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Foto trovata su exotixblog.comL’ineffabile Apolide ne combina una dopo l’altra rendendosi spettacolarmente ridicolo. Per fortuna da queste parti nessuno lo conosce e quindi tira dritto nella perfetta indifferenza. Sperando che non ne faccia una talmente grossa da farsi registrare dall’ubiquo telefonino e finire su YouTube…

Non è mai piacevole parlare di sé stessi in maniera derogatoria. Tra l’autoironia e l’autoflagellazione gratuita la differenza è talvolta sottile sottile. Se ne combini una grossa ma sei da solo in camera, mentire è la scelta più facile del mondo. La chiami “memoria selettiva” e fai finta di niente. Cosa che potrei fare benissimo anch’io, visto che chiunque mi ha incrociato in questi giorni ha visto un tipo sovrappeso in un impermeabile alla Ispettore Derrick che trascinava due valige non enormi faticando come un somaro. Cosa ne sapevano gli ignari londinesi del fatto che stavo in quelle condizioni perché camminavo da un paio d’ore senza avere la più pallida idea di come arrivare all’albergo che avevo improvvidamente prenotato per qualche giorno? Per uno che tra poco ha paura di fare qualsiasi cosa perché teme di cadere nel ridicolo non è proprio il massimo della vita. Morale della favola: impegnati quanto ti pare, fingi, atteggiati, ma prima o poi le figure da cioccolataio capitano davvero a tutti.

Dopo questo cappello generale, passiamo alla cronaca del giorno vero e proprio, iniziato alle 4, ora dell’Europa Centrale, nella cameretta dell’antro italiano dell’Apolide. Nonostante un mezzo sonnifero a scanso di equivoci, il suddetto intelligentone aveva fatto l’una e mezza cercando di preparare qualsiasi cosa potesse servirgli nei giorni futuri. In particolare, l’ultimo colpo di genio era stata la traduzione del curriculum più recente in inglese – cosa che poi si è rivelata davvero utile, visto che oggi pomeriggio è servito sul serio e che, grazie a Google Docs, lo aveva prudentemente salvato nella Cloud. Sveglia quindi già problematica, resa certo non facile dalla tensione accumulata in settimane d’attesa. Anche se hai già vissuto all’estero, ogni volta è sempre diverso, pure se ti ritieni apolide (cittadino del mondo non mi piace, troppo sinistro, puzza di global government, il che, per un liberale di nome e di fatto, è desiderabile più o meno come un paletto di ciliegio dritto nel cuore). Arrivo al “Galileo Galilei” di Pisa (grandissimo nome per un aeroporto, non trovate? Così appropriato da far arrossire di vergogna quei buzziconi romani. Cavolo c’entra Leonardo da Vinci con Roma? Un cacchio di niente. Chiamatelo “Giulio Cesare”, “San Pietro”, quello che vi pare, ma lasciate i geni toscani alla Toscana. Grassie) in ampio anticipo temendo inconvenienti. Tutto inutile. Imbarco la valigia alle 5 quando il volo parte alle 6.30. Iniziamo bene. Al controllo di sicurezza non riesco a slacciare gli stivaletti e rimango fermo per qualche minuto, sempre più imbarazzato. Se il buongiorno si vede dal mattino. Fila chilometrica al controllo passaporti per sovraffollamento di extracomunitari diretti in Marocco (il volo per Marrakesh parte più o meno alla stessa ora) e narcolessia cronica del poliziotto chiuso nel gabbiotto che vorrei tanto trasformare nella doccia della pubblicità del silicone Saratoga, riempiendola d’acqua fino al soffitto. Disposizione d’animo quantomai gioviale, vista l’ora, il sonno e le condizioni psico-fisiche generali. Alla fine si arriva sull’aereo. Hostess piuttosto carina, forte accento londinese, mi sembra un segnale bene augurante. Quando passa a parlare in italiano mi rendo conto che è più italiana del sottoscritto. Che sia anch’esso un segno? In fondo il mio amico Tarek ha incontrato la moglie all’Università del Wisconsin, mentre entrambi stavano approfondendo le rispettive ricerche cliniche. Avevano abitato una vita nella stessa città (Il Cairo) senza incontrarsi, si sono trovati a migliaia di chilometri di distanza. Incrocio le dita giusto in caso, non si sa mai.

Trasvolata disturbata dal ciangottare ottuso di gruppetto di ragazzine vacue come un concentrato di “Twilight”, Justin Bieber, Jonas Brothers e bambinume vario che impediscono al nostro di schiacciare un quantomai necessario pisolino. No such luck. Frak it. Visto che alle sei di mattina gli impiegati dei duty free italiani col cavolo che vogliono lavorare, speravo di comprare una stecca di sigarette sull’aereo, tanto per evitare i proibitivi prezzi inglesi per qualche tempo. No such luck 2, la vendetta. I goody-two-shoes della compagnia low cost vendono l’ultima loro trovata, le sigarette “smokeless”, che puoi usare dovunque, anche in aereo. Costano un botto, ma durano il doppio di quelle normali. Idea francamente idiota, IMHO. Nonostante tutto, non ci casco. I’ll be damned se mi faccio ricattare così, mi rifarò all’atterraggio. Figuriamoci se con l’economia in crisi si lasciano scappare una sola occasione per vendere qualcosa. Atterriamo e l’unico duty free del caso, una specie di “Last Chance Saloon”, ha di tutto ma neanche una sigaretta. Ma straporc… neanche atterrato e subito mi scontro con il salutismo di stato inglese? Fortunellen davvero. Passo la dogana, esco e mi precipito dal primo tobacconist che trovo. Chiedo il solito pacchetto di sigarette “low cost” che fumo in Italia. Al prezzo strabuzzo gli occhi e provo a fare l’indifferente. Colgo l’occasione per cambiare un cinquanta euro e fornirmi di moneta locale. No such luck 3, il ritorno. Non accettano i cinquanta. Ma porcaccia della miseriaccia infame… tocca tirare fuori il bancomat per pagare un pacchetto di sigarette quasi quindicimila lire. Siamo davvero ai confini della realtà. Sono tornato nel Regno Unito dopo quasi vent’anni ed avrei già voglia di andarmene, ancora prima di uscire dall’aeroporto. Visto che non sono qui per vacanza, tiro dritto ma il sorriso falso come una banconota da venticinquemila lire in realtà nasconde una voglia di far rinsavire questo popolo di lobotomizzati dal pensiero unico laburista a forza di mazzate in testa, come fece Mamma Maggie.

Esco dall’aeroporto di Stansted, ex base aerea della RAF nel bel mezzo del nulla e sono accolto da una raffica di vento gelido ed acqua. Welcome to Britain, mister Apolide. You shouldn’t have bothered, brutto infame di tempo da lupi grigi ed annoiati. Il condizionamento francofortese riemerge prepotente e suggerisce che il vento se non altro muoverà le nuvole, evitando il ripetersi del curioso fenomeno renano delle “permanuvole”, nuvolette malefiche che sostavano per ore, se non giorni, davanti alla tua finestra, facendoti talvolta chiedere se non si trattasse di un’elaborata candid camera. Visto che lavorerò dalle parti di Heathrow, ma i biglietti per lo scalo principale costavano cifre proibitive (settecentoquaranta euro sola andata li fa pagare quella peripatetica di tua sorella, brutto burocrate statalista raccomand… inserite insulti appropriati ma di una certa classe ^_^), quindi tocca prendere un autobus per evitare tragitti in metropolitana con ingombranti valige (prendi talmente tanti accidenti che ti bastano per un paio di vite…). Entro nell’accogliente ufficio della National Express, operatore di autobus a lunga percorrenza e prendo il biglietto. Oltre 25 sterline. Trenta euro per cinquanta chilometri mi sembra un furto inaudito ma ripropongo il sorriso di circostanza e ripago. Il pattern sta diventando preoccupante. Penso al conto corrente in calo vertiginoso e la mia anima scozzese-genovese ha un sussulto di dolore. Tiro dritto; il piano si rispetta e basta. Ho programmato la giornata per filo e per segno, niente distrazioni.

Visto che dovrò aspettare un buon 45 minuti, mi metto a leggere il “Daily Mail”, trovato in distribuzione gratuita appena sbarcato. Il giornalismo albionico non sarà quello dei tempi d’oro, ma è ancora in grado di far vergognare i poveri mestieranti italiani. Non è roba da Pulitzer, anzi, niente di trascendentale, ma si fa leggere e ha tali e tante notizie da interessare veramente tutti, non solo la ristrettissima minoranza che legge i giornali ogni giorno. Si parla di cose che da noi trattano solo settimanali come “Confidenze” o “Oggi”, il gossip è molto meno di quello che si dice da noi ma è il tono generale a sorprendere. Popolare, certo, ma mai condiscendente. Arte molto difficile, che da noi non si prova nemmeno ad esercitare, salvo poi piangere miseria quando si minaccia di tagliare gli aiuti all’editoria. Triste. Alla fine l’autobus arriva, salgo a bordo e sono sorpreso dalla presenza delle cinture di sicurezza. Ma dai, non mi dire. Spunta un ricordo vago di una notizia letta da qualche parte. Altro che “nanny state”, qui siamo ben oltre. Provo ad infilarle. Strettissime. A malapena respiro. Ma che, le hanno fatte a misura di bambino? Sospiro (si fa per dire) e tiro avanti. Per un’ora e mezza lo spettacolo sono le mucche al pascolo (a 40 chilometri dalla City di Londra), i cartelli stradali (cosa cavolo vuol dire “no hard shoulders for 440 yds”?) e gli inside jokes che capisce solo chi è malato tanto quanto l’Apolide (“London Orbital”, la circonvallazione di Londra, mi ha fatto venire in mente un super-gruppo di elettronica, fatto dai Future Sound of London e dagli Orbital. No, non c’è bisogno che commentiate, suono patetico solo a scriverlo). Uno dei tunnel è in manutenzione, cosa che causa livelli inauditi di caos sulle strade limitrofe, travolte dal traffico deviato. Passiamo accanto ai cantieri e… MIRACOLO! Ogni tanto CI SONO lavoratori che lavorano! Tanti chiacchierano o fumano, ma alcuni si danno da fare sul serio. In tanti anni di viaggi sulle strade italiane mi era capitato di trovare cantieri attivi più o meno una volta su cinquanta. Qui siamo ad uno su uno. Massive. Two thumbs up for Britain!

Arrivo ad Heathrow e, dopo aver perso un paio di autobus per incomprensioni con gli autisti (inevitabilmente stranieri), salgo sul bus locale che mi dovrebbe portare all’albergo. E qui casca l’asino. Nella furia organizzativa, l’Apolide ha trascurato di segnarsi il nome della fermata e, soprattutto, il codice postale. Che vuoi che sia? Quante “Hounslow Road” ci saranno da queste parti. Hmm… cinque – e quella segnata sulla route dell’autobus è lontanissima da quella dove si trova l’albergo dell’Apolide. Attimo di tentazione arrivato alla stazione di Feltham, che sapevo a dieci minuti a piedi dall’albergo. “Nah, sono stanco, non ho voglia di camminare”. Mai pensiero fu più infelice. Dopo una mezz’ora buona, l’Apolide scende davanti a qualche negozio: nome della fermata, “Hounslow Road”. Ottimo, sono vicino. Vado avanti e indietro come un idiota ubriaco prima di capire da che parte è la strada. Poi noto che il numero è quattrocentoqualcosa. L’albergo dovrebbe essere al 41. Poco male, farò due passi. Sì, due passi… facciamo qualche miglio accompagnato. L’odissea buffa dell’Apolide inizia così. Prima mi faccio tutta la strada con valige al traino. Arrivo ad un cavalcavia che porta su una specie di autostrada. Trascino le valige in salita, riscendo, cerco il 41 ma non lo trovo. Mi accorgo che la strada ha cambiato nome. Attimo di panico. Mi sono perso. $&£/)$&*”(%/ Accendo il GPS dell’androidphonino ma le assurde tariffe del roaming internazionale bruciano i pochi soldi rimasti sulla scheda prima di capire esattamente dove sono e come arrivare all’albergo. “Ma cosa stai a ricaricare la scheda? Ti trasferisci in Inghilterra, mica ti serve!”. Smadonnamento (non blasfemo) come sopra. Intorno, deserto dei Tartari. Allegria, gente. Tiremm’ innanz’ che l’è meglio. Si è fatto quasi mezzogiorno, ora di Greenwich. Sono in piedi da nove ore, ho camminato per un’ora buona, non ne posso più e non ho credito sul telefono. Ormai barcollo più che camminare, ma procedo lo stesso. Facile fare l’eroe quando non hai scelta. Alla fine trovo una fermata del bus. Controllo ansioso. Una delle linee porta verso Feltham. Raggio di sole dal cielo (metaforico, il tempo continua ad essere da lupi ubriachi). Attendo speranzoso. Ritarda. Il primo appuntamento per vedere un appartamento l’avevo fissato alle 13. Manca meno di un’ora. Ce la devo fare, altrimenti salta tutto. L’autobus arriva, pago le due sterline e 20 pence della corsa singola (a Francoforte mi sembrava un’enormità l’einzelfahrtkarte ad un euro e mezzo per andare da una parte all’altra della città…) e mi ritrovo alla stazione di Feltham. Il peggio è passato, ora basta solo arrivare all’albergo. Ho già rimandato l’appuntamento alle due (le cabine rosse non ci sono, ma i telefoni a gettone funzionano anche nel 2011 – in Inghilterra, ben inteso. Da noi… beh, lasciamo perdere). Ce la posso fare. Ce la devo fare.

Ma anche no. Mi perdo vergognosamente ripetute volte. Tiro avanti fino ad una strada, poi mi scoraggio e torno indietro, provo ad accendere il GPS comunque, ma senza connessione dati che me ne faccio delle coordinate? Torno indietro, ne provo un’altra. Niente due la vendetta. Sto per alzare bandiera bianca quando vedo un cartello. La strada giusta! Stumbling toward ecstasy! Raccolgo le forze e torno a camminare. Basta arrivare al 41. Che non esiste. Al punto di mettermi ad urlare come un pazzo scatenato, incrocio tre poliziotti. Non sembrano “bobbies”, con tanto di giubbetto anti proiettile ed armi, ma sono sempre officers of the Law. Sono quasi disperato, in un bagno di sudore e probabilmente patetico. Mi dicono che quella non è “Hounslow Road” ma “Hanworth Road”. Dalla fatica avevo sbagliato a leggere il cartello. Potere dell’autosuggestione. Mi spiegano che devo tornare indietro e rifare buona parte della strada che ho fatto in precedenza. In pratica ero arrivato più volte a cento metri dall’albergo, per poi tornare indietro scoraggiato. Con i piedi che gridavano vendetta, traballo verso l’incrocio per arrivare finalmente all’albergo. Sono praticamente le due. Sono in piedi da undici ore e vorrei tanto andare a letto.

Decido di rimandare il primo appuntamento, ormai irrecuperabile. Il prossimo lo ho alle 16, ma in un distretto vicino, ad un paio di fermate di treno. Non posso rischiare, devo andare per forza. In camera non ho nemmeno il tempo di accorgermi che questo è il secondo peggior albergo in cui abbia mai soggiornato in vita mia (il primo della lista? Quello dove con gli amici ci eravamo fermati dopo il diploma quando facevamo l’InterRail. Indovinate dove si trovava? Vicino Earls Court, a Londra…), una doccia ultra-rapida che non ha quasi nessun effetto sui muscoli doloranti, mi cambio, appena mi siedo per infilare le scarpe quasi crollo steso. Mi riprendo. Esco di nuovo. Sono le tre. Un’ora per arrivare a Isleworth. Alla stazione ritrovo la poliziotta di prima che non solo mi riconosce ma chiede se abbia trovato l’albergo. Faccio due chiacchiere e le spiego che lavorerò da quelle parti. Sembra annotare mentalmente la cosa. L’abito è cambiato, ma l’anima è sempre quella dei Bobbies; sorriso sulle labbra ma sapere tutto di tutti. Siamo in una città di dodici milioni di abitanti e la gentile poliziotta si comporta come se fosse in un villaggio. Massive. Provo a fare la TravelCard da un giorno, ma la macchina automatica mi manda a quel paese. Solo settimanali. E come faccio a sapere quali zone mi serviranno da qui a mercoledì?! La poliziotta consiglia di rivolgersi all’impiegato delle ferrovie: “lui sa tutto”. Si conoscono bene. Sono sempre più sorpreso. Tocca fare l’abbonamento settimanale, fino alla zona 3. Niente giretti in centro domenica. Stanco come sono, non mi frega granché. A Isleworth mi perdo ancora un paio di volte, ma ormai non fa più ridere nessuno. A rendere tutto epico erano le valige. Con lo zainetto, sono solo un’idiota a zonzo.

Esco dalla casa verso le cinque. Avrei dovuto chiamare una persona per fissare una visita ad un appartamento vicino alla stazione di Mortlake ma il telefono è morto. Mi serve una SIM inglese. L’offerta che mi piaceva di più era quella della T-Mobile, ma so l’indirizzo solo del negozio a Feltham. Riprendo il treno, cammino verso il negozio, prendo la SIM. L’attivazione dura mezzo secolo, ormai non ho tempo di andare e tornare in tempo per l’appuntamento delle 20 ad Isleworth. Salto anche quello. Whatever. Esco dal negozio alle sei, con il telefono tornato in vita e connessione internet illimitata. Ora il navigatore funziona. Niente più giri a vuoto. Uno smartphone senza internet mobile è utile più o meno quanto un soprammobile. Lo avessi avuto la mattina avrei saputo che per raggiungere l’albergo avrei dovuto fermarmi tre o quattro fermate PRIMA della stazione di Feltham. La fermata era davanti all’albergo, dall’altra parte della strada. Roba da chiodi. Qualcuno di voi avrà notato che dalla mattina alle quattro, ora dell’Europa Centrale, non avevo mangiato un bel niente. Prima di riprendere il treno per Isleworth, mi fermo ad un supermercato lì vicino (idea geniale per i pendolari) ed arraffo qualcosa. Tempo per altro non ce n’è. Altre due miglia e mezza per arrivare e tornare dal luogo dell’ultimo appuntamento, più un altro mezzo miglio per arrivare all’albergo. Arrivo in camera alle dieci e mezzo, quasi alle undici. Sono a pezzi, ma non ho ancora scritto il post per l’antro. Recupero da qualche parte la forza di resistere al sonno e alla fatica e tiro avanti. La connessione wireless, ringraziando il cielo, funziona. Stavolta il raggio di sole è quasi palpabile. Senza Internet sarei davvero fritto. Vantaggi della nerditudine: basta così poco per renderci contenti…

Finisco di scrivere, rispondere a tutti gli amici e parlare con l’amico Salvatore, al quale dovevo un tot di spiegazioni visto che lo scansavo più o meno da una decina di giorni. Sono quasi le due. Ho fatto una mezza maratona a piedi, sono sveglio da ventitré ore e non riesco a dormire. Domani (oggi) si ricomincia da capo ma senza valige, il che rende tutto noiosissimo. Alla fine, crollo. La cronaca giunge alla fine, restano i commenti e le considerazioni ma quelle le riservo per un’altra volta. Sinceramente non ne posso più. Ho un gran sonno e domani avrò un’altra serie di problemi da risolvere. Riposerò domenica, sempre che abbia trovato una sistemazione da lunedì a fine mese. Se conoscete qualcuno, fate un fischio, ve ne sarei estremamente grato. Lo so che è il contrappasso per i mesi sprecati a fare poco o niente e che, come si dice da queste parti, “karma is a bitch”, ma avrei tanto preferito una punizione che non mi riducesse in mozzarella i piedi. Apolide passa, chiude e promette che da domani riprenderà la programmazione regolare, intramezzata da qualche post di carattere generale e non legato allo spiattellamento dei fatti miei al pubblico. Anche perché, onestamente, storie ridicole come questa spero proprio di non averne mai più da raccontare. Ite, missa est… Deo gratias.

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