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Immagine trovata su esteriblog.itAncora non è successo quasi niente e già si moltiplicano i distinguo sulla rivolta-rivoluzione in Egitto. Insomma, i fondamentalisti non piacciono a nessuno, ma nemmeno i dittatori illiberali. Insomma, gente, un minimo di coerenza ed amor proprio non guasterebbe…

Come diceva Mick Jagger tanti anni fa, you can’t always get what you want. In uno dei giorni più importanti per la storia del paese al quale forse sono più legato, invece di essere attaccato al telefono o su una chat per sapere dagli amici e dalle poche fonti sicure rimaste cosa stesse davvero succedendo, il vostro padrone di casa ha passato la giornata a finire il mini-trasloco nel mini-antro, oltre a passare le canoniche nove ore in ufficio ed i quasi altrettanto canonici cinquanta minuti in autobus. Morale della favola? A malapena so cosa sia successo. E pensare che, fino ad un mesetto fa, pensavo serissimamente di trasferirmi al Cairo e di provare ad ampliare dalle rive del Nilo il “mestiere di famiglia”, ovvero la consulenza ad aziende interessate ad esportare, importare, delocalizzare, costruire mercati o realizzare joint ventures. Poi arriva una chiamata, ti propongono un lavoro da giornalista e tu nemmeno ci pensi su, molli baracca e burattini, progetti sui quali lavoravi (non molto assiduamente, visti i tempi ultra-rilassati coi quali certe ditte medio-orientali fanno affari) da svariati mesi e ti trasferisci a mille miglia di distanza. Forse ha ragione chi dice che il giornalismo non è tanto una passione quanto una malattia. Per il sottoscritto lo è di sicuro, ma a me, in fondo, va bene così. In fondo quello che ho sempre voluto è fare il mestiere che ho iniziato a fare a 18 anni, quando entrai nella mia prima redazione e scrissi il primo articolo su una macchina da scrivere con i fogli prestampati con le dimensioni del modulo tipo. Il fatto che, per poterlo fare, sia dovuto venire fino a qui è abbastanza triste, ma è inutile anche prendersela contro il vento. Faccio un lavoro che mi piace sul serio e questo dovrebbe bastarmi ed avanzarmi. Non molti hanno questa fortuna.

Cose c’entra questo con la rivolta-rivoluzione in Egitto? Poco o niente, ma un minimo di divagazioni me le dovrete concedere per forza, visto che sono le tre di notte ed ho passato le ultime due ore e mezzo, dopo una giornatina niente affatto leggera, a tradurre l’eccellente editoriale di Adel Iskandar, editorialista che all’Apolide piace assai dell’altrettanto eccellente quotidiano indipendente egiziano “Al Masry al Youm”. Con i tanti amici liberal-libertari-liberisti sul faccialibro, si discuteva della possibile deriva iraniana del movimento e delle devastanti conseguenze che avrebbe negli equilibri mediterranei, probabilmente tanto gravi da precipitare l’intera regione nell’ennesima, devastante guerra. Tutto si deve alla partecipazione massiccia degli integralisti della Fratellanza Musulmana alle manifestazioni del venerdì. L’Apolide aveva diversi amici di amici presenti in Midan Tahrir e in vari altri posti a partire da martedì e di salafiti, taliban, integralisti non ce n’era neanche l’ombra. L’Egitto non è più il paradiso laico (mutatis mutandis) di un solo decennio fa, ma considerato che l’altro paradiso laico ha fatto una pessima fine, terminato sotto il giogo di Hezbollah, forse è meglio così. A far partire tutto sono stati i liberali, ricordiamocelo. Che la situazione sfugga di mano è possibile, ma fino ad allora niente doppie morali. In Egitto si combatte per la libertà. Chi si dice liberale, specialmente se di nome o di fatto, non ha altra scelta che pregare o sostenere in altro modo i manifestanti. La geopolitica lasciamola agli “esperti” (u_u). Una volta tanto, meno paranoie e più entusiasmo. Ogni volta che cade un regime, chi combatte per la libertà ha l’obbligo di festeggiare punto e basta. Il resto, semplicemente, non c’è. Buona lettura e in bocca al lupo ai ragazzi in Egitto.

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La gravità dei faraoni
Adel Iskandar
Originale (in inglese): Al Masry Al Youm
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

L’incredibilmente rapida fine dell’incredibilmente stabile regime di Mubarak è una sorpresa anche per l’analista più esperto ed attento ai fatti egiziani. Per tutti quelli che dicevano che l’Egitto non era la Tunisia, che si vantavano dell’apatia storica della sua popolazione, che ripetevano che la nazione più popolosa del mondo arabo non soffriva le rivoluzioni o che gli oltre ottanta milioni di codardi avevano più paura di Mubarak che delle loro pance vuote – beh, gli ultimi due giorni sono stati un bel bagno di umiltà.

Il governo, con le sue azioni brutali e mostruose contro i pacifici protestanti del 25 gennaio, ha perso anche l’ultimo briciolo di legittimità. Il livello di disprezzo che lo stato ha nei confronti del proprio popolo è ben oltre ad una questione di casta. Trattando i cittadini come clienti di cui prendersi benevolmente cura, è riuscito a controllarli senza colpo ferire per intere generazioni. Quindi, il livello di violenza impiegato non dovrebbe sorprendere proprio nessuno. A partire dal 1973, il governo ha deciso che, abbandonando la possibilità di una guerra futura, avrebbe dirottato la leva militare verso la costruzione della più imponente forza di polizia della regione. L’Egitto, in effetti, aveva creato un esercito il cui unico scopo era quello di sopprimere, torturare, sottomettere ed opprimere il suo stesso popolo.

Questo modus operandi ha avuto come risultato un governo che è continuamente a caccia di una qualsiasi opposizione. I dissidenti sono come i topi, il governo è il gatto. Ma martedì scorso, il topo egiziano si è svegliato, ha dato un’occhiata allo specchio ed ha scoperto di essere un’elefante. Oggi, in Egitto, si tratta di un movimento grande, amorfo, giovane, dinamico, multiforme e multi-religioso che comprende praticamente esponenti di ogni strato sociale, a parte quei pochi che si riempiono le tasche servendo la enorme cleptocrazia al potere. Ora il tavolo è rovesciato ed è il neonato colosso che minaccia di schiacciare la tigre di carta governativa.

Quando questo articolo è stato consegnato in tipografia (sabato mattina, ore 1.40 antimeridiane, ora del Cairo – 22.40 di venerdì ora di Greenwich), l’abominio che è il regime egiziano avrà completamente chiuso ogni accesso internet del paese e quasi tutti i servizi telefonici, trasformando l’Egitto in un buco nero della comunicazione, ancora peggio della Corea del Nord. Per passare da 45 nell’Internet Freedom Index (0 vuol dire totalmente libero) a 100 è bastato premere un interruttore. Il governo ha battuto ogni record mondiale di censura della Rete, creando una situazione assurda e quasi surreale. Chiudendo tutte le forme di comunicazione online, il governo ha messo in atto il blocco più grande della storia di Internet.

Senza nemmeno rendersene conto, gli egiziani stanno testando sul campo le teorie di Clay Shirk sui social network, le sparate di Mark Zuckerberg sul potere di Facebook, la logica delle rivoluzioni su Twitter e lo stesso slogan di YouTube, “Broadcast Yourselt” (mandati in onda – più o meno ndApo). La forza della generazione internet è messa alla prova più estrema che si possa immaginare. Pochi minuti prima della prevista esplosione della rivoluzione che spera di far cadere il regime una volta per tutte, quel popolo che da pochi giorni sente di nuovo di possedere una parvenza di destino comune, viene separato da sé stesso. Non solo la comunicazione interpersonale è un lusso, com’era fino a poco prima, ora ci si ritrova a vivere su un’isola deserta, più o meno come Robinson Crusoe.

Questo rende l’Egitto il vero terreno di prova per il test estremo di tutte le speculazioni sugli effetti dei media, le teorie dei giochi e le ipotesi sulla evoluzione dei movimenti sociali. Può una rivoluzione virtuale nata online riuscire a spodestare un regime se manca il mezzo grazie al quale si è sviluppata? Può una generazione addestrata ad esprimere il proprio dissenso con un Tweet funzionare senza i propri adorati gadget? Possono affidarsi l’un l’altro alla fedeltà alla causa comune ed uscire nelle stranamente calme strade delle città egiziane e trovare i propri compatrioti pronti a realizzare i rispettivi destini? Possono funzionare come una rete senza un fondatore, un organizzatore, un amministratore?

Oggi non è che l’inizio di un sogno per generazioni di egiziani. Comunque vadano a finire le cose nelle prossime ore, giorni, settimane o mesi, si è davvero fatta la storia. Chiamatela la Sollevazione del Loto, l’Intifada del Pane o la Rivoluzione della Rabbia, i clichè non contano. Quello che importa è che, nonostante non sia in grado di testimoniare quello che sta succedendo in Egitto in questo momento, possiamo esser certi che si tratta di un evento storico! Al momento poco importa dove questo porterà l’Egitto (e qui, caro il mio Iskandar, mi permetto di mettere un distinguo grosso come la piramide di Cheope – ndApo), visto che li ha appena salvati dall’abisso in sole 48 ore. Mentre la serietà della crisi fa precipitare l’ultimo tiranno egiziano ed i suoi accoliti in caduta libera, dobbiamo esser certi che un regime tanto irrazionale non può che essere vicino all’eclisse. Deve essere chiarissimo a tutti quelli che una volta corteggiavano i ladroni del Cairo che devono abbandonare la nave che affonda ora o rischiare di perdere ogni traccia di dignità.

Il Giorno del Giudizio (maiuscole in originale ndT) per l’Egitto è scoccato. Il governo di Mubarak ha commesso errori colossali in quasi tre decenni al potere, ma nessuno di loro gli costerà tanto caro di questo oltraggiosamente arcano e volgare tentativo di far tacere un intero paese. Per un presidente che si vantava di essere il difensore della stampa libera e della libertà d’opinione, il suo governo sta ora sfilando nudo nascondendosi dietro il blackout dei media. Ma questa nudità non si potrà nascondere a lungo. Anche la Gaza assediata, divisa, distrutta aveva i suoi testimoni oculari, le sue telecamere ed i suoi Goldstone (non mi fate nemmeno iniziare, altrimenti do’ subito in escandescenze – il che non mi sembra proprio il caso, vista l’ora ndApo). Il Giorno del Giudizio per il legime lo lascia con ben poco tempo per decidere tra un paio di opzioni. O fare marcia indietro e fare concessioni irreversibili al popolo su questioni che sono inalienabilmente sacrosante e senz’ombra di dubbio giuste o mettere volontariamente la testa sulla ghigliottina e, visto che ci siamo, tirare da solo la corda (veramente era una leva, ma non stiamo a sottilizzare ndApo).

Sembra chiaro che il regime non se ne andrà da solo e si reggerà al potere con ogni briciolo di forza rimasta. Ma martedì la gioventù egiziana ha infranto le barriere dell’apatia, della paura e del disinteresse, lasciando la cricca di Mubarak senza armi nel momento della sfida più grave. E mentre gli egiziani ruggiscono di rabbia, scandendo all’unisono l’ormai famoso slogan tunisino “Il popolo vuole la caduta del regime”, Mubarak si è rintanato in un posto non meglio specificato e rimane del tutto silenzioso. Per un popolo ormai assuefatto alle sue lezioncine, impartite in ogni occasione, dal giorno delle forze armate alle visite da parte di ministri di Monrovia, un Faraone silenzioso è un ex Faraone. Il suo popolo ha passato buona parte della giornata di martedì facendo a pezzi la sua immagine, dissacrando i suoi obelischi. E mentre è così abituato ad arrestare attentatori stranieri e oppositori messi al bando, oggi ha dichiarato che tutti gli egiziani sono suoi nemici e li sta assediando nelle loro case, nel loro paese.

Non si rende conto che, così facendo, ha fatto del male solo a sé stesso. Un regime che arresta e pesta il personale dei media governativi è ormai incapace di distinguere tra amici e nemici ed ha completamente perso la trebisonda. Ma forse, proprio perché il regime ha perso tutti i suoi amici, Mubarak ha reso impossibile ai compatrioti di rimanere fermamente amichevoli. Il Dipartimento di Stato americano sta provando a scansare la rogna offrendo segnali poco chiari, pur di evitare di dire cose delle quali si dovrebbe vergognare poco dopo e, forse, sta cercando di ristabilire quale sia la strada migliore da seguire nell’interesse degli Stati Uniti. La parte meno politicizzata dell’elite egiziana ha partecipato in massa alle proteste di martedì. Ora che Facebook non funziona, i circa 20 milioni di maniaci di Internet egiziani non hanno nient’altro da fare che protestare.

Mi sono reso conto che eravamo all’anno zero quando ho visto sul quotidiano “Al Ahram”, in prima pagina di mercoledì un articolo che descriveva i cittadini che entravano nelle stazioni di polizia e offrire in regalo ai poliziotti fiori e cioccolatini per il Giorno della Polizia. Nella giornata che ha visto alcuni degli scontri più drammatici di sempre tra la popolazione e la polizia, una foto di repertorio del ministro della tortura Habib Al-Adly ed una vignetta con un bouquet di fiori era in bella vista a ricordare a tutti che niente del genere era davvero accaduto. Anche se gli egiziani sono abituati a sentirsi raccontare menzogne, merdoledì il popolo ha reagito con ardore. I commenti a questa storia sono stati eccezionalmente lunghi e pieni di ammonimenti contro l’uso sfacciato di tale propaganda governative, oltre ad una serie infinita di offese contro la cricca di Mubarak. In fondo, non è molto diverso da quando la radio egiziana “Voce degli Arabi”, durante la Guerra dei Sei Giorni, continuava a raccontare di grandi vittorie contro Israele mentre le forze armate del paese venivano praticamente annientate. Ma queste cose, in fondo, ci si aspettano. Quello che non ti aspetti è di renderti conto di non essere in grado di pubblicare il mio editoriale sul mio giornale, Al Masry Al Youm, perché Internet non funziona in tutto il paese e quindi non posso raggiungere o comunicare con i miei redattori.

Comunque, lasciate che lanci un messaggio al regime di Mubarak; le reazioni scomposte raramente portano alla vittoria. Anche i Faraoni, prima o poi, devono soccombere alla forza di gravità.

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