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Foto trovata su blogs.guardian.co.ukDato che in questa città i pazzi scatenati sembrano essere davvero tanti, hanno deciso di eleggere come sindaco il famoso giornalista Boris Johnson, riconsegnando di conseguenza ai Tories il controllo della capitale, piuttosto sinistrorsa. Cosa dire? Spadolini non se la cavò malissimo, no?

A prima vista, ci sono poche cose tanto terrificanti come la prospettiva di un giornalista cui venga messo a disposizione un quantitativo non irrilevante di poteri coercitivi. Qualunque sia il vostro livello di conoscenza della categoria, le continue risse mediatiche, le accuse infamanti lanciate contro chiunque come se niente fosse o le mille altre infrazioni a quello che una volta si chiamava codice deontologico non giocano certo a favore della categoria. Se poi consideriamo cosa ne facciamo del limitato potere già a nostra disposizione, il verdetto non può che essere infausto. Da evitare a tutti i costi, per l’amor di Dio.

Nel Regno Unito (o per meglio dire nel Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord, definizione ufficiale dello stato britannico) non sembrano pensarla così, visto che eleggono a cariche pubbliche con una certa regolarità esponenti di quella categoria alla quale, finalmente anche dal punto di vista contrattuale, posso dire di appartenere. Chi sono questi giornalisti al potere? Mi vengono in mente due casi, forse i più eclatanti nella parte destra dell’universo politico, quella che conosco meglio e non mi procura irresistibili conati di vomito appena mi avvicino. Trattasi di Daniel Hannan, eurodeputato per l’Inghilterra Sud-orientale e Boris Johnson, sindaco di Londra. Entrambi conservatori ed entrambi giornalisti di professione, prima di scendere nell’agone della politica (espressione quantomai infelice, visto che difficilmente la professione giornalistica può essere considerata “superiore” a qualunque altra).

Se di Daniel Hannan, astro nascente del Partito Conservatore, popolarissimo su Internet e in America, specialmente nella galassia dei Tea Parties, ho già parlato in precedenza, oggi mi occupo del mio nuovo sindaco, il vulcanico Boris Johnson, che un paio di anni fa prese a schiaffoni quel bel pezzo di comunista di Ken Livingstone, dipingendo di blu la capitale britannica per la prima volta nella storia (fino a qualche anno fa, non esisteva nemmeno la carica di sindaco di Londra). Boris, come è conosciuto da ogni suddito di Sua Maestà Britannica, era famoso per la sua vis polemica ed i suoi comportamenti spesso sopra le righe. Chiaramente ai londinesi, gente strana da qualche secolo accompagnato, un tipo del genere piaceva ed hanno deciso di affidargli la direzione della loro oggettivamente complicata metropoli. Gli editoriali ed i commenti che Boris continua a pubblicare su varie testate sono inevitabilmente ben scritti e sagaci, cosa niente affatto disprezzabile visto lo stato non felice della professione. Resta da vedere se a tale capacità lessicale corrisponda anche un talento politico.

Nel commento che trovate tradotto qui sotto, Boris parla di come l’aver aperto ai commenti dei lettori ogni articolo scritto sulle edizioni online degli organi d’informazione abbia cambiato il modo di lavorare dei giornalisti, sottoponendoli a pressioni e responsabilità che, fino a pochi anni fa, preoccupavano solo le firme più conosciute. Alla fine, il giudizio di Boris è condivisibile: le legnate virtuali non fanno male a nessuno, specialmente se la “soluzione” dovesse essere l’ennesima riduzione delle libertà personali concesse chissà per quanto ancora ad ogni utente della Rete. Boris traccia un parallelo interessante: la democratizzazione della conoscenza e dell’accesso ai media portata dalla rivoluzione informatica sta coinvolgendo poco alla volta tutte le professioni liberali, passando dai politici ai giornalisti fino ad architetti, ingegneri, commercialisti ed avvocati. Non posso trattenere un sorriso. Forse nel Regno Unito le cose vanno davvero così. Nella oligarchia delle corporazioni a forma di stivale, tutti stanno facendo l’impossibile per evitarlo, riuscendo per ora a resistere alla marea montante a forza di querele, intimidazioni a mezzo stampa se non interventi legislativi ad hoc.

La sostanza, comunque, non cambia. Avere accesso a mezzi di comunicazione potenzialmente universali, poco costosi e semplici da usare come quelli basati sui protocolli Internet è stata forse la singola rivoluzione più importante dal punto di vista delle libertà degli individui. A renderla possibile è stata soprattutto la lentezza dei meccanismi di auto-conservazione del sistema, il fatto che per molti anni le conoscenze in materia erano ristrette ad una cerchia limitata di esperti ed appassionati per non parlare della improvvida sottovalutazione effettuata da operatori dei media, PR, esperti e politici del potenziale di questi strumenti telematici. In fin dei conti è stato un enorme colpo di fortuna ad averci messo a disposizione mezzi che avrebbero fatto la gioia di tutti i rivoluzionari della storia. Ora che lo status quo si è reso conto di aver commesso un errore madornale, sta cercando in ogni modo di rimettere il morso al cavallo imbizzarrito e tornare alla situazione originale, quella nella quale a parlare erano solo persone co-interessate al mantenimento perenne della struttura di potere esistente. A rendere lo scontro interessante è sicuramente il fatto che moltissimi utenti della Rete hanno mangiato la foglia e non sono assolutamente disposti a tornare ad essere fruitori passivi di un’informazione cui ormai non credono più.

La battaglia per la libertà di comunicare liberamente, anche usando toni e termini certo non da educande, sarà forse l’evento politico più significativo in ogni paese di questi ultimi decenni. Se, in un modo o nell’altro, lo status quo riuscirà a richiudere il vaso di Pandora, la strada per il totale asservimento degli ex-cittadini alla volontà dei potenti sarà spalancata. La libera comunicazione diffusa ad ogni cittadino è l’unico mezzo per difendersi insieme dalla sempre più opprimente invadenza delle strutture di controllo statali e para-statali, anch’esse potenziate enormemente dall’informatica. Non facciamoci prendere in giro; gli argomenti portati da chi vorrebbe rimettere una qualche censura, palese od occulta, sono solo patetiche scuse. Come dice Boris, le legnate virtuali non fanno male a nessuno. Se il prezzo da pagare per la possibilità offerta a chiunque di controllare e criticare in maniera pubblica ed efficace le azioni di chi detiene un qualsiasi potere (legislativo, esecutivo, giudiziario, mediatico) è quello di rischiare qualche insulto nei commenti dei propri articoli, mi sembra che si tratti di un’eccellente affare. Uno di quelli che non solo non si può rifiutare, ma che non capiteranno mai più nella vita. Occhi ed orecchie aperte, gente. Siamo solo all’inizio.

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Essere preso a schiaffi nel cyberspazio non fa male a nessuno
Boris Johnson
Originale (in inglese): Daily Telegraph
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Basta parlare di me. Parliamo di voi. O, meglio, parliamo della piccola minoranza tra voi che non solo legge questi editoriali – stando sveglio fino a tardi in America o svegliandosi presto ad Hong Kong. Parliamo della grande comunità di pensatori online alimentati a caffeina che pestano furiosamente sui tasti contribuendo ad arricchire la ‘chiacchieropoli’ virtuale (il termine inglese che usa Boris, “jabberama” mi piace un sacco ndApo).

Una volta, consegnare questi articoli per le pagine dei commenti era una faccenda piuttosto solitaria. Più o meno era come inserire una moneta per prendere una barretta di cioccolato alla stazione o fare pratica per migliorare il proprio servizio a tennis. Niente tornava indietro. Si trattava di opinioni ‘spara e dimentica’, mordi e fuggi. Certo, se scrivevi qualcosa di particolarmente oltraggioso, qualche lettera sarebbe arrivata, sempre che la posta non fosse in sciopero. Se pestavi forte sull’acceleratore e commettevi un errore che nessun lettore avrebbe potuto mai perdonare – come chiamare golden retriever un labrador giallo – qualche telefonata sarebbe arrivata al centralino del “Telegraph”.

Ma di questi tempi, quando ognuno di noi scrive qualcosa, assomiglia più ad avvicinarsi in punta di piedi ad una gabbia con un pezzo di carne e nervosamente cercando di farla passare dalle sbarre. Talvolta la blogosfera sembrerà soddisfatta dall’offerta e grugnirà la propria approvazione; talvolta le urla e la confusione ti fanno sentire come Clarice Starling mentre percorre il corridoio del manicomio cercando Hannibal il Cannibale.

L’altro giorno, per esempio, ho scritto uno straordinariamente normale pezzo da conservatore mainstream, nel quale chiedevo di aumentare il commercio con l’India. Poi ho fatto l’errore di guardare ai commenti dei lettori. Un’analista, il cui nome di battaglia era qualcosa come “fanc**o a tutto e tutti”, fa intendere che il problema stava nel fatto che il Regno Unito sta nella UERSS (Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche ndApo), cosa che potrebbe anche essere in parte vera. Ma altri corrispondenti, più semplicemente, se la sono presa con il libero mercato, la globalizzazione ed il capitalismo in generale, con uno di loro che chiude con le parole immortali “borus is a p—-” (your guess is as good as mine, gente ndApo) Penso si facesse chiamare “pheasantplucker” (più o meno ‘spenna-pavoni’ ndT), il che dovrebbe essere una qualche forma di spoonerismo.

Ora, penso ci siano molti lettori che condividono di cuore le parole di “pheasantplucker” e poi, a scanso di equivoci, a borus queste cose non fanno né caldo né freddo. Ma cosa dire del mio collega Toby Harnden, che non gioca a questo gioco al massacro da tanto tempo come il sottoscritto? Ieri ha scritto un eccellente articolo sul “Sunday Telegraph”, analizzando la storiaccia su Sarah Palin e la sua reazione alla sparatoria di Tucson. In breve, sosteneva che la Palin è sembrata paranoica e sulla difensiva, mentre Obama aveva parlato abbastanza bene.

Il povero Toby è stato preso subito a bastonate dall’aristocrazia della blogosfera destra americana. Uno dei partecipanti al dibattito si chiamava “Hostile Logic” e decorava i suoi commenti con un motivo che assomigliava a tracce di sangue. Ad un certo punto ha scritto “sei la prova vivente che alla m—a possono crescere gambe e braccia”. Leggendo queste frasi mi sono domandato della violenza del linguaggio usato nei blog e dell’effetto che sta avendo sulla politica ed il giornalismo. Protetti dall’anonimato, incoraggiati dal supporto online di chi può avere posizioni ancora più estreme delle loro, i lettori sono ora in grado di rispondere al fuoco di fila dei giornalisti con una rapidità ed una ferocia mai vista finora. Tale virulenza sta già iniziando a spaventare molte persone.

Ho parlato col direttore di un potente quotidiano nazionale; mi ha detto che, personalmente, è contrario all’aliquota sul reddito al 50% e che si rendeva conto che non raccoglie molti soldi. D’altro canto non si azzardava a scriverlo sul suo giornale perché i lettori sono al 100 per cento a favore di “punire” chi è molto ricco e non se la sentiva di mettersi contro ai lettori. Mi domando se la sua diagnosi fosse giusta e se i commenti online talvolta molto virulenti riflettono davvero quello che le persone ragionevoli pensano.

Negli ultimi giorni ci sono state molte persone che hanno iniziato a domandarsi se l’irascibilità e la violenza verbale della blogosfera non stessero rendendo ancora più difficile il dialogo tra le parti politiche. Può forse darsi che questo linguaggio aggressivo incoraggi comportamenti aggressivi – fino al punto di arrivare alla violenza fisica? Alcuni si chiedono se sia necessario “calmare” i blog, passarci la carta vetrata, moderarli – forse persino censurarli. Basta mettere le parole in questi termini per rendersi conto che si tratta di una montagna di baggianate. Quello che vediamo sui nostri siti internet, con tutta la sua ruvidità esuberante, non è che un processo democratico unico e salutare.

Non credo possiamo rilevare alcun chiaro collegamento tra le filippiche sui siti internet – anche quando illustrati da tanto di mirini – e la sparatoria di Tucson; e non credo che dovremmo fare un bel niente per sopprimere o anche ‘pastorizzare’ il grande simposio telematico. Negli ultimi due anni, i politici britannici sono stati ritenuti responsabili delle proprie azioni in modi mai visti prima. Riuscendo ad avere accesso alle richieste di rimborsi spese computerizzati, questo giornale è stato in grado di rivelare, fin nei dettagli più scabrosi, il poco rispetto con il quale i deputati trattavano i soldi pubblici. Per il povero deputato è stato uno shock inaspettato. Era come essere Ceausescu o il fu Ben Ali di Tunisia, guardare fuori dal balcone e capire quello che le persone pensavano davvero.

Ora, buoni ultimi, anche ai giornalisti viene riservato lo stesso trattamento. Naturalmente, essendo un giornalista cui piace ancora scrivere, devo tremare di fronte all’ira di pheasantplucker, ma mi rallegro anche del cambiamento avvenuto negli ultimi anni. Quella che era una trasmissione mono-direzionale è diventata un dialogo. Quando scriviamo i nostri articoli, migliaia di occhi scorrono tra le linee in cerca di errori fattuali o di stile – con la differenza che questi critici non possono solo protestare con i familiari mandandoci a quel paese. Possono dire a tutto il mondo, in pochi secondi, dove pensano che abbiamo sbagliato. Non stiamo solo scrivendo degli articoli, ma dei wiki-articoli e se, talvolta, prendiamo due botte virtuali, abbiamo anche la soddisfazione di guadagnarci, di tanto in tanto, qualche breve grugnito d’approvazione.

I giornalisti controllano le azioni dei politici; i lettori controllano quello che fanno i giornalisti – tra non molto, visto che internet continua a progredire, il vento del controllo popolare soffierà impetuoso su tutte le professioni liberali. Resta una domanda. Cosa ne facciamo degli avvocati?

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