche l’amministrazione Obama. Sono riusciti a mantenere intatta la popolarità dell’esercito, instillando nella popolazione la paura e l’ansietà verso il cambiamento, con il relativo desiderio di un ritorno alla normalità. Quando, la scorsa settimana, era chiaro a tutti che le forze anti-sommossa del ministero degli interni stavano alimentando invece di contenere la sollevazione popolare, sono state immediatamente quanto misteriosamente rimosse dalle strade. Allo stesso momento, rilasciando alcuni prigionieri famosi dalle prigioni, usando bravacci del ministero degli interiori in borghese per seminare il caos e saccheggiare (forse anche lo stesso Museo Egizio) e mostrando su tutti i canali televisivi il crollo totale dell’ordine costituito, il regime intelligentemente ha stimolato il desiderio della popolazione di sicurezza e tranquillità. Parte di questo desiderio è stato soddisfatto da gruppi di vigilanti, ma in fondo era chiaro a tutti che le forze armate erano le uniche in grado di difendere le persone ed il paese. Le unità dell’esercito mandate per le strade avevano ricevuto ordini inequivocabili di mostrarsi amichevoli e “dalla parte” del popolo.

Mentre organizzava questa mascherata, il regime ha colto l’opportunità di riportare le forze armate al centro del governo, proiettando allo stesso tempo un’immagine di continuità. Oltre ad assicurare la successione alla presidenza al generale Suleiman, il generale in pensione Ahmed Shafiq, amico e confidente di Mubarak, è stato nominato primo ministro con un nuovo governo, con tutta la pompa e le cerimonie del caso trasmesse in televisione. I fedelissimi di Gamal, gli impopolari uomini d’affari, sono stati espulsi dal governo, sostituiti da perfetti sconosciuti. Mubarak stesso ha promesso solennemente che il nuovo governo si sarebbe concentrato sul benessere materiale del popolo (una volta socialista, sempre socialista ndApo).

In questo modo si è preparato il campo per un contrattacco del regime, fatto con una combinazione di divide et impera, ju-jitsu politico e brutale impiego della forza. La promessa di Mubarak di non ripresentarsi, la successione implicita verso Suleiman piuttosto che Gamal, l’impegno a modificare le norme costituzionali che regolano le elezioni presidenziali e la decisione di sospendere la sessione del parlamento fino a quando i tribunali non abbiano deciso su alcune candidature contestate nelle elezioni dello scorso novembre hanno convinto alcuni elementi dell’opposizione che avevano ottenuto abbastanza per poter dichiarare vittoria e tornarsene a casa.

Per quegli elementi, tra i quali la coalizione formata attorno a Mohamed el Baradei, che invece ritenevano le concessioni fatte solo fumo negli occhi rilasciato allo scopo di difendere lo status quo, il regime ha riservato ulteriori provocazioni. Mubarak li ha descritti come opportunisti, mettendo in dubbio il loro patriottismo ed implicando quindi che erano al soldo degli Stati Uniti, mentre lui difendeva l’indipendenza e la dignità del paese. Questo è un classico esempio di ju-jitsu politico, visto che la folla inferocita ha raddoppiato l’impegno e le domande, usando linguaggio molto più offensivo per descrivere lo stesso Mubarak. Il che ha dato il destro al regime per scatenare le proprie squadracce per attaccare i manifestanti.

I militari adesso potranno scegliere con quali elementi dell’opposizione trattare. La vera opposizione all’inizio sarà ignorata, poi ingabbiata. Il regime farà di tutto per far tornare le cose alla normalità. I telefoni cellulari ed internet sono stati riattivati, come i bancomat, anche se le banche rimangono chiuse per evitare che siano prese d’assalto. Si incoraggeranno i negozi a riaprire e si cercherà di fare di tutto per fare arrivare abbastanza rifornimenti nelle grandi città, dal Cairo ad Alessandria a Suez.

L’ultimo ostacolo è economico. Anche prima dell’inizio delle proteste, l’economia stava rallentando. Ora è del tutto bloccata. Anche nel caso migliore possibile, un ritorno rapido alla stabilità, l’Egitto avrà un grave problema di liquidità. La fuga di capitali, la perdita di investimenti stranieri diretti, la riduzione degli introiti del turismo, il downgrade del debito pubblico ed il relativo aumento degli interessi per non parlare degli introiti persi visto il blocco della produzione, colpiranno duramente il lato delle entrate del bilancio statale. Il lato delle spese sarà sotto ulteriore pressione visto l’accelerare dell’inflazione, già oggi al 10 per cento, la svalutazione della moneta e la necessità di riparare i danni causati dagli scontri. L’Egitto dovrà rivolgersi ai suoi “amici” se vorrà evitare il disastro economico ed evitare che il regime appena sopravvissuto al tracollo sia di nuovo messo in discussione.

L’amministrazione Obama, che ha già appoggiato esplicitamente le forze armate, se non lo stesso Mubarak, facilitando il corso di eventi appena descritto, probabilmente raddoppierà il piatto di questa mano giocata in maniera pessima. Temendo il crollo del regime, farà affidamento sugli europei, sui sauditi e su altri per aiutare l’Egitto. Questo sarà l’ultimo chiodo sulla bara della fallita transizione democratica in Egitto. Si tornerà alla normalità con un regime militare repressivo appoggiato dagli Stati Uniti, solo che l’opposizione sarà molto più radicale e ancora più dominata dalle forze islamiste. L’opportunità storica di avere un Egitto democratico guidato da quelle persone con le quali gli Stati Uniti, l’Europa ed anche Israele avrebbero potuto trattare è stata persa, forse per sempre. Lo Zio Sam dovrà ancora farsi un bel bagno di umiltà, preparato dallo stesso dittatore che fino a cinque minuti fa lo stava insultando apertamente.