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Foto trovata su flickr.comInvece di non aggiornare il blog, eccovi un altro pezzo “fuffoso”, con qualche riflessione disordinata sulla domenica, l’orrore del silenzio, il giornalismo urlato.Quando la voglia scarseggia, bisogna ingegnarsi, no?

La gestione di un blog, anche di uno piccolo come questo, aggiornato solo quotidianamente, è un impegno che assomiglia tanto ad un lavoro serio, a parte l’insignificante dettaglio della mancanza di una qualsiasi retribuzione. Dimenticavo un’altra questioncina: niente ferie né fine settimana. Già si deve faticare come dei matti per convincere gli evanescenti e sempre distratti lettori a tornare con una certa regolarità, vedendo ogni periodo di ferie (ed il relativo crollo delle visite) come una specie di incubo. Figuriamoci se ti puoi permettere di non aggiornare il blog solo perché hai poca voglia. Le poche pause che mi sono preso da giugno ad oggi sono state tutte dovute a trasferte lavorative, tea parties e poco altro. La mancanza di voglia, semplicemente non fa parte del vocabolario del blogger non occasionale.

Naturalmente questo non vuole affatto dire che la voglia o la passione scorra sempre regolare e placida come un grande fiume in pianura. Gli attacchi di fancazzismo a tradimento arrivano sempre, nonostante tutta la buona volontà del mondo. Oggi, forse perché ho una specie di guerra civile in testa (presto capirete perché), voglia di cercare, selezionare, tradurre e commentare un articolo serio proprio non ne ho. Questo ritorno dalla pausa forzata per le festività è stato più complicato del previsto, si spera solo che finisca al più presto. In ogni caso, l’influenza del fine settimana si fa sentire anche su chi lavora in proprio. Hai voglia di ripeterti che si tratta di giorni uguali agli altri, non c’è niente da fare. L’istinto è quello di posteggiarsi sul divano e perdersi tra le partite di calcio (gli orribili contenitori domenicali li schifo da sempre, ringraziando Iddio). Anche un rapido giro sul faccialibro non invoglia ad applicazioni produttive del tempo (per quanto possa esserlo il tempo passato a chiacchierare con gli amici). Di solito regna il deserto; i post sono rari e spesso poco interessanti, la gente sembra in tutt’altre faccende affaccendata (buon per loro). Chi resta a casa e può scegliere tra il televisore ed il computer non ha molto di cui rallegrarsi.

Il tanto decantato villaggio virtuale si trasforma in una cittadina spagnola all’ora della siesta. Tutto rallenta, tutto diventa silenzio. Il che, specialmente per un moderatamente nevrotico giornalista online, non può che essere una specie di incubo fatto realtà. Non so se si tratti solo di una fisima personale o se molti colleghi ne siano afflitti, ma l’Apolide detesta con tutto il cuore il silenzio, mediatico, informatico o reale. Secondo gli amici più cari e di buon cuore, questa è la spiegazione del fatto che parli molto, troppo, si spera dicendo cose interessanti o almeno tollerabili. Il silenzio mette in crisi chi cerca di campare comunicando. Di fronte al silenzio, proprio o altrui, non si sa mai come comportarsi. Cosa vorrà dire questo silenzio? Si tratta di ostilità repressa, disinteresse, noia, menefreghismo? Cosa avrò sbagliato? Perché non mi rispondono? E via con le inevitabili paranoie mentali.

Questo orrore per il silenzio spiega forse (oggi mi sento particolarmente in buona) la marea di articoli fuffosi, di servizi televisivi che sembrano l’apoteosi del Nulla, di film e spettacoli fatti apposta per rubare il tempo libero alla gente, evitando quindi che lo impieghi per migliorare sé stessa o la propria carriera. Gran parte delle tanto decantate innovazioni della rivoluzione digitale sembrano fatte apposta per occupare il tempo degli utenti in attività relativamente inutili ed innocue per lo status quo. Pensate solo allo stesso faccialibro. L’idea originale di Zuckerberg sembra uscita da un libro di Orwell o da un manuale del KGB. Finché la gente parla del più e del meno con gente che a malapena conosce non può leggere libri “scomodi”, imparare cose nuove, informarsi sui mille canali informativi resi possibili dalla democratizzazione dell’informazione. Il fatto che, col passare del tempo, Facebook sia diventato lo strumento principale di organizzazione politica di tutte quelle minoranze tagliate fuori dai media tradizionali è una delle tante ironie di questo meraviglioso mondo.

Stesso si può dire per Youtube. Ogni tanto, nelle serate particolarmente noiose, capita di accedere al sito per guardare un filmato segnalato da un amico e svegliarsi quattro ore e una cinquantina di link dopo, rendendosi conto di aver buttato via una serata in maniera del tutto inutile ed improduttiva. A voler pensare male, gli appigli per una bella teoria complottista ci sarebbero tutti. Poi ti capita di vedere i video molto ben fatti messi online da think tanks o associazioni spesso americane che promuovono temi ed argomentazioni liberali o libertarie, guardi il contatore delle visioni e ti viene da sorridere. La fantasia e la creatività dei combattenti per la libertà è veramente una cosa incredibile. Pensate alle accuse lanciate dai democratici contro i Tea Parties americani, ad esempio. Dicevano che erano razzisti, quasi neonazisti, gente assolutamente inguardabile ed inascoltabile. Visto che negli USA gran parte delle persone usa il computer spesso e volentieri, a qualcuno degli indipendenti più intraprendenti sarà venuto qualche dubbio e si sarà messo a verificare la veridicità di queste accuse. Su Youtube, Vimeo o gli altri siti dove si trovano i video degli utenti ha trovato centinaia, migliaia di filmati girati dai tea partyiers con le manifestazioni, i discorsi dei relatori, le proteste di piazza ed i mille modi che gli attivisti hanno trovato per promuovere la causa ed il loro gruppo locale. Le menzogne dei media tradizionali e la narrativa dei democratici sono balzate subito ai suoi occhi. Da qui al crollo progressivo degli ascolti dei telegiornali e delle vendite dei giornali il passo è stato più che breve. Brutta cosa la libera informazione, vero?

Penso possa anche bastare così. Le mie quasi mille parole le ho scritte anche oggi e spero vivamente che non vi abbiano annoiato. A forza di scrivere e vegetare sul divano è passata anche questa stanca domenica del villaggio virtuale. Da domani si torna a lavorare, grazie a Dio. Se da un lato questa dittatura del fine settimana è quantomai sconveniente, dall’altro esercita una certa fascinazione su tutti. Da un certo punto di vista, mi mancano i miei vuoti week-end tedeschi, le domeniche passate a passeggio nei parchi o lungo il Meno per totale ed assoluta mancanza di cose da fare, le famigliole felici per un raggio di sole in più, la satolla umanità francofortese stravaccata sui prati curatissimi, le rumorose comitive turche ed i loro picnic luculliani. Quando sei te a decidere quando e come lavorare, il fine settimana è solo una scocciatura, una specie di imposizione scomoda. Non vedi l’ora che finisca, per poter finalmente tornare a scegliere volontariamente di buttare via il tempo o di impiegarlo produttivamente. In fondo, nella vita personale come in quella pubblica, quello che irrita la gente è sempre l’arbitrio degli altri. La libertà, sia quella di scegliere quando riposarsi sia quella di decidere come investire i propri soldi per garantirsi la pensione, non sarà proprio la panacea di tutti i mali, ma gli assomiglia maledettamente.

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