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Foto scattata da Luca A. Bocci - Some rights reservedPrima domenica in terra d’Albione. Il clima certo non invita a pensieri gioiosi e camminate nel parco ma basta mettere il naso fuori di casa per iniziare a capire qualcosina di questo posto strano dove la gente guida dalla parte sbagliata della strada e spesso non sembra avere tutte le rotelle a posto…

Ah, la domenica inglese! I miei ricordi dall’ultima volta che avevo passato più di un paio di giorni da queste parti erano chiarissimi. Tutto chiuso, stangato, assolutamente niente da fare. Praticamente una replica quasi pedissequa della domenica tedesca, tutta inevitabilmente all’insegna di “Kirche und Familienspass”, nel parco se il tempo è clemente, in casa se viene giù il mondo o si rischia il congelamento solo a mettere il naso fuori dalla porta. Stamattina esco, a caccia di una sistemazione transitoria fino all’inizio di febbraio, quando potrò trasferirmi nel nuovo mini-antro londinese dell’Apolide. Tappeto di nuvole grigiastre. Sai la novità. Raffiche di vento gelido. Vedi sopra. Qualche macchina in giro. La strada dove sto è piuttosto trafficata, quindi nessuna sorpresa. Faccio due passi verso High Street, la Main Street americana che si trova non solo nei villaggi ma anche nei borough londinesi, che in effetti fino a non molti decenni fa erano villaggi veri e propri, prima che la città tentacolare li inglobasse senza pietà. Prima sorpresa: negozi aperti, inclusi i supermercati. Ma dai. In Cruccolandia sono aperte solo le trinkhalle. Orario ridotto, ma negozi aperti. Comodo. Gente in giro non molta, ma d’altro canto anch’io, normalmente, alle dieci di domenica dormo alla grossa.

Clima plumbeo, ventoso, gente a passeggio, meno ragazzotti in giro. Nota personale: i chavs non sono animali mattutini. Buono a sapersi. A parte tutto, niente di particolarmente strano. Inizia a piovere, la solita spruzzata di pioggia che passa in cinque minuti. Ormai il condizionamento francofortese è tornato in pieno effetto. Neanche mi fermo a tirare fuori l’ombrello. “Tanto smette subito”. Come volevasi dimostrare, la pioggerella smette poco dopo. Fino a quando non viene giù cani e gatti, non sta davvero piovendo. Altra nota personale, anche se non ce ne sarebbe bisogno. In una vetrina vedo un letto king size con tanto di tv lcd a scomparsa. Scuoto la testa sconsolato; quando gli inglesi erano ancora inglesi, roba del genere l’avrebbero rimandata sdegnosamente in America. Ora sognano di comprarsela. Sign of the times, I suppose. Arrivo fino ad un distributore di benzina. L’insegna mi incuriosisce. Tesco? Ma dai, lo stesso nome della catena di supermercati. Occhiata rapida ai prezzi. 1.20 sterline? Ma è molto meno di quanto si paga ai distributori normali. Macchine ce ne sono, ma non c’è la rissa. Deve esserci il trucco; in Italia ci sarebbero file chilometriche. Mi correggo subito: da noi distributori del genere non esisterebbero mai. La lobby dei petrolieri li uccellerebbe subito, come successo per l’unico distributore del genere di cui ebbi notizia anni fa, in un ipermercato vicino Lucca.

Al diradarsi dei negozi, torno indietro e mi fermo in un negozietto per il rifornimento di “cancer sticks”, nomignolo appropriato con il quale la mia ex-collega Marzia da Brescia definiva le sigarette. Il tipo dietro il bancone, che non riesco ad identificare con esattezza (punjabi o pakistano? Saperlo) prima fa finta di non capire, poi si riprende, mi consegna il pacchetto e mi saluta chiamandomi “boss”. Ma dai. Addirittura? Questo impermeabile alla Derrick funziona anche qui. Fico. Continuo a passo lento per evitare di distruggermi ulteriormente i piedi, ancora in crisi per il superlavoro dei giorni scorsi. Tra trippole e trappole, anche oggi ho fatto quasi un miglio a piedi. Roba da ridere. Ormai ci sto facendo il callo. Avvicinandomi ad un parco pubblico decisamente poco invitante (uno spiazzo con un prato, due giochi per bambini e poco più), sento persone vociare da lontano. Ah, giusto, “vociare” è un toscanismo. Mi correggo; persone che parlano ad alta voce, talvolta gridando, in lontananza. Meglio “vociare”, vero?

Prendo la stradina e mi rendo conto che si sta giocando a calcio. Squadre giovanili del quartiere ex villaggio. Carino. Sarà perché da bambino non ho mai giocato a calcio, con grande disperazione di mio padre, calciatore semiprofessionista da giovane, ma quando vedo ragazzini che giocano, mi vien voglia di andare a vedere. Non si sta giocando una sola partita, ma addirittura tre insieme. Niente recinzioni, solo porte di quelle semovibili e via a giocare. Il vento è sempre più tagliente ma a nessuno importa. Gli allenatori urlano peggio di Lippi, i genitori sono più contenuti ma più organizzati delle controparti italiote (tra thermos, sedie da prato ed ammennicoli vari sembrano dei professionisti del tifo familiare), i ragazzi sembrano dannarsi l’anima per riuscire a prendere la palla o fare gol. Spero di trovare un diamante grezzo, da segnalare a qualche grande squadra. Chiaramente non ce ne sono neanche per sbaglio. Agonismo tanto, tecnica pochina. Da che mondo è mondo, gli inglesi giocano così. Tutti gli allenatori stranieri non cambieranno il fatto che per loro “palla lunga e pedalare” non è uno schema ma una filosofia di vita irrinunciabile.

Divagazioni da calciomaniaco a parte, inizio a documentare con il telefonino la scenetta, per non dimenticarmene. Dopo qualche minuto, un signore che avrà la mia età si avvicina e chiede se mio figlio stia giocando qui. Il fare è cordiale, ma le intenzioni sono inequivocabili. Anche scattare due foto con il telefonino è considerata attività sospetta. In questo caso l’impermeabile non viene collegato al mitico ispettore bavarese, ma ad un più prosaico pervertito qualsiasi. Per fortuna ho la prontezza di riflessi di rispondere “Well, no, but I’m a sports journalist”. Il tipo si rilassa immediatamente, iniziando a scusarsi; ‘sai com’è, un tipo che non conosce nessuno si mette a fare foto, ci sono bambini’. No, figurati, colpa mia. Avrei dovuto saperlo che di questi tempi anche le attività più innocue, quando ci sono di mezzo i bambini, diventano crimini capitali. E poi si domandano perché vengano fuori quei mostri viziatissimi che si vedono ad “S.O.S. Tata”. Comunque tolgo le tende e vado verso la terza partita. Sopra i 14 anni nessuno avrà niente da ridire e magari si vedrà anche un minimo di tecnica in più. I tre fischi dell’arbitro mi convincono che è il momento di tornare nel mio alberghetto.

Al parcheggio della Assembly Hall, accanto al parco di cui sopra, altra sorpresa. Sul lunotto di una Land Rover Discovery vedo uno sticker strano. A parte che le decalcomanie bianche ovali con la sigla del paese da noi fanno molto anni ’80 (gli inglesi, ovviamente, non si sognano nemmeno di adottare le targhe europee come tutti noi “continentali”), ma noto subito che c’è scritto “Tesco Insurance”. Addirittura. Non solo vendono benzina, ma anche la RC auto? E come fanno le assicurazioni inglesi a fare cartello e spingere sempre più in alto i prezzi? Mica possono corrompere un gruppo grosso come la Tesco, con migliaia di supermercati nel Regno Unito ed in mezzo mondo. Ripenso all’Italia e a cosa succederebbe se, dalle mie parti, si trovasse una macchina assicurata, che ne so, dall’Esselunga. Minimo minimo un lunotto rotto al mese.

Sospiro e rientro in albergo, non prima di beccarmi i due minuti due di sole che questo tempo infame concede di tanto in tanto. Sembra strano, fuori luogo. Sarà che sono arrivato d’inverno, sarà che da quando sono qui sto dimenticando anche com’è fatto il sole, sarà che durante le previsioni del tempo della televisione nazionale nemmeno si disturbano a segnalare la presenza delle nuvole (probabilmente per non deprimere ulteriormente il telespettatore o ritrovarsi con lo schermo pieno di nuvolette grige). Prima o poi mi ci abituerò. ne sono sicuro. In fondo, sopportavo pure il clima di Bancoforte, certo non migliore di questo. Tutto qui? Più o meno sì. Di uscire ancora, visto il vento ed il cielo grigio non avevo proprio voglia.

Allora mi è tornata in mente una canzone alla quale sono molto affezionato, dell’autore che preferisco in assoluto, il mitico Steven Morrissey, co-leader degli Smiths. Il titolo del pezzo l’ho usato per questo post, il testo lo trovate qui sotto, in originale (Morrissey non si traduce, per principio). Ho anche linkato una cover in tedesco che farà impallidire i super-fan del Mozzer come il sottoscritto ma non potevo mica linkare la canzone originale. Lo so, si trova anche su SoundCloud o su qualsiasi altro sito di streaming ma di questi tempi è meglio andare sempre sul sicuro. Dubito che i Bavarian Front Disco, gruppetto sconosciuto autore della cover, mi faranno causa. Tornando alla canzone, Chrissie Hynde, leader dei “Pretenders”, la considera un capolavoro di prosa. Non posso darle torto. L’aria, qui, non è da cittadina costiera in inverno, ma la sorda disperazione di tanti, giovani e meno giovani, è quasi palpabile. Mi fermo prima di scivolare in considerazioni pseudo-filosofiche che, probabilmente, interesserebbero solo al sottoscritto e ai suoi quattro o cinque amici. Morrissey basta ed avanza a spiegare le cose. Buona settimana, gente. E speriamo che la normalità non sia triste e piatta come una domenica inglese.

“Everyday is like Sunday”
Testi e musica: Steven Morrissey / Stephen Street
Album: “Viva Hate”
Anno: 1989


Trudging slowly over wet sand
Back to the bench
Where your clothes were stolen

This is the coastal town
That they forgot to close down
Armageddon – come Armageddon!
Come Armageddon! Come!

Everyday is like Sunday
Everyday is silent and grey

Hide on the promenade
Etch a postcard:
“How I Dearly Wish I Was Not Here”

In this seaside town
That they forgot to bomb
Come, come, come Nuclear Bomb!

Everyday is like Sunday
Everyday is silent and grey

Trudging back over pebbles and sand
And a strange dust lands on your hands
And on your face
On your face..

Everyday is like Sunday
“Win Yourself A Cheap Tray”
Share some grease-tea with me
Everyday is silent and grey