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Immagine trovata su brandocaldwell.tumblr.comGli eventi si susseguono, la situazione sembra precipitare, il mondo guarda non sapendo che pensare e le parole, invece di scorrere libere, si bloccano da qualche parte vicino allo stomaco. Ormai commentare serve a poco, forse è meglio pregare per la salvezza dei combattenti per la libertà egiziani.

Chi segue l’alter ego (ogni tanto) più serio dell’Apolide anche sui social network cui partecipa (FB e Twitter) si sarà reso conto che in questo periodo è piuttosto pensieroso e non molto loquace. La cosa, specie per chi conosce dal vero il supervisore di questo antro virtuale (sì, perché il padrone di casa sono io, l’unico e vero Apolide – lui, al massimo, fa le PR) è quantomai straordinaria. Per uno che pensa di aver sempre troppo da dire su qualsiasi argomento, un silenzio del genere non può che essere sospetto. Tra una litigata e l’altra, ho avuto occasione di chiedergli perché non si stesse consumando la voce e le dita per informarsi, informare e sostenere gli amici degli amici che sfidano la repressione del regime pur di conquistarsi un futuro migliore e quella libertà che tutti cerchiamo disperatamente. Lui mi ha guardato strano ed ha risposto “non voglio pensarci, lasciami stare”. La cosa, ovviamente, non ha fatto che stimolare la mia curiosità ed ha dato inizio ad una lunga schermaglia che per poco non è degenerata in uno scontro all’arma bianca d’altri tempi. Alla fine si è arreso ed ha provato a spiegarmi le sue ragioni non molto ragionevoli.

L’alter ego ha una gran paura di essere travolto da quel senso d’impotenza che colpisce chiunque osservi anche solo di sfuggita la tragedia che si sta srotolando come il Libro dei Morti nelle strade del Cairo e delle altre città del Delta del Nilo. Visto che da quando è atterrato in questa terra albionica sta cercando disperatamente di riconquistare una parvenza di normalità, digerendo quanto più in fretta possibile i tanti cambiamenti che gli sono piombati addosso, sta provando a non pensare assolutamente a niente. Non vuole pensare alla salute di quegli amici degli amici che sfidano la sorte sfilando impavidi di fronte alle armi dell’esercito, messo in campo dal tiranno all’angolo. Non vuol pensare a come devono sentirsi i cari amici che avranno l’anima dilaniata tra l’esaltazione di vedere almeno un paio di generazioni accusate di essere apatiche e buone solo a lamentarsi che si prendono in mano il loro destino e l’angoscia di sapere che, in mezzo a quella folla immensa, ci sono compagni di scuola, parenti, amici o conoscenti e che alcuni di loro potrebbero non far ritorno a casa. Il concetto di “martire della rivoluzione” è affascinante fino a quando non temi di vedere scritto il nome di un tuo caro sui monumenti a futura memoria.

La verità, forse, è un’altra, molto meno nobile. L’alter ego dell’Apolide si sente come nel 2006, quando non ebbe il coraggio di chiedere al direttore della “Padania” di mandarlo in Libano, qualche giorno prima che scoppiasse la guerra tra Israele ed Hezbollah. Ha il terrore di aver perso la storia della vita, quella che, da sola, fa la carriera di un giornalista con la G maiuscola. Provo a dirgli che, in fondo, le sue fonti non è che fossero così straordinarie e che, molto probabilmente, non avrebbe avuto i cojones di restare chissà fino a quando per coprire l’avvenimento. Avrebbe fatto la scelta ragionevole, andandosene quando previsto per poi, magari, picchiare la testa contro il muro poco dopo, maledicendo la sua vigliaccheria. Non so se ce l’avrebbe fatta a rimanere lì, con la macchina fotografica, il registratore ed il computer attaccato ad internet mentre attorno scoppiava l’inferno. Ci si può raccontare tutte le storie del mondo, credersi pronti a tutto, cronisti di guerra col pelo sullo stomaco alto tre dita, ma quando si passa dalla teoria alla pratica le cose sono molto, molto diverse. Reagire nel modo giusto non è spesso per niente facile. Per non parlare del fatto che, anche se avesse avuto degli articoli bomba, non è detto che qualcuno glieli avrebbe pubblicati…

Cosa c’entrano questi discorsi di bottega con la preghiera per i vivi del titolo? Ancora una volta, non molto. Quando si ha il caos totale nella testa è molto difficile mantenere la lucidità per procedere ad una narrazione coerente o ad un’analisi ragionata e ragionevole. Stavo per tradurre un articolo apparso su Pajamas Media con tre scenari futuri per l’Egitto, tutti abbastanza spaventosi, espressi da un conosciuto analista di cose mediorientali (l’Egitto sarebbe in Nordafrica, ma non stiamo a sottilizzare) ma mi sono trattenuto. Gli scenari paurosi sono capaci di dipingerli anch’io, con tutti i calcoli da becchino del caso e sinceramente anch’io non ho molta voglia di pensarci troppo. Chiamatemi vigliacco, ma con una vita da riorganizzare da capo non ho proprio lo stomaco per affrontare pensieri del genere. Anche perché ho la quasi certezza che le cose non andranno a finire per niente bene. Quel simpaticone di mio fratello mi ha definito “Mr. Brightside” e anche voi vi sarete accorti della mia innata tendenza all’iper-realismo, anche definita “teoria del bicchiere sempre mezzo vuoto”. Al sottoscritto, la definizione fa venire in mente solo una cosa: la bellezza abbacinante della protagonista del video dell’omonima canzone dei Killers, il che dovrebbe essere indicativo della mia tendenza a non lasciarmi trascinare in discorsi dolorosi.

Tutte le analisi approfondite del mondo non cambieranno il fatto che al Cairo, ad Alessandria ed altrove, giovani e meno giovani patrioti, combattenti per la libertà stanno morendo, trucidati da un governo indifendibile nella quasi totale indifferenza dei paesi e delle opinioni pubbliche occidentali. La cosa, anche se ampiamente prevedibile da chi abbia anche solo una minima infarinatura di questioni geopolitiche, non è meno esecrabile e condannabile. Tutta l’angoscia e la rabbia del mondo non cambieranno però il fatto che, al momento, né il sottoscritto né gli altri giornalisti “indipendenti” possano fare granché per cambiare questo stato di cose. Il compito di ogni giornalista è quello di informare in maniera quanto più corretta possibile sugli eventi che stanno avvenendo nel mondo. Fare di più vuol dire entrare a piedi uniti nelle questioni che si sta osservando, diventando parte in causa e quindi perdendo buona parte della nostra utilità. So che sembra un discorso di comodo, fatto per lavarsi la coscienza, ma la strada per l’inferno delle comunicazione è sempre lastricata di magniloquenti dichiarazioni d’intenti e grandi principi. Spingere la gente a manifestare solidarietà e mobilitarsi per sostenere la lotta dei giovani egiziani non è il nostro compito. Se la gente continua a far finta di niente possiamo solo dispiacercene, ma nient’altro.

Vi chiedete quando arriverà la preghiera per i vivi? Temo che non arriverà mai. Le preghiere, per come le intendo io, sono comunicazioni dirette tra ognuno di noi e la sfera del divino. Io prego ogni secondo nel mio cuore per la sicurezza ed il successo dei giovani patrioti di Midan Tahrir e delle altre cento piazze egiziane. Esprimere ad alta voce questa preghiera sarebbe un atto retorico, inutile e vagamente sacrilego. Ai più pragmatici tra di voi potrà sembrare che il pregare per qualcuno o qualcosa sia la scelta più comoda, meno impegnativa e fondamentalmente inutile. Capisco questa posizione ma la respingo nettamente. La preghiera, specie quando condivisa da tante persone, rimane uno strumento formidabile, potentissimo, in grado di muovere le montagne e sconvolgere le coscienze. Per questo i sinistri fanno di tutto per abolirla, nei pochi posti dov’è ancora permessa.

Se pensate che pregare per l’Egitto sia un atto vigliacco, you’re very much mistaken. Le preghiere, espresse o interiori, sono lo strumento principe di ogni buon Cristiano. San Paolo, il guerriero della preghiera, scrive che i Cristiani dovrebbero comportarsi così: “semper gaudete, sine intermissione orate, in omnibus gratias agite haec enim voluntas Dei est in Christo Iesu in omnibus vobis” (1 Tess 5:16-18, Sacra Vulgata). Agli amici liberali liberisti libertari non posso rivolgere che lo stesso invito: preghiamo sempre, appassionatamente, senza fermarci mai per la sicurezza dei nostri fratelli in Egitto e altrove. Una vecchia espressione yiddish, ormai passata nell’inglese americano, dice “from your mouth to God’s ear”. Intanto iniziamo a pronunciare, ad alta voce o tra di noi, queste parole di speranza e fede. Se siete stati benedetti con la Fede vera, rivolgetevi al Padre celeste, altrimenti pregate chi vi pare. Basta che preghiate con cuore puro e totale dedizione. Non avete idea di che miracoli possano avvenire grazie alla preghiera. A Dio piacendo, finirà bene. Amen.

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