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Foto trovata su keyboardmilitia.comAlla fine l’utile idiota è spuntato fuori ed i media sinistri sono partiti in quarta con la campagna di demonizzazione che avevano preparato da mesi contro i Tea Parties. Il fatto che il movimento non c’entri niente è del tutto irrilevante. Come che a sputare odio e veleno in realtà siano proprio loro.

Una delle regole d’oro della politica recita che chi semina vento raccoglie sempre tempesta. Sembra una banalità sesquipedale ma è sorprendente rendersi conto di come politici, attivisti, giornalisti e persone “normali” se ne dimentichino. La logica del “soundbite”, della dichiarazione di dieci-quindici secondi fatta apposta per i telegiornali della sera o, in paesi più evoluti del nostro, per un bel video virale su YouTube, spinge tutti ad alzare il volume della retorica, sparando sempre e comunque ad alzo zero, cercando di infliggere il maggior danno alla reputazione dell’avversario. Il fatto che, dopo mesi e mesi di cannoneggiamento mediatico, qualche squinternato si senta moralmente e politicamente giustificato a prendere in mano un’arma e “saldare il conto” con il “nemico”, reale o immaginario, arriva sempre come una sorpresa ed è inevitabilmente accolto da due reazioni quasi contemporanee: la ferma condanna della violenza in politica e l’ennesimo attacco all’arma bianca contro il “nemico”, come se niente fosse.

Lo spettacolo indecoroso al quale abbiamo assistito dopo la sparatoria avvenuta in Arizona qualche giorno fa non è che l’ennesima dimostrazione di come queste meccaniche perverse siano ormai entrate a far parte del DNA della cosiddetta “chattering class”, ovvero di chi parla del più e del meno, spesso senza alcuna cognizione di causa, pagato profumatamente da chissà chi e per chissà quale motivo. La reazione della stampa sinistra in America, Italia, Europa, dovunque (tanto rispondono tutti agli stessi padroni) assomiglia alla partenza dei cento metri piani alle Olimpiadi. Non aspettavano altro, sembrava che avessero gli articoli già pronti nel cassetto (cosa che non escludo affatto). Temo che molti di loro pregassero (si fa per dire – i sinistri non hanno altro dio a parte sé stessi) per un evento del genere. Ricordando le lezioni degli anni ’60 e ’70, sanno bene che quando un movimento che chiede il cambiamento sociale e politico si mette a sparare ha i giorni contati. Ecco perché questi attacchi velenosi e totalmente ingiustificati. Se le offese del passato hanno fatto uscire di testa un pazzo squinternato, se alziamo ancora il volume qualche altro deficiente si metterà a sparare ancora, affossando il movimento e la nuova rivoluzione liberal-conservatrice, che non li fa dormire la notte dalla paura. Una coincidenza molto opportuna, forse troppo, non vi pare?

L’articolo che trovate tradotto qui sotto è scritto da Marc Thiessen, fellow dell’American Enterprise Institute che scrive ogni due settimane sul “Washington Post”, che ormai sembra essersi reso conto che per sopravvivere nell’era dell’informazione gratuita non si può parlare solo a metà dei propri lettori potenziali. Le sue considerazioni, condivisibili e ben scritte, sono più che sufficienti a trattare la vergognosa ondata di puttanate sputate fuori dai soliti sicofanti dei media mainstream americani. Delle castronerie mostruose secrete dai sempre meno credibili pennivendoli italiani nemmeno voglio parlare. Da gente come Zucconi, Rampini e compagnia bella ormai non mi aspetto che il peggio. Il fatto che, anche stavolta, non abbiano deluso le mie aspettative non fa altro che confermare la loro assoluta incompetenza e disonestà morale ed intellettuale. Insomma, niente di nuovo sotto il sole. Sulla situazione italiana, invece, mi permetto qualche parola. Chi si scandalizza e alza alte grida contro la degenerazione del dibattito politico negli Stati Uniti, evidentemente, non ha mai acceso la televisione o letto una qualsiasi dichiarazione dei sinistri italiani. L’ineffabile (ed in perenne, perdente lotta con la grammatica italiana) Di Pietro ormai è costretto a cercare sul vocabolario nuovi insulti sempre più atroci da lanciare contro Mister B. La Camusso, invece di affrontare seriamente il problema dei troppi vincoli e del mostruoso costo del lavoro in Italia, si limita a scagliare offese sempre più pesanti contro il nuovo nemico pubblico numero uno, Sergio Marchionne. Landini, segretario FIOM, di fronte al fallimento su tutta la linea della sua strategia del muro contro muro, alza sempre più i toni dello scontro e vorrebbe trascinare anche il PD nella “madre di tutte le battaglie” contro gli sporchi padroni. A destra, naturalmente, non ci si fa mancare niente: dalle liste di proscrizione sui giornali (legittime, quasi ovvie in America ma sconsigliabili in un paese come il nostro), alle infinite congiure di palazzo, gli scontri all’arma bianca per le poltrone o per la spartizione delle poche grandi torte ancora disponibili. Poi, quando spuntano i primi volantini delle BR che minacciano di morte Marchionne e tutti i “nemici del popolo”, invitando il proletariato alla sollevazione violenta, c’è chi dice che sono “ragazzate”. Sì, certo, lo si diceva anche nel 1971. Poi sono iniziati a fioccare i morti.

Quale sarebbe la soluzione, l’autocensura, la limitazione volontaria della retorica, l’imposizione di un vocabolario e di un galateo della politica più rispettoso? No di certo. L’unica cosa in grado di far cambiare idea a politicanti e pennivendoli vari è la reazione del pubblico, della maggioranza silenziosa che decide sempre delle sorti del paese e delle carriere di chi aspira a campare alle spalle dei tanti. Tale reazione sta già colpendo in maniera generale i colpevoli, ma si preferisce far finta di niente o addurre spiegazioni risibili. La eterna cagnara, le liti da pollaio nei salotti televisivi, i battibecchi triviali tra giornalisti non sono affatto passati inosservati. La reazione c’è ed è di quelle che fanno malissimo. La “gente” sta cambiando canale. Il crollo delle vendite dei giornali italioti non è solo dovuto alla crisi economica ma è diretta conseguenza dei toni da guerra civile usati da tutti. Parlando solo ai super-tifosi, ai faziosi per genetica, pensando di aumentare le vendite radizalizzando lo scontro, si finisce con l’offendere o annoiare i lettori normali. Che, ovviamente, decidono di non finanziare più coi propri soldi tale squallido spettacolo. Lo stesso sta succedendo con l’informazione televisiva. Una volta scorporati gli anziani, veri forzati del tubo catodico, il verdetto è categorico: la televisione, così com’è, non interessa a chi ha meno di 40 anni. Sempre più la si usa solo per vedere film, partite di calcio e basta. Per informarsi ed avere dati utili su cui basare le proprie scelte, ci si rivolge sempre di più alla Rete, scegliendo liberamente a chi dare fiducia. Insomma, alla lunga la macchina dell’odio, del chiacchiericcio indistinto, della commedia dell’arte da due soldi finirà. Le leggi dell’economia sono altrettanto implacabili di quelle della fisica. Speriamo che, per liberarci di tale indegno spettacolo non si debba attendere il redde rationem finale, quel crollo sistemico che gli osservatori più onesti ormai danno come quasi inevitabile. Ragioni per essere ottimisti non ce ne sono molte in giro, ma tocca per forza crederci. Alternative, purtroppo, non ce ne sono.

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Smettetela di accusare il Tea Party della tragedia in Arizona
Marc A. Thiessen
Originale (in inglese): The Washington Post
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Dopo la fallita autobomba a Times Square l’anno scorso, il sindaco di New York Mayor Michael Bloomberg lanciò subito il sospetto che l’autore dell’attacco fosse “qualcuno con un’agenda politica cui non piace la riforma della sanità o qualcos’altro”. Sul settimanale “The Nation”, l’editorialista Robert Dreyfuss scrisse che dietro all’attentato c’era probabilmente “un membro di qualche gruppo di pazzi, dell’estrema destra anti-governativa del Tea Party”. Un’infinità di altri commentatori nella blogosfera di sinistra si unirono al coro “diamo la colpa al Tea Party” – fino a quando non si scoprì che il colpevole dell’attentato non era un simpatizzante dei Tea Parties ma un radicale islamista addestrato dai Talebani. Ops.

Durante questo fine settimana, i detrattori del Tea Party sono ripartiti lancia in resta – stavolta accusando il movimento della tragica sparatoria nella quale sono rimaste ferite la deputata Gabrielle Giffords ed altre 19 persone. A poche ore dall’attacco, l’editorialista del “New York Times” Paul Krugman aveva già emesso il suo verdetto nonostante egli stesso ammettesse di non avere alcuna prova: “Non è stata ancora provata la matrice politica, ma probabilmente esiste … la Gifford è una democratica che è sopravvissuta all’ondata del GOP in Arizona, proprio perché i repubblicani avevano scelto un’attivista dei Tea Parties”. Cosa vuol dire Krugman? Che gli attivisti dei Tea Parties sono disposti ad uccidere chi non riescono a sconfiggere alle urne?

I bloggers e commentatori di sinistra hanno accusato la beniamina dei Tea Parties Sarah Palin perché aveva “preso di mira” la Gifford, puntando a sconfiggerla durante le elezioni del 2010. Il “New York Daily News” ha pubblicato un editoriale intitolato “Il sangue della deputata Gabrielle Giffords è sulle mani di Sarah Palin perché aveva preso di mira il suo distretto”. Un’ora dopo l’attentato alla Gifford, il fondatore del Daily Kos Markos Moulitsas aveva twittato: “Mission accomplished, Sarah Palin”. Convenientemente, si è dimenticato di ricordare che il suo sito aveva messo il “mirino” (sue parole) sulla Gifford nel 2008 – includendola in una lista di democratici centristi che si sarebbe dovuto “colpire” nelle primarie democratiche. Mission accomplished, Markos?

Il collega della Giffords, il deputato dell’Arizona Raul Grijalva, ha detto che la colpa era del Tea Party perché “[Quando] attizzi le fiamme e vai agli incontri pubblici ed urli contro gli eletti e li minacci – ci rendi tutti sostituibili, carne da macello … Prima o poi qualcosa succede di sicuro”. Il senatore Frank Lautenberg (Dem.- New Jersey) ha ripetuto questo stato d’animo, dichiarando che “l’America non deve tollerare … la retorica infiammatoria che incita la violenza politica”. Lo sceriffo della contea di Pima Clarence Dupnik ha dato la colpa dell’attacco al “vitriolo che esce da certe bocche quando parlano di abbattere il governo. La rabbia, l’odio, l’ottusità che continua a diffondersi in questo paese sta diventando oltraggiosa”. Chi starebbe accusando lo sceriffo Dupnik di odio e ottusità? Come mai sarebbe accettabile condannare i veleni in politica proprio quando si sta sputando veleno? Questo è quello che dovrebbe riportare la civiltà nel dibattito politico del nostro paese?

Quello che è veramente oltraggiosa è la velocità con la quale molti hanno approfittato dell’opportunità di buttare in politica questo tragico attentato – dando subito la colpa al Tea party e alla retorica dei conservatori senza avere una sola prova per supportare queste accuse. La polizia sta ancora raccogliendo informazioni sul supposto attentatore, Jared Lee Loughner, ma da quello che si può capire finora, sembra un giovane profondamente disturbato. Era stato recentemente sospeso dal Pima Community College di Tucson ed invitato a tornare solo quando avesse ottenuto un certificato medico che accertasse “che, secondo il parere di un medico specializzato in igiene mentale, la sua presenza al college non costituisse un pericolo per sé stesso o per altri”. Gli studenti avevano lanciato l’allarme, dicendo che ogni tanto veniva a lezione con una pistola. Loughner era stato rifiutato dall’Esercito quando aveva provato ad arruolarsi. In un bizzarro sfogo su YouTube, aveva dichiarato che “il governo sta usando il controllo mentale ed il lavaggio del cervello sul popolo attraverso il controllo della grammatica”. Il lavaggio del cervello del governo attraverso il controllo della grammatica non è certo uno dei temi dominanti del Tea Party. I conservatori non sono più responsabili del tentato assassinio della Gifford di quanto i sinistri non fossero responsabili del tentato assassinio di Ronald Reagan da parte di John Hinckley Jr.

Domenica il “New York Times” ha pubblicato sulla prima pagina una storia dal titolo “lo spargimento di sangue riporta l’attenzione sui veleni della politica”. Neanche per una volta si menziona il vitriolo lanciato agli attivisti dei Tea Parties, che sono regolarmente presi in giro, chiamati “tea baggers” e razzisti, per essere accusati ora di aver incitato all’omicidio dei propri avversari. Se volete un esempio della mancanza di educazione e civiltà che affligge il dibattito politico, bastano ed avanzano i tentativi vergognosi fatti in questo fine settimana di usare questa tragedia per demonizzare il Tea Party.

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