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Immagine trovata su thoughtsfromaconservativemom.comLe discussioni in politica possono essere di due tipi: quelle serie, che affrontano i problemi con l’intento di trovare soluzioni ragionevoli, o le sceneggiate alla “Porta a Porta”. Parlando di crescita e disoccupazione la soluzione è solo una: ridurre la spesa pubblica e quindi le tasse. Tagliare non solo si può, si deve.

Ho già parlato più volte di come, agli occhi disincantati e da “tecnico” dell’Apolide, gran parte dei dibattiti politici italioti sembrino delle pantomime di una stanca e scassata compagnia di giro che batte i teatrini di provincia ripetendo sempre il solito stravisto spettacolino. Una specie di grammelot comprensibile forse nemmeno per gli stessi attorastri, i quali, infatti, più di una volta sembrano guardarsi in faccia e sghignazzare della stupidità dei sempre meno interessati spettatori. Ma, visto che i vari capocomici pagano bene, li fanno alloggiare in alberghi a cinque stelle ed offrono sempre un catering di prima categoria, nessuno vuole abbandonare la compagnia, finanziata lautamente da chi ritiene lo spettacolo offerto talmente squallido da non presentarsi nemmeno al botteghino. Il fatto che gli sfortunati paesi toccati dalla infinita tournée della compagnia di giro, uno dopo l’altro, sembrino sempre più dilapidati e con le strade affollate di mendicanti non interessa affatto gli attorastri. Col cavolo che lascio una compagnia del genere! Chi se ne frega se tutti pensano che sono un cane di attore! Volenti o nolenti, tutti pagano il biglietto, sempre più caro. Sembra il paradiso degli incompetenti o un manicomio dove i matti non solo hanno preso il potere ma addirittura pretendono di comandare anche i sani “rinchiusi” fuori dai cancelli dorati della casa di cura.

I matti hanno fatto talmente bene il loro lavoro da aver convinto legioni di persone più o meno sane a tenergli botta, partecipando in un modo o nell’altro alla commedia del furto. La claque non manca mai negli scarsissimi spettacoli della premiata (da sé stessa) compagnia italiota. Anzi, i capocomici sono talmente munifici che la gente presumibilmente sana si scanna per attaccare i manifesti, fare i “buttadentro”, mettersi al botteghino o anche solo portare il bagaglio sempre più pesante sull’autobus mega-lusso della compagnia. Tutto bene, madama la Marchesa. E chi c’ammazza a noi? Certo, formalmente i gestori del teatro potrebbero anche decidere di ospitare un concerto di musica classica o anche chiudere il teatro per ristrutturare il palco o i loggioni tutti scrostati, ma la premiata compagnia si premura di eliminare ogni concorrenza, talvolta pagando gli attori bravi per restare a casa, altre volte, più semplicemente, riempiendoli di legnate. Show must go on, che vi piaccia o no. Tanto il biglietto lo pagate comunque. A questo punto venite al teatro, che a battibeccare da soli ci si annoia.

Pongo fine a questa metafora prima che mi sfugga del tutto di mano. Il significato, comunque, non cambia. I forzati della razzia, i predoni compulsivi trincerati dietro i muri di privilegi sui quali è costruito il Palazzo non hanno la benché minima intenzione di affrontare neanche il problema più insignificante. Loro vivono nel migliore dei mondi possibili. Insomma, l’unica cosa che devono fare è baciare di continuo la pantofola del capo-bastone, recitare le loro quattro battute sempre uguali e passare alla cassa, spesso e volentieri. La partecipazione del popolo chissà quando mai sovrano è del tutto irrilevante. Questo è un gioco fatto solo per gli amici degli amici. Astenersi non raccomandati, onesti o capaci, grazie. Il trucco è quantomai semplice: eliminare ogni possibile alternativa, riducendo il tutto ad una scelta tra categorie tanto astratte quanto insensate. In quale universo dotato di una minima razionalità uno come Tremendino si potrebbe definire liberale? Eppure, grazie anche all’aiuto molto interessato di pennivendoli e sicofanti, il monumentale equivoco va avanti. Tutto rovina, tutto crolla, ma il Palazzo del furto resiste immarcescibile, indifferente a tutto e a tutti.

Altrove, pur se certo non mancano i problemi, la classe politica ed intellettuale ogni tanto ritrova un minimo di dignità e chiarezza, riuscendo ad affrontare problemi spacciati da tutti come irrisolvibili, offrendo soluzioni certamente scomode ma semplici e potenzialmente efficaci. Negli Stati Uniti, oltre alle legioni di pennivendoli sinistri e attorastri democratici, si trovano anche persone come Paul Ryan il quale, Dio gliene renda grazia e merito in saecula saeculorum, riesce a parlare chiaro e dire quello che molti, moltissimi pensano ma che non hanno il coraggio o la forza di dire a voce alta. La “Roadmap for America’s Future” è uno dei documenti politici più importanti degli ultimi decenni, tanto chiaro ed efficace da fare impallidire non dico i “programmi” dei non-partiti italioti ma anche le stesse piattaforme dei partiti tradizionali americani. Ovvio che gli attorastri repubblicani, affezionati all’infinito tour della loro compagnia di giro, vedano come il fumo negli occhi gente come Ryan, Jim DeMint o Michele Bachmann, decisi a togliere una volta per tutte il trogolo al quale si abbuffavano tutti.

Il post di Jennifer Rubin sul suo blog tenuto per conto del “Washington Post” (cosa che fornisce qualche speranza ai giornalisti liberal-conservatori come il sottoscritto) è veramente interessante e ribadisce violentemente contro il muro della realtà il grammelot di David Brooks, giornalista RINO, progressista della banda McCain, quasi neocon, adorato dai sinistri che lo promuovono sperando che il suo conservatorismo gne-gne riesca a scacciare il conservatorismo cattivo, quello lean and mean dei Tea Parties. Discutere all’infinito COME spendere la montagna di miliardi che lo stato getta dalla finestra fa comodo solo a lobbisti e mangiapane ad ufo. Bisogna impedire che gli attorastri estorcano a tutti i cittadini dei paesi che visitano il biglietto che paga il loro squallido spettacolo. La soluzione, inevitabilmente, non può essere che una riduzione delle repliche o addirittura la cancellazione del tour stesso. Insomma, la crisi attuale è dovuta principalmente alla mancanza di crescita economica. Questa poca crescita non è dovuta alla tirchieria di Tremendino ma all’inaudito debito pubblico servito a pagare privilegi che gridano vendetta al cielo per gli amici degli amici e alle tasse mostruose imposte a chi si ostina ancora a produrre ricchezza.

Visto che grandissima parte della spesa pubblica va a finire in stipendi, l’unico modo di ridurre tale spesa è cacciare a pedate centinaia di migliaia di raccomandati, incompetenti e nullafacenti. Il modo più certo per raggiungere questo risultato è privatizzare tutto il privatizzabile, in modo che le prevedibili voglie revansciste del partito del furto siano contrastate da interessi tanto concreti quanto agguerriti. Destinando i risparmi alla riduzione della montagna del debito pubblico si innescherebbe una spirale virtuosa che, alla fine, porterebbe ad un’economia più dinamica, una società più responsabile, libera e liberale. Altre soluzioni non ce ne sono. Tagliare la spesa pubblica non è “una” soluzione, è l’unica soluzione. Il resto sono solo chiacchiere, baruffe chiozzotte fatte tutte sulle spalle dei contribuenti. Adesso, se vi pare, guardate pure le false liti nei salotti televisivi. Ricordatevi però che il biglietto lo pagate comunque e che l’unico modo per tornare ad essere individui liberi e responsabili è quello di riprendersi il controllo dei propri soldi e del proprio destino. Con le buone o con le cattive.

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Le dimensioni del governo sono importanti
Jennifer Rubin
Originale (in inglese): Washington Post
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Come già fatto il mese scorso nel dibattito con il deputato Paul Ryan (Rep – Wisconsin), David Brooks, nel suo editoriale di oggi afferma che le dimensioni del governo non hanno la stessa importanza delle materie sulle quali si esercita l’intervento statale. Scrive:

La questione cruciale non è se il governo federale assorba il 19 per cento o il 23 per cento del reddito nazionale. La domanda chiave è come il governo influenza il modo in cui le persone vivono. . .

Il miglior modo di misurare l’azione del governo non è valutare le dimensioni dell’intervento ma quello che si potrebbe definire un Test sui Risultati. Una politica statale stimola o no l’energia, promuove le capacità dei cittadini, aumenta la mobilità sociale ed aiuta o no le persone a trasformare le proprie vite? Negli anni, l’America ha sfruttato positivamente politiche che avrebbero passato questo test, come l’Homestead Act o il G.I. Bill. Ogni tanto, il governo federale ha iniziato programmi che non avrebbero passato questo test (ogni tanto?!? Understatement del millennio, mister Brooks! ndApo). Le politiche di welfare degli anni ’60 davano semplicemente denaro alle persone senza chiedere in cambio lavoro o responsabilità personale, tutte cose che non si possono sostituire. Le riforme del welfare degli anni ’90 hanno anch’esse richiesto un pesante ed intrusivo intervento statale ma hanno raggiunto i propri risultati perché in linea con i valori americani, ovvero collegando la ricompensa ad uno sforzo personale. . . .

Quanto grande e costoso sarebbe il governo dopo queste politiche? Questa è una questione secondaria. Se una scelta politica promuove il miglioramento delle persone, dovremmo essere a favore di quella politica. Se utilizza in maniera non efficiente gli investimenti, dovremmo essere scettici. Quello che conta è la qualità, non la quantità dell’intervento statale.

Questa teoria certo sembra attraente, ma ci sono numerosi problemi nella formulazione del problema usata da Brooks.

Prima di tutto, vista l’attuale traiettoria del debito, le dimensioni dell’intervento statale sono molto importanti. La questione non è “se il governo federale assorba il 19 per cento o il 23 per cento del reddito nazionale” ma se stiamo procedendo o no verso una crisi del debito pubblico come quella greca. Come spiegato da Ryan, ci stiamo avvicinando ad una situazione insostenibile nella quale il quaranta per cento del nostro reddito (incluse le spese per la gestione del debito) è assorbito dalla spesa federale. Non si tratta semplicemente di spostare la spesa da un capitolo all’altro. Nella sua Roadmap for America, Ryan scrive, “Ora l’America si sta avvicinando ad un ‘punto di non ritorno’, passato il quale la Nazione non potrà più cambiare rotta — questo fatto avrà conseguenze fiscali disastrose, un’erosione della prosperità economica e del carattere stesso degli americani. L’attuale amministrazione ed il Congresso stanno spingendo il Paese all’orlo di questo precipizio”.

In seconda battuta, sia i repubblicani che i democratici più responsabili si sono accorti che le dimensioni dell’intervento statale, non solo l’oggetto delle sue politiche, hanno un impatto diretto sulla “produttività e sulla mobilità”. Ancora una volta, i numeri contano eccome. Ancora dalla ‘roadmap’:

Il debito, come percentuale dell’economia, quest’anno (2010) dovrebbe superare il 60 per cento – più alto del livello del 2009, che era il più alto negli ultimi 50 anni – e raggiungerà l’82 per cento del PIL entro la fine del decennio, se le politiche attuate dall’attuale amministrazione non saranno cambiate. (In termini di dollari nominali, il debito pubblico triplicherà nei prossimi 10 anni.) Gli Stati Uniti non hanno visto un debito del genere fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Anche i paesi dell’Unione Europea, che certo non sono esempi di rettitudine fiscale, devono mantenere il debito pubblico al di sotto del 60 per cento del PIL.

Con una porzione talmente enorme delle nostre risorse destinate alla spesa del governo e alla gestione del debito, non si può avere un’economia dinamica che cresce in maniera sufficiente. Non esiste.

In terza battuta, le dimensioni dell’intervento statale, la crescita dei privilegi ed il debito che stiamo trasmettendo alla prossima generazione ha un impatto diretto sul carattere del popolo americano. Ryan ancora una volta affronta l’idea sbagliata che si possa continuare sulla strada che abbiamo intrapreso senza impattare in maniera negativa la fibra morale della società:

Le persone ragionevoli si dividono su quanto sia opportuno che il governo sia il fornitore principale di questi benefit. Ma la questione sta diventando irrilevante: i programmi principali di welfare sono cresciuti ben oltre la possibilità del governo di finanziarli. Cercare di mantenerli in piedi manderà il paese in bancarotta e priverà la prossima generazione di pensionati di quei servizi cui hanno contribuito, pagando, per tutta la vita.

Nel lungo periodo sarà ancora più disastroso il fatto che la “rete di sicurezza statale” abbia coinvolto sempre più americani – giungendo fino ai redditi medio-alti – così che un numero sempre più alto di persone ha iniziato a pensare che non siano loro stessi ma il governo a dover fornire una percentuale crescente del loro reddito e delle loro ricchezze. Questo vuol dire che il governo decide in maniera crescente come gli americani vivono le proprie vite: non solo sono considerati come minori irresponsabili ma come veri e propri soggetti incapaci, diretti per mano nei loro comportamenti dalla “compassione” del governo. Ma l’essere in uno stato di dipendenza perpetuo distrugge il carattere delle persone, cosa che non può che indebolire la società americana. Questo processo soffoca l’iniziativa individuale e trasforma l’essere capaci di provvedere autonomamente alle proprie necessità in un vizio, mentre il dipendere dal governo diventa una specie di virtù. Il Paese diventa una specie di enorme Villaggio Potemkin nel quale gli elementi più importanti – gli abitanti – sono esauriti da un governo che “si prende sempre più cura” delle loro necessità e decide sempre di più al posto loro. Queste persone prendono più dalla società di quanto non siano capaci di procurarsi con le proprie mani, fatto che corrode dall’interno la società. Un ambiente del genere diventa facile da sfruttare e controllare da parte dei pochi che rimangono “ambiziosi”.

In ultima analisi, non è affatto certo che il governo sia così in grado di “stimolare l’energia, promuovere le capacità dei cittadini, aumentare la mobilità sociale ed aiutare le persone a trasformare le proprie vite”. Certo, togliere le dazioni del governo, mentre si è riformato il welfare, ha sicuramente aiutato a ricatturare una certa etica del lavoro. Ma cosa abbiamo ottenuto in cambio dei miliardi spesi nell’istruzione? Forse i miliardi spesi per i “lavori verdi” hanno creato delle industrie in grado di reggersi sulle proprie gambe? Persone molto intelligenti pensano di essere in grado di mettere in piedi programmi molto intelligenti per pungolare e muovere i propri concittadini, trattando loro ed il paese come se fosse un enorme esperimento di laboratorio. La realtà è molto diversa.

Bisogna notare che le preferenze in fatto di policy che Brooks attribuisce (correttamente) ai repubblicani hanno tutte a che fare col togliere denaro e controllo dal pubblico e restituirlo al settore privato (“un codice fiscale più semplice con aliquote più ‘piatte’, tasse più basse per le imprese, un debito pubblico più piccolo, regolamenti prevedibili, programmi di welfare limitati e sostenibili”), non allo spostare la destinazione delle migliaia di miliardi che stiamo già spendendo. La formula dei repubblicani per stimolare l’energia, promuovere la mobilità sociale ed aiutare le persone a trasformare le proprie vite è limitare le dimensioni dell’intervento pubblico e permettere al settore privato (stimolato da una moneta sicura, regolamenti prevedibili, un sistema legale affidabile e tasse più basse) di fiorire. I democratici non pensano neanche lontanamente a soluzioni del genere.

La ragione per la quale i partiti discutono così duramente sulle dimensioni dell’intervento governativo è perché si tratta di una questione fondamentale. Sarebbe bello immaginare di poter evitare queste discussioni ma ignorare il fatto che lo statalismo sia cresciuto così tanto è stato esattamente il peccato che ci ha ridotti sull’orlo della bancarotta.

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