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Immagine trovata su toonpool.comOgni qual volta che un sedicente scienziato sinistro prova a dimostrare che essere di destra è una malattia mentale, mi rendo conto che i veri malati sono proprio loro. Guardateli quando protestano. Talvolta sembrano dei bambini che battono i piedi per terra e fanno le bizze. Specialmente quando ad essere colpevoli del disastro attuale sono proprio loro e le loro idee balzane.

Talvolta mi si accusa di essere un nostalgico della Guerra Fredda, della sua drammatica chiarezza, del suo ordinato modo di dividere il mondo in due campi l’un contro l’altro armati: da una parte “l’Impero del Male”, dall’altra la “shining City on the hill”. In Italia le cose erano ancora più semplici: da una parte i comunisti, dall’altra tutto il resto del mondo. Visto che di votare per il PCI non mi passava neanche per l’anticamera del cervello, l’unica scelta che si poneva era quella di decidere quale partito laico appoggiare. Nel lontano 1992, quando per la prima volta fui in grado di esprimere la mia opinione, votai per il Partito Repubblicano, spinto dalla stima per Giovanni Spadolini e Ugo La Malfa e forse anche dall’essere cresciuto nel mito di Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Il PRI non era che lontano parente del GOP o dei Tories, ma nello squallido panorama dell’Italia del Pentapartito non c’era molto di meglio in giro. Impegnarsi in prima persona in politica, allora, mi sembrava roba da traffichini e gente che cercava una raccomandazione ed un posto sicuro. Niente che un bambino borghese per bene come il sottoscritto si sarebbe mai abbassato a fare, insomma. Il futuro era chiaro, allora: università, master, ingresso trionfale in una grande corporation e carriera fulminante da super-manager. Il fatto che ad immaginarsi un futuro simile fossimo in decine di milioni in tutto il mondo avrebbe dovuto far sorgere qualche sospetto, ma il destino avrebbe avuto modo di costringere me e tanti altri ad accantonare questi sogni alla Alex P. Keaton.

Più o meno, il mio ingresso (quantomai recalcitrante) nell’era della ragione coincise con il crollo spettacolare della Prima Repubblica. Già il collasso del Patto di Varsavia aveva scosso alcune certezze incrollabili (oltre a farmi riporre in soffitta il corso di russo della Linguaphone che avevo comprato per prepararmi ad una carriera nel controspionaggio). La fine di quel piccolo mondo corrotto nel quale ero cresciuto mi spinse a cercare strade alternative per arrivare comunque a realizzarmi. Nel mio caso si trattò di lavorare come traduttore tecnico, scrivere un paio di romanzi, lasciare temporaneamente l’università ed andare a vivere da solo. La mia “rivoluzione” personale iniziò allora, quando abbandonai la strada di mattoni gialli verso il successo che era stata inserita chirurgicamente nel cervello di ogni figlio degli anni ’70. Scelta infelice? Forse. Col tempo le commesse diventarono sempre meno, i romanzi vennero rifiutati dalla Mondadori (il fatto che, al posto mio, avessero scelto “Il coraggio del pettirosso” di Maurizio Maggiani fu una ben magra consolazione) e, dopo un paio di anni, tornai con la coda tra le gambe all’università, incrociando quelli che poi sarebbero diventati i miei migliori amici. Sarei forse stato più felice se avessi convinto i miei a finanziarmi la trasferta a Milano per studiare alla Bocconi? Chi lo sa. Una cosa è certa: dal 1995 in avanti, delle illusioni giovanili non vi era più traccia.

Perché questa lunga digressione personale, che potrebbe essere benissimo accolta dall’ennesimo riferimento al Gran Capo Estiqaatsi? Forse perché in giro di bambini non cresciuti ne vedo fin troppi, dai salotti televisivi alle discussioni sindacali fino alle manifestazioni di piazza. In questi tempi complicati, ci sarebbe un disperato bisogno di persone serie al timone, di gente in grado di parlare in maniera onesta e convincente allo stomaco e alla testa del popolo italiano, rendendo ben chiaro a tutti che la festa è finita, che il tempo delle pensioni facili, dei privilegi di casta, degli sprechi monumentali è terminato per sempre. Non è che ci volesse chissà cosa per capirlo. Era tutto già chiaro fin dal 1989. Finito lo scontro con il blocco comunista, gli assurdi ed insostenibili privilegi concessi ai lavoratori dell’Europa Occidentale per destabilizzare il nemico non avevano più senso. I conti, poi, parlavano da soli. A forza di rispondere alle solite chiamate dei sinistri, ansiosi di perseguire i loro sogni di “giustizia sociale”, tradotti poi in dazioni agli amici degli amici, pensioni baby, contributi regalati a categorie che non avevano pagato un cavolo di niente (l’equiparazione dei contributi dei lavoratori agricoli a quelli dei lavoratori industriali grida ancora vendetta), si era bruciato la candela da entrambi i lati. Inevitabile che, prima o poi, arrivasse il momento di scontare le follie del passato.

Ora che il redde rationem è finalmente arrivato, cosa fanno i sinistri? Vanno in piazza a chiedere che nulla cambi, che continui lo spreco infinito delle risorse estratte a forza da chi si ostina ancora a cercare di produrre ricchezza, che gli assurdi, scandalosi privilegi di chi campa alla grande alle spalle del popolo bue continuino all’infinito, che i posti di lavoro degli iper-garantiti, nullafacenti, incapaci e raccomandati lavoratori pubblici siano non solo protetti contro tutto e tutti ma che addirittura aumentino ancora. Il fatto che le spese folli abbiano ridotto al lumicino l’economia reale, che ci siano milioni di liberi professionisti ed imprenditori alla canna del gas non conta niente. La festa deve continuare, contro ogni logica ed ogni buon senso. La semplice realtà che la saggezza popolare toscana ha da tempo immemorabile tradotto nel proverbio “dal campo deve uscire la fossa” sembra incomprensibile per gli squallidi Peter Pan sinistri, preoccupati solo di ritagliarsi il proprio quadrato di privilegi e riempirsi le tasche coi soldi di chi, povero idiota, non è abbastanza ammanicato per campare attaccato alla mammella dello stato.

L’articolo di Victor Davis Hanson che trovate tradotto qui sotto parla della situazione in Grecia e in California, stati ormai alla bancarotta, ridotti sul lastrico dopo aver seguito le pessime idee dei cattivi maestri sinistri, strangolati dai privilegi di chi pretende di decidere del futuro del prossimo e farlo, naturalmente, senza rischiare un solo centesimo di tasca propria. Hanson avrebbe potuto benissimo parlare del caso spagnolo, nazione che, come la Grecia, ha costruito le sue apparenti fortune solo sui soldi che altri avevano prodotto e che, dopo la clamorosa esplosione della bolla immobiliare, vive la crisi più profonda della sua storia. Avrebbe anche potuto parlare del caso toscano, dove l’economia reale, strangolata dalla presa mortale della mafia rossa, sta per esalare l’ultimo respiro e dove a campare bene sono solo coloro che fanno parte del sistema di potere sinistro. I posti cambiano, le storie purtroppo sono tutte uguali. Le chiacchiere dei sinistri, i vaneggiamenti dei sindacalisti, gli strepiti degli agit prop pagati dalle segreterie dei partiti o dai poteri forti conducono tutti inevitabilmente al solito risultato: la bancarotta morale, sociale ed economica. Il fatto che ci siano ancora in giro così tanti inutili idioti fa solo venire una gran tristezza. Prima o poi la festa finirà anche per loro. Speriamo solo che le loro bizze da bambini viziati si limitino a qualche scontro di piazza. Non vorremmo che, more solito, venisse fuori il solito cattivo maestro e iniziasse a passare sottobanco qualche P38. L’ho già detto da tempo ma mi ripeto. Prima o poi, gente, ci scappa il morto. Poi non venite a dire che non vi avevo avvertito.

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Protestando contro “Loro”
Victor Davis Hanson
Originale (in inglese): Pajamas Media
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Ci sembra tutto molto “greco”

In maniera molto non-Islandese, la settimana scorsa i contestatori ad Atene hanno cercato di far saltare in aria un tribunale in centro città. Ad un anno dal crollo dell’economia ellenica, i giornali greci riflettono ancora la rabbia popolare – le proteste, gli scioperi, la violenza insensata – dopo gli obbligatori tagli, i licenziamenti del settore pubblico e gli alti tassi di interesse necessari per convincere gli investitori a comprare i traballanti buoni del tesoro greco. Eppure, nel furore generale, il 60% del pubblico si dice ancora a favore dell’Unione Europea. Come si fa a diagnosticare chi non sa nuotare e, mentre sta annegando, si aggrappa furiosamente – pur odiandolo – al salvagente?

Un breve retroscena: la Grecia negli anni ’70, quando ci vivevo io, era un paese relativamente povero. Il sistema viario era penoso; l’aeroporto di Atene poco più di un capannone isolato. Gli alberghi, solitamente, avevano il bagno in fondo al corridoio. Un viaggio in autobus di 200 miglia si traduceva inevitabilmente in una maratona di sei ore. Gli autobus erano fatti nell’Europa dell’Est e sputavano nuvole di fumo nero nell’aria di Atene, tanto tossica da divorare il marmo. Prendere il treno era un incubo (si faceva prima ad andare in bicicletta). Non c’era il ponte sul golfo di Corinto. La “metropolitana” di Atene era poco più di una carrozza elettrica del XIX secolo.

Le seconde case dei greci erano casupole in piccoli villaggi con una sola camera da letto. Ad Atene era raro vedere una Mercedes. Conoscevo un solo greco che aveva una piscina privata. Scendendo dal traghetto, non si poteva fare a meno di affrontare una folla di signore anziane che cercavano di convincere il turista ad affittare la loro camera extra.

Insomma, avete capito l’idea: la Grecia degli anni ’70 era un paese con una popolazione dei Balcani del sud innamorata del proprio stile di vita all’insegna della siesta, su una penisola rocciosa con poche altre ricchezze a parte il turismo, un’agricoltura arretrata, qualche armatore e le rimesse dagli emigrati negli Stati Uniti e dalla Germania.

Vediamo ora la Grecia dopo le Olimpiadi: hotel a cinque stelle, più di 20.000 piscine private (anche se gran parte non sono dichiarate al fisco), metà della forza lavoro rifugiata in comodi posti pubblici o legati al governo, l’Attica punteggiata di seconde case che rivaleggiano con quelle della Costa Azzurra, più BMW che Mercedes, autostrade nuove che valgono miliardi di euro, un nuovo aeroporto e un nuovo sistema di metropolitana.

Per dirla diversamente, in qualche modo un paese senza una base industriale e con una produttività bassissima, una popolazione limitata, un’economia statalista inefficiente ed un gigantesco settore pubblico improvvisamente è passato da condizioni di vita da terzo mondo a livelli di ricchezza non molto diversi da quelli degli abitanti di Monaco di Baviera o Amsterdam. Come è successo? Forse il socialismo greco ha prodotto tutta quella ricchezza?

Beh, sappiamo la risposta: sono stati i soldi arrivati dall’Europa del Nord – chiesti in prestito, regalati o presi con l’inganno. Questa nuova ricchezza è stata in parte giustificata dal fatto che i tedeschi e gli scandinavi volevano buone infrastrutture ed impianti al passo coi tempi quando passavano l’estate in Grecia – insieme con i vaneggiamenti pan-europei e la contabilità truffaldina greca che ha nascosto l’esplosione del debito pubblico.

Ed ora? Il paese del bengodi è finito ed i greci ce l’hanno con “Loro”. Furiosi nel senso che cercano di affibbiare la colpa delle loro disgrazie a tutti meno che a sé stessi. Quindi protestano e dimostrano, dicendo che non vogliono smetterla di prendere soldi a prestito per sostenere uno stile di vita che non si sono guadagnati – ma che non vogliono nemmeno tagliare i legami con i loro benefattori della UE ed andare da soli come negli anni ’70. Quindi, in pratica, protestano contro la realtà delle cose.

La California ha avuto quel che voleva

Si può dire lo stesso per la California. Alle nostre elites piaceva l’idea di bloccare le nuove estrazioni di gas e petrolio, di far chiudere l’industria dell’energia nucleare, di bloccare le autostrade che vanno da est ad ovest, di strangolare le industrie estrattive e del legno, di tagliare l’acqua agli agricoltori della Central Valley, di spostare risorse dal riparare le strade ed i ponti a nuovi programmi che creano privilegi redistributivi e di celebrare il nuovo stato multiculturale che avrebbe accolto metà degli 11-15 milioni di immigrati illegali dell’intera nazione. Ancora meglio, quei “Loro”, con la loro mentalità da stato “rosso” (quel cattivo uno per cento che ruba dal resto di noi con le loro cavolo di aziende superflue), iniziarono ad andarsene al ritmo di 3.000 alla settimana, assicurando che lo stato avrebbe avuto una come Barbara Boxer come senatrice fino a novant’anni.

Certo, siamo orgogliosi di aver cambiato l’attitudine, lo stile di vita e la stessa demografia dello stato, di averlo reso “verde” e di avere gli impiegati pubblici più pagati del mondo, con il sistema di welfare più generoso – ancora di più siamo orgogliosi di non doverci insozzare le mani con roba sporca come l’agricoltura, l’estrazione del petrolio o l’energia nucleare. Ed ora abbiamo finito i soldi. Le nostre infrastrutture stanno cadendo a pezzi in maniera imbarazzante. I quartieri vicini a dove vivo potrebbero chiamarsi “Zimbabwe” o “Appalachia”, visto il nuovo look da terzo mondo dovuto al più alto tasso di disoccupazione e il reddito pro capite più basso del paese. Ancora una volta, grazie al profondo Sud, le nostre scuole non sono proprio le ultime quando si tratta di valutare la capacità degli alunni di leggere e fare di conto. Quindi, naturalmente, come i greci, siamo incavolati con chiunque tranne che con noi stessi. I californiani sono alla ricerca disperata di un “Loro” qualsiasi. Ma chi sono “Loro”? “Loro” o se ne sono andati, o se ne stanno andando, o hanno dichiarato bancarotta.

I consumatori sono furibondi per i prezzi della benzina e degli alimentari che vanno alle stelle e per il crollo delle entrate statali. I quadri degli immigrati illegali sono furibondi per i tagli ai loro privilegi. La comunità latina dice che non potrà appoggiare chi voglia chiudere il confine e si opponga all’amnistia per gli illegali. Gli impiegati pubblici sono furibondi, proprio come i greci, di fronte al solo ipotizzare tagli alle pensioni o licenziamenti. I professori e gli amministratori dell’Università della California o stanno facendo causa allo stato o si stanno scannando l’un l’altro. Dove sono finiti quelle centinaia di Bill Gates e Warren Buffett che pagherebbero volentieri più tasse al posto nostro dai loro guadagni rubati al popolo?

La religione statalista

Quello che mi colpisce non è che le ricette della sinistra non funzionino ma che, quando qualcuno le segua e si accorge che non funzionano, chi ne ha tratto i maggiori benefici urlino e strepitino contro l’ingiustizia della situazione – più o meno come farebbe un teorico che, dopo aver detto per tutta la vita che 2 più 2 fa 5, se la prendesse con le regole della matematica per giustificare il fatto che la sua equazione è sbagliata. Perché i tedeschi non danno semplicemente ai greci quelle centinaia di miliardi di euro che “gli devono”?

La lobby verde ha avuto tutto quello che voleva – sussidi, affari da insider, celebrità, soldi, influenza. Poi sono arrivati il Climategate, il crollo personale e professionale del multi-milionario Al Gore, gli inverni più freddi, gelati e pieni di neve a memoria umana, tutti gli allarmi sul fatto che gli uragani record e gli tsunami sarebbero diventati normali rivelatesi del tutto falsi, la nomenclatura che cambia ogni cinque minuti in maniera molto orwelliana (il “riscaldamento globale” diventa “cambiamento climatico” per poi diventare “caos climatico”).

Prendere per i fondelli Al Gore sta diventando il passatempo preferito dei comici televisivi. Quando il “New York Times” continua a pubblicare editoriali che affermano come il freddo da record proverebbe il riscaldamento globale, il mondo si domanda: ma se ci fosse un caldo da record, questo cosa vorrebbe dire, che il mondo si raffredda?

A chi dare la colpa? Alla terra cattiva che ha deciso di non bollire questo inverno? Agli zeloti di destra che non riescono a capire che molto freddo vuol dire molto caldo? Agli zoticoni degli stati “rossi” che non capiscono quanto sono meravigliosi i certificati verdi del cap-and-trade? Ai governi in bancarotta che non hanno sovvenzionato a sufficienza le energie alternative, l’agricoltura biologica e le altre crociate “verdi”?

La nuova era della sinistra

Nel gennaio 2009 ho letto una serie di nuovi libri che promettevano la fine del conservatorismo, l’ascesa di una maggioranza di sinistra per i prossimi 50 anni, il trionfo finale di John Maynard Keynes e, naturalmente, l’apoteosi dell’onnipresente “divo” Barack Obama. Nel maggio 2009, i soliti soloni ci facevano le lezioncine, dicendo che il nascente movimento dei Tea Parties era falso, creato in laboratorio; poi ci hanno detto che era un movimento pericoloso, razzista, con tendenze naziste; poi che era un movimento di ignoranti nichilisti, faziosi e senza possibilità di contare in politica.

Nel novembre 2010, tutte le fanfaronate qui sopra sono svanite di colpo. La sinistra se l’è presa con Obama per non essere un grande salvatore da Monte Rushmore, se l’è presa con il Tea Party, fin troppo reale, se l’è presa con i conservatori, tornati in auge, se l’è presa con il destino cinico e baro per la peggiore sconfitta elettorale dal 1938. Come può essere successo? Di chi è mai la colpa di tutto ciò?

Verità scomode

Eppure ci si domanda perché non si possa continuare con la solita agenda “progressista”. Non sarebbero più felici i greci se i tedeschi gli dicessero “scusate ma non vi presteremo più un euro, non importa quanto alto è il tasso d’interesse. Se vi pare, continuate a fare tutte le proteste che volete”?

I californiani sarebbero più felici se, per esempio, facessimo entrare altri 10 milioni di immigrati illegali e chiudessimo i rubinetti dell’acqua a tutta la San Joaquin Valley per salvare qualche altro pesciolino, invece di pensare solo al povero eperlano (con la scusa di salvare questo pescetto, le ineffabili autorità di bacino della California stanno mandando in rovina l’agricoltura di ampi tratti dello stato, tagliando le forniture d’acqua, provando per l’ennesima volta che il termine ambientidioti non è un’iperbole ndApo)? Non stiamo ancora discriminando i transessuali nelle forze armate? Perché non ci sono azioni per promuovere la diversità e permettere agli ufficiali gay, attualmente poco rappresentati, di fare carriera automaticamente? Perché mai queste non dovrebbero essere questioni più che legittime?

Perché i sinistri non possono continuare a vaneggiare, insistere per l’amnistia per gli illegali, spingere per un sistema di sanità universale all’europea, cercare di imporre un’aliquota del 50% sui redditi più alti? Se il freddo e la neve ritardassero l’inizio della primavera a Giugno o Luglio, non sarebbe forse un’ulteriore prova della validità della teoria del riscaldamento globale? Al Gore ci farebbe un altro film, magari chiamandolo “Una verità molto, molto scomoda”?

Per farla breve, non c’è stato nessun “Loro” che ha mandato a pezzi la Grecia, ha rovinato la California, ha sconvolto il movimento del cambiamento climatico, cancellato il mezzo secolo di dominio della sinistra o screditato totalmente le spese pazze ed i deficit pubblici colossali.

“Loro” vuol solo dire “ho avuto quello che volevo e ce l’ho con qualcuno o qualcosa per non aver permesso al mondo di diventare quello che pensavo dovesse diventare”.

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