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Immagine trovata su voices.washingtonpost.com

Tutti si affannano a cercare di capire qualcosa del crollo repentino del regime di Hosni Mubarak, ma forse non si accorgono che tale rapidità è stata dovuta al fatto che l’esercito gli ha tolto la fiducia. In Egitto chi comanda davvero sono le forze armate. Che non ne vogliono sapere di mollare il potere.

Più che la situazione in Egitto si ingarbuglia, più che all’Apolide passa la voglia di parlare. Un blocco del genere è quantomai strano, quasi incomprensibile per un tipo tanto logorroico. Eppure il fatto rimane: o perché troppo stanco dopo una giornata di lavoro, o perché in altre faccende affaccendato (continuo ad essere impegnato nella faccenduola detta Tea Party) ma in questi giorni il blog è rimasto vergognosamente fermo.

Centinaia e centinaia di persone (se volete pubblico i dati, non sto facendo lo sborone) sono passate di qui cercando chissà quale notizia bomba, quale analisi illuminante e se ne sono andate a mani vuote. La cosa mi fa stare male in maniera quasi fisica. Pagato o no, un giornalista rimane sempre responsabile nei confronti dei propri lettori e dovrebbe offrire il miglior servizio che sia in grado di preparare. Questo patto non scritto l’ho tradito e me ne scuso tantissimo. La buona fede non conta niente. Avrei dovuto fare molto di più e non l’ho fatto. Chiedo umilmente perdono.

Come se l’auto da fè qui sopra non fosse sufficiente, sto ricevendo richieste di aiuto da parte degli amici egiziani, i quali, vivendo un momento cruciale della storia del proprio paese, si aspetterebbero chissà quale mobilitazione da parte del sottoscritto per informare, spingere italiani o inglesi a manifestare pubblicamente la loro solidarietà e cose del genere. Ancora una volta, ho tradito la loro (sicuramente esagerata) fiducia. Il fatto che lo scorso giugno sia riuscito a “battere” le grandi agenzie ed iniziare a far circolare la storia di Khaled Said non vuol dire che possieda chissà quale rete poderosa di amicizie e contatti. Qualche amico in redazioni importanti ce l’ho anch’io, ma muovere chissà quale reazione va oltre alle mie forze, purtroppo.

Invece di far chissà cosa, ho deciso di rispondere continuando a fare il mio mestiere, ovvero informare chi ha la bontà di passare a trovarmi in questo piccolo antro virtuale. L’articolo che trovate tradotto qui sotto mi ha lasciato tra l’interdetto e l’ammirato. Difficilmente capita di leggere un pezzo tanto pieno di notizie importanti e così in contrasto con la copertura dei media ufficiali e occidentali  Il fatto che l’autore sia nato ed abita al Cairo certo gioca a suo favore. Per il resto, non so bene cosa pensare. In ogni caso, il mio compito è informare, al massimo fare un breve commento e basta. Di più non posso e non voglio fare. Questa è la parte che ho scelto di giocare nel mondo, quella dell’osservatore, che cerca di capire cosa stia succedendo e spiegarlo a chi è così gentile da chiederglielo. Forse non cambierò mai il mondo, ma aiuterò qualcuno a farlo con un minimo di cognizione di causa. Almeno lo spero. In ogni caso, buona lettura e buona fortuna. Ne abbiamo tutti bisogno.

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La storia della rivoluzione egiziana
Sam Tadros
Originale (in inglese): American Thinker
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

La settimana scorsa, l’Egitto era un regime autoritario stabile, le prospettive di cambiamento erano minime ed ogni esperto a Washington avrebbe scommesso la casa sulla sopravvivenza del regime. Oggi, l’Egitto è nel caos più totale. Il regime, anche dopo aver usato il massimo della violenza, non è in grado di controllare il paese e le strade sono in uno stato di totale anarchia. Mentre il mondo guarda ammirato, confuso, preoccupato, forse è importane scrivere la storia in evoluzione che si sta svolgendo sotto i nostri occhi in Egitto, prima di poter analizzarla e rifletterci sopra.

Al contrario di quel che ne pensavano gli esperti, alla fine si è scoperto che il regime egiziano non era né stabile né sicuro. La mancanza di stabilità non era dovuta alla sua debolezza o alla mancanza di determinazione nello schiacciare le rivolte, quanto un riflesso del fatto che contraddicesse il desiderio naturale deli uomini di godersi le libertà fondamentali. Gli egiziani non sapranno cosa voglia dire sul serio la democrazia, ma questo non rende il concetto meno desiderabile. Forse, anzi, è proprio il fatto che sia vago ed astratto a renderlo incredibilmente attraente.

Per due settimane, tramite i nuovi social network, si è chiamato a raccolta per una dimostrazione di massa per il 25 gennaio. Gli osservatori (incluso il sottoscritto, purtroppo ndApo) avevano pensato che queste chiamate si sarebbero rivelate l’ennesima boutade su internet che non sarebbe sfociata in niente. Altre volte, grandi sforzi virtuali non erano stati in grado di raccogliere grossi numeri; alle manifestazioni si vedevano le solite facce, quelle delle poche centinaia di attivisti politici. Col passare del giorno, sembrava che gli osservatori avessero avuto ragione. Anche se più imponenti che in passato, con quasi 15.000 persone al Cairo, certo non erano un pericolo per il regime. Nel 2003, contro la guerra in Iraq, c’erano molte più persone in piazza. La polizia se l’è presa comoda: quando hanno deciso di sgomberare Piazza Tahrir, dove i manifestanti si erano accampati per la notte, ci hanno messo la bellezza di cinque minuti.

Al di sotto della superficie, però, le cose erano molto diverse. I social network avevano dato al popolo uno strumento che non avevano mai avuto a disposizione prima, un modo di comunicare e fare propaganda in maniera del tutto indipendente. Centinaia di migliaia di giovani egiziani, nel giro di pochi minuti, stavano vedendo i video delle manifestazioni caricati su Youtube. Per una generazione apolitica che non aveva mai mostrato interesse per cose del genere, la dimostrazione era senza precedenti. Ancora più notevole è il fatto che le dimensioni del tutto sono state enormemente gonfiate. Quando non più di 500 dimostranti si erano riuniti nel mattino, un leader dell’opposizione egiziana ha potuto mandare un tweet dicendo che era alla testa di 100.000 persone in Piazza Tahrir. Alla fine la voce si è diffusa e le persone sono arrivate, rendendola poi vera.

Dopo 58 anni di propaganda di stato organizzata, non dovrebbe sorprendere il fatto che la gente non abbia creduto per un solo secondo alla copertura degli eventi fornita dalla macchina mediatica governativa. Invece bisogna cercare di capire perché abbiano scelto di credere alla propaganda alternativa. La gente ha creduto ai tweet e ai post su Facebook perché voleva disperatamente crederci. La Tunisia aveva rotto le barriere per tanta gente. Non importava che la situazione e la formula usata dal regime fossero molto diverse da quelle egiziane. Le percezioni sono state più importanti della realtà. Se ce l’avevano fatta i tunisini, sicuramente ce l’avremmo fatta anche noi. Con 15.000 persone in piazza al Cairo, gli egiziani si scambiavano messaggi con storie sulla fuga del figlio del presidente. L’unico dibattito aperto era quello sul rifugio scelto per l’esilio da Hosni Mubarak, Londra o l’Arabia Saudita.

Il giorno dopo le dimostrazioni continuarono, promettendo di tornare anche venerdì 28, dopo le preghiere del venerdì nelle moschee. Il regime ha iniziato ad andare nel panico in questo momento. Questo non riuscivano proprio a capirlo. Immaginate i consiglieri di Mubarak che provano a spiegare al leader 83enne cosa sia Twitter. Quello che li preoccupava è che l’unica vera forza nella politica egiziana, la Fratellanza Musulmana, aveva deciso di unirsi ai manifestanti. Da un momento all’altro la prospettiva di dover affrontare centinaia di migliaia di manifestanti da ogni moschea del paese era molto reale. A questo punto, reagirono come ogni regime autoritario nel panico fa: in maniera molto stupida.

Si decise di bloccare Internet. Agli operatori di cellulari fu ordinato di sospendere il servizio. Togliendo i mezzi di comunicazione, il regime sperava di riportare le cose sotto controllo. Inoltre iniziarono ad arrestare i soliti leader dei Fratelli Musulmani. Tutto sembrava sotto controllo, ma non lo era affatto. Ogni stupida mossa dettata dal panico non faceva che convincere ulteriormente il popolo che il regime era debole. La gente ha visto un regime spaventato da internet ed ha giustamente pensato che questa fosse un’opportunità da non lasciarsi sfuggire.

Venerdì è stato un giorno incredibile per l’Egitto. Anche se è impossibile stimare il numero di manifestanti, si può dire con sicurezza che superavano il milione. Ogni moschea fu usata per far partire una manifestazione. Gli islamisti erano fuori al completo. Gli slogan del giorno erano molto diversi da quelli dei giorni prima. Gli attivisti e gli slogan islamici erano chiaramente prevalenti. Le forze di sicurezza dovettero affrontare ondate su ondate di manifestanti che arrivavano da ogni parte. Dopo quattro ore, la polizia non era più in grado di reggere la situazione.

Non si sa se Mubarak fosse stato informato della situazione dei giorni precedenti o se si sia reso conto solo ora della gravità degli eventi. Una cosa è certa: il regime non era preparato a questa sfida. Nel momento più difficile, si decise di chiamare l’esercito, imporre il coprifuoco e ritirare dalle strade la polizia. In realtà, l’esercito non fu schierato subito. Le truppe ed i carri armati apparsi nelle strade erano quelli delle unità della Guardia Presidenziale stazionate al Cairo.

L’esercito, in realtà, era ben lontano dall’occupare la capitale. Visto che nessuno aveva pensato che la situazione sfuggisse totalmente di mano, il livello di allerta dell’esercito era sempre molto basso. Gli ufficiali non erano stati richiamati dalle ferie e l’intero stato maggiore dell’esercito si trovava a migliaia di chilometri di distanza, a Washington, per una serie di incontri strategici al Pentagono previsti da mesi (ma dai, non mi dire! Qui gatta ci cova… ndApo). Inoltre, i piani di spiegamento dell’esercito non prevedevano uno scenario nel quale il popolo decidesse di sfidarlo apertamente. Nessuno si immaginava che si chiedesse all’esercito di mettere un carro armato ad ogni angolo di strada. Pensavano che il solo annuncio dell’intervento dell’esercito, la vista di qualche carro armato e l’annuncio del coprifuoco avrebbe convinto la gente a tornare a casa impaurita. Non è successo niente del genere.

L’esercito egiziano è enormemente popolare, grazie alla mitologia stratificata della politica egiziana. L’esercito, che rappresenta in tutto e per tutto il regime, è visto dal popolo come una cosa diversa. L’esercito è onesto (non come il governo corrotto), efficiente (costruiscono ponti in fretta) e, più importante, vittorioso, avendo sconfitto Israele nel 1973 (non serve a niente provare a far cambiare idea ad un egiziano) (confermo e sottoscrivo ndApo). Con le truppe ed i tank nelle strade, la gente ha pensato che l’esercito fosse dalla loro parte, qualunque cosa significasse. Con il ritardare dell’annunciato discorso del presidente, gli egiziani hanno iniziato ad aspettarsi le dimissioni di Mubarak.

Il quale non sapeva invece che pesci prendere. Le truppe non avrebbero potuto sparare sulla folla. Questo non avrebbe solo distrutto la reputazione dell’esercito, non potevano farlo e basta. Non erano stati addestrati per compiti del genere. Non avevano proiettili di gomma o lacrimogeni, solo proiettili da guerra e carri armati: l’idea di essere impiegati in uno scenario del genere non era stata nemmeno considerata. Sorprendendo il regime, la folla celebrò l’arrivo dell’esercito ed iniziò a danzare nelle strade sfidando il coprifuoco. Un fatto più importante stava succedendo in quelle ore. Erano iniziati i saccheggi.

La decisione di ritirare le forze di sicurezza era naturale. Prima di tutto erano del tutto prive di forze ed avevano bisogno di tempo per riorganizzarsi. Poi, le forze di polizia erano diventate il simbolo dell’oppressione del regime; ritirarle sembrava necessario per riportare la calma. In terza analisi, dal punto di vista operativo, non potevano essere schierate due forze armate con catene di comando diverse allo stesso tempo. Anche con la migliore coordinazione del mondo, un disastro sarebbe successo prima o poi.

Quello che non è stato previsto è il fatto che si era creato un vuoto. La polizia se n’era andata subito ma l’esercito non ne aveva ancora preso il posto. Questa è stata un’opportunità incredibile per molti. Le scene sono state incredibili. Prima c’è stata la rabbia scatenata contro i simboli dell’oppressione statale, come le sedi del partito di regime. Poi, in una maniera che non si può che definire sistematica, sono state attaccate le stazioni della polizia. Ogni commissariato al Cairo è stato saccheggiato, le armi rubate e poi date alle fiamme. Nelle stesse ore, si sono verificati saccheggi su ampia scala. Anche il Museo Egizio, che ospita alcuni dei reperti più preziosi al mondo, non è stato risparmiato.

Impossibile descrivere quel che è successo sabato. Nessuna parola può descrivere lo stato totale di anarchia che è sceso sul paese. Gruppi organizzati hanno attaccato ogni prigione per liberare i prigionieri. Per quelle che ospitano criminali comuni, sono stati i loro amici e le famiglie. In quelle coi prigionieri politici, gli islamisti. Negli attacchi si sono usati anche bulldozers e le armi rubate dalle stazioni di polizia. Quasi tutte le prigioni si sono arrese. La polizia penitenziaria non poteva reggere ad un assalto del genere e non erano disponibili rinforzi di nessun genere. Quasi tutti i terroristi nelle prigioni egiziane, da quelli che avevano messo la bomba alla chiesa di Alessandria il mese scorso all’omicida di Anwar El Sadat, sono stati liberati, con quest’ultimo che sarebbe stato arrestato di nuovo stasera.

Sulle strade del Cairo, scene da rivolta urbana. Senza polizia e con l’esercito che non sapeva bene cosa fare, tutti hanno approfittato dell’opportunità. In una città circondata da baraccopoli, migliaia di ladri sono sciamati verso i quartieri più ricchi. La gente era derubata per strada in pieno giorno, le case svaligiate, negozi saccheggiati e bruciati. L’Egitto era precipitato nello stato di natura. Nel panico, la gente ha iniziato ad arraffare qualsiasi tipo di arma e formare gruppi per difendere le proprie case. Con l’avanzare del giorno, i comitati di difesa delle strade si sono organizzati. Di fronte ad ogni edificio si sono messi uomini con ogni tipo di arma, da pistole a coltelli a bastoni. Le donne hanno iniziato a preparare bottiglie Molotov a partire da bottiglie di alcool. I comitati di strada hanno iniziato a coordinarsi. Ad ogni incrocio principale, gruppi di cittadini fermavano ogni auto controllando le carte d’identità e cercando armi all’interno. Le mitragliatrici erano richieste da tutti e si potevano anche comprare per strada.

Non voglio trasformare questa in una storia personale, ma tra questi c’erano i miei amici e la mia famiglia. Per me è una storia personale. I miei vicini erano tutti riuniti nella casa di mio suocero, con vedette sul tetto per avvertire di un possibile attacco. Un mio amico è stato ferito da un colpo d’arma da fuoco sparato da una gang di ladri; un altro ha ucciso un ladro per difendere la propria casa e sua moglie. Il fratello di un mio altro amico ha arrestato 37 ladri solo quel giorno. L’unico ruolo giocato dall’esercito è stato di passare strada per strada a raccogliere i ladri arrestati. Gli ufficiali hanno informato i comitati di strada che chiunque avesse un’arma illegale non doveva preoccuparsi ed usarla come meglio credesse. La morte di ogni ladro non sarebbe stata punita in alcun modo.

Sul fronte politico, la situazione era in evoluzione. Con le truppe in arrivo nella capitale, Mubarak ha deciso di nominare Omar Suliman vice presidente e Ahmed Shafik primo ministro. Entrambi sono ufficiali, Suliman capo dei servizi segreti egiziani e Shafik ex capo dell’aeronautica. Per capire queste mosse bisogna cercare di comprendere la natura della coalizione al potere in Egitto ed il ruolo che giocano le forze armate.

Dal 1952 il regime egiziano si fonda su una coalizione tra l’esercito ed i burocrati. Da questo punto di vista risponde perfettamente al modello di O’Donnell, lo stato burocratico-autoritario. L’esercito ha il pieno controllo del potere e dell’economia. Ex ufficiali sono nominati a guidare le aziende di stato e le posizioni amministrative più importanti. Ancora più vitale è il fatto che l’esercito abbia un ramo economico enorme che dirige industrie di ogni genere, dall’edilizia alla distribuzione del cibo. Dalla fine degli anni ’90 questo scenario ha iniziato a modificarsi.

Per chiunque segua la politica egiziana non è una sorpresa che Gamal Mubarak fosse preparato per succedere al padre. In realtà, il padre non è mai stato dietro a questo piano. Mubarak era esitante, non si sa se perché è conscio delle reali capacità del figlio o se l’esercito non fosse d’accordo. A spingere fortemente era sua moglie. Gamal si è fatto strada, passo dopo passo, nel partito al potere, l’NDP. Con lui sono saliti due gruppi di potere: i tecnocrati economici, educati in Occidente che condividevano certe politiche neo-liberali definite il Washington Consensus e la crescente comunità di imprenditori egiziana. Insieme hanno iniziato a ristrutturare l’economia del paese ed il partito al potere.

I tecnocrati si sono occupati del loro settore, la politica fiscale ed economica, facendo veri e propri miracoli. Sotto il governo Nazif, l’economia egiziana è cresciuta come mai nella storia del paese. Dopo la svalutazione della lira egiziane, gli investimenti sono iniziati ad arrivare e le esportazioni a crescere. Anche la crisi economica non ha colpito in maniera particolarmente severa l’Egitto. Il vero disastro è stato il non spiegare o difendere in maniera razionale queste politiche al pubblico. Il paese si stava muovendo verso un sistema veramente capitalista ma nessuno spiegava perché era necessario o perché alla fine sarebbe andato a vantaggio di tutti. Se una ristrutturazione del genere è inizialmente dolorosa per una popolazione che dipendeva in tutto e per tutto dal governo, alla gente è stata fornita la solita retorica socialista. Poco importava che il paese stesse andando meglio dal punto di vista economico, le persone non se ne rendevano conto. Non è che gli effetti della crescita non arrivassero a tutti, anzi. Il fatto è che le persone erano così abituate al welfare da non capire perché il governo non gli stesse più fornendo i servizi che davano quasi per scontati.

Gli uomini di affari hanno profittato enormemente da questo boom. Gli affari andavano benissimo e sono iniziate a crescere le ambizioni politiche. Primo passo, un seggio in Parlamento, con la relativa immunità parlamentare (perfino in Egitto ce l’hanno… ndApo). Con Gamal, invece, hanno avuto un’opportunità ben migliore. Gamal voleva rifondare l’NDP. Il partito di potere, che non era mai stato niente di più di una massa informe di apparati governativi, si stava trasformando in un vero partito. Uomini di affari come Ahmed Ezz, il magnate dell’acciaio, ne hanno approfittato, prendendo il controllo del partito con Gamal ed acquisendo potere.

L’esercito non ha mai digerito Gamal ed i suoi amici. Gamal non è mai stato nell’esercito. Inoltre, i suoi amici mettevano a rischio la preminenza dell’esercito. Le politiche neo-liberali dei tecnocrati minacciavano il dominio nell’economia chiusa del passato ed il partito stava diventando un’organizzazione in grado di formare personale in grado di accedere alle posizioni amministrative più prestigiose al posto degli ufficiali. Da un momento all’altro, la strada per il potere in Egitto non passava dall’esercito ma dalla tessera di partito. Fino a quando il presidente era forte, le forze armate sono rimaste buone. L’esercito è fedele al 100% a Mubarak. Si tratta di un eroe della Guerra dello Yom Kippur e del loro comandante in capo. Viene visto da loro come un patriota che ha servito bene il suo paese. Inoltre, visto che Gamal Abdel Nasser aveva condotto il suo colpo di stato militare nel 1952, aveva pensato di introdurre meccanismi nell’esercito per assicurarsi che nessuno gli rendesse la cortesia.

Con gli eventi in evoluzione, l’esercito è stato in grado di arrivare al presidente ed ottenerne l’appoggio. La narrativa dell’esercito è che la colpa del caos è di Gamal e dei suoi amici. Le politiche neo-liberali hanno alienato il popolo e li hanno fatti arrabbiare, rimuovendo sussidi, mentre la sua gang di partito ha distrutto il sistema politico cercando di schiacciare ogni forma di opposizione. Mubarak in passato è stato maestro nel giocare con l’opposizione, co-optandola spesso e volentieri. I seggi variavano ma in ogni parlamento c’era posto per l’opposizione. Le ultime elezioni sono state diverse. Nessun seggio per l’opposizione. Chiudendo l’ultimo spiraglio di protesta legale, l’opposizione è stata costretta a scendere in piazza.

Oggi gli egiziani sono spaventati. Hanno visto com’è l’inferno e non gli è piaciuto per niente. Al contrario di quello che dice la propaganda di Al Jazeera, le masse egiziane non protestano più. Sono a casa a difendere le proprie famiglie. Ieri sera in piazza c’erano 5.000 attivisti politici, non 150.000 come dice Al Jazeera. In questo momento a nessuno a parte quegli attivisti frega niente se il presidente si dimette o no. Hanno problemi più importanti; procurarsi il cibo e difendersi.

Com’è la situazione oggi? La risposta non è certa, ma si possono trarre un paio di conclusioni.
1.      La successione di Gamal è fuori questione.
2.      Mubarak non si ripresenterà alle presidenziali. O resterà al potere fino ad ottobre o si ritirerà per problemi di salute, che sono molto reali. Si dice che stia morendo.
3.      L’esercito ha il controllo della situazione. Siamo tornati all’età dell’oro del governo dell’esercito.
4.      Fino a quando l’economia non andrà di nuovo male, le politiche neo-liberali sono finite. Dimenticatevi il libero mercato per qualche tempo.

La prima preoccupazione dell’esercito è quella di riportare l’ordine. Le forze di sicurezza dovrebbero tornare per le strade da stanotte. Poi bisognerà sistemare gli attivisti politici e i Fratelli Musulmani, che ora dominano. Nessuno sa come sarà fatto, ma in un paio di giorni gli egiziani li imploreranno di passarli per le armi, sconvolti dal caos. La terza fase prevederà il ritorno alla vita normale, con la gente che riprende a lavorare ed il cibo che torna sulle tavole. Più tardi verranno le questioni politiche.

Le sfide di lungo termine sono numerose. Prima di tutto le enormi perdite economiche. Appena riapriranno le banche, la gente correrà a ritirare i risparmi ed esportarli all’estero. Sembra naturale che, almeno per qualche tempo, nessun essere razionale si sognerà di investire in Egitto.

Politicamente l’esercito proverà a tornare alla formula tradizionale. Si calmerà la gente aumentando salari e sussidi, sperando di farli star buoni. Funzionerà? C’è da dubitarlo. Gli egiziani si sono resi conto per la prima volta che il regime non è così forte come sembrava la settimana scorsa. Se l’esercito non li ha fermati, chi sarà in grado di farli star zitti? Inoltre, c’è una grande sensazione di potere. Oggi gli egiziani sono orgogliosi di sé stessi. Hanno protetto i loro quartieri e fatto quello che l’esercito non era in grado di fare. Questa sensazione non sarà cancellata in fretta.

Dal punto di vista della sicurezza, la situazione è un disastro. Ci vorranno mesi per arrestare i criminali fuggiti. Inoltre nessuno sa se le armi rubate saranno mai recuperate o se la polizia potrà riconquistare quel minimo di fiducia necessaria per ripristinare l’ordine, dopo essere stata sconfitta in sole 4 ore. Ancora più importante, i confini con Gaza sono stati aperti negli ultimi giorni. Quello che è stato trasferito da e per Gaza non lo sa nessuno.

Vi domandate il ruolo di El Baradei e dell’opposizione egiziana. Sicuramente il leader nominato dalla CNN della Rivoluzione Egiziana avrà un ruolo importante. Figuriamoci! A parte l’innamoramento dei media egiziani, El Baradei è un signor nessuno. Un uomo che nell’ultimo anno è stato meno di 30 giorni in Egitto, per non parlare degli ultimi 20 anni è un nessuno. Suggerire altrimenti è insultante per gli egiziani. L’opposizione? A parte i Fratelli Musulmani si tratta di gruppi con ognuno non più di 5.000 membri. Senza organizzazione, idee e leaders sono totalmente irrilevanti. La vera questione è cosa farà la nuova generazione un tempo apolitica.

La direzione che prenderà l’Egitto è un enigma. In un certo senso, tutto rimarrà come al solito. L’esercito, che governa dal 1952, continuerà a governare ed il paese continuerà a soffrire di un enorme vuoto di idee ed alternative politiche reali. D’altro canto, niente sarà come prima. Una volta acquisita fiducia in sé stessi, gli egiziani non tollereranno lo status quo molto a lungo.

Nel lungo periodo, la questione egiziana rimane aperta, niente è cambiato. Sembra incredibile che la gente parli delle prospettive di una transizione democratica. Un popolo che due mesi fa era stato convinto che gli squali nel Mar Roso fossero stati mandati dal Mossad è difficilmente in grado di creare una democrazia liberale in Egitto. Ma lo status quo non si può reggere a lungo. Bisogna affrontare la mancanza di un qualsiasi dibattito politico serio in questo paese. Fino a quando non si affronteranno i problemi reali e piantarla di cianciare di democrazia, le cose non miglioreranno affatto. Anzi, andranno solo di male in peggio.

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