Tag

, , , , , , ,

Foto trovata su zerohedge.comTutti a stracciarsi le vesti per il problema del debito pubblico dell’eurozona, tutti a preoccuparsi per le spese pazze dell’utile (alle banche) idiota alla Casa Bianca. Nessuno guarda dall’altra parte del mondo, dove sull’Impero del Sol Levante si sta per abbattere un disastro di proporzioni bibliche.

Talvolta, quando si ha la sventura di leggere certe dichiarazioni di politici o economisti sinistri, viene da domandarsi se non si stia vivendo in una sorta di realtà parallela, del tutto scollegata dalle leggi immutabili della fisica, dell’economia e della stessa logica. Un qualsiasi discorso pronunciato, che ne so, da un sindacalista della CGIL o dal nuovo profeta del Nulla, quel bel tomo di Nicki Vendola, sembra talmente distante dal mondo reale da apparire quasi comico nella sua totale ipocrisia autoreferenziale. Mi sono sempre chiesto come faccia un qualsiasi giornalista dotato di un minimo di raziocinio, una sola oncia di deontologia professionale e quelle due-tre conoscenze minime di economia che dovrebbero essere requisito indispensabile e non sufficiente per accedere alla professione ad assistere impassibile a tali vaneggiamenti da delusione clinica senza scoppiare a ridere. Evidentemente è un mio problema dovuto al fatto di non aver mai capito un cavolo della vita in questa mirabile penisola dei caciocavalli, visto che il resto del mondo dell’informazione non sembra nemmeno sfiorato da questa questione esistenziale.

Mentre qui c’è ancora chi chiede a gran voce al governo brutto, sporco, cattivo, affamatore del pueblo e nemico del proletariato di “fare qualcosa” per l’economia, il che, in sinistrese, significa sempre e comunque dare soldi agli amici degli amici, rubando ai poveri per dare ai ricchi, dall’altra parte dell’isola-mondo c’è chi ha seguito per filo e per segno le ricette balzane offerte dal peggior sicofante e criminale della storia intellettuale moderna, quell’infame di John Maynard Keynes (may he rot in Hell), le cui pagine grondano ancora del sangue degli innocenti tiranneggiati in suo nome da legioni di burocrati e politidioti sinistri su tutto il globo terracqueo. Il paese in questione non è quasi mai nemmeno citato dalla stampa europea, tranne quando si tratta di parlare dell’ennesima moda ridicola o delle ormai scontate boutades tecnologiche. Eppure quello che sta succedendo in Giappone andrebbe studiato con estrema attenzione specialmente dagli abitanti della suddetta penisola dei caciocavalli, la quale, per somma ironia della Storia, è molto più simile all’Impero del Sol Levante di quanto si pensi.

Il Giappone, infatti, si è indebitato oltre ogni limite umanamente pensabile seguendo pedissequamente la ricetta keynesiana, ovvero aumentando a dismisura la spesa pubblica per stimolare l’economia, devastata dalla immane crisi immobiliare del 1987. Quando, come facilmente prevedibile da chiunque abbia letto un qualsiasi libro di Hayek, Mises o Rothbard, le folli spese pubbliche, fatte cadere a pioggia sul territorio e spesso finite a finanziare (what else?) progetti ridicoli fatti ad uso e consumo delle cricche furbetto-politiche locali, non sono riuscite a rianimare l’anemica crescita economica, si è dato retta alla solita gentaglia tipo Krugman (presente sempre e comunque in ogni angolo del pianeta, mortacci loro) e si è pensato di spendere ancora di più. Il fatto che il debito pubblico stesse salendo in maniera indecente non era importante: la crescita economica prossima ventura avrebbe ridotto il rapporto debito-PIL, articolo di fede di ogni delinquente keynesiano, a proporzioni “gestibili”. La crescita, ancora oggi, non si vede neanche per sbaglio. Le grandi imprese nipponiche continuano a spostare la produzione in paesi più amichevoli ed i posti di lavoro a tempo indeterminato, vera pietra angolare del sistema sociale giapponese, diventano sempre più difficili da trovare. Solo burocrati, furbetti, banchieri e politici fanno la bella vita; il resto del paese vive con l’incubo della “decade perduta”, trasformatasi ineffabilmente nel “ventennio perduto”.

Le ultime mosse del governo (sinistro) giapponese hanno del surreale. Aumentare i sussidi agli inefficienti e già amplissimamente sovvenzionati (dai soldi dei consumatori, che pagano cifre astronomiche per i generi alimentari) agricoltori nipponici serve solo a consolidare i feudi dei politicanti nei collegi di provincia, vera base del potere in Giappone, che in quanto a familismo e dinastie politiche non ha proprio niente da invidiare alla nostra Italietta. Stesso dicasi per l’aumento dei contributi per l’educazione dei bambini, fatti ad uso e consumo della casta che, ad ogni latitudine, supporta sempre e comunque i sinistri, ovvero gli insegnanti delle scuole pubbliche. Fare scelte del genere con un debito pubblico che è oltre due volte l’intero prodotto interno lordo del paese è qualcosa di veramente inaudito, segno che, anche tra i sudditi dell’Imperatore Akihito, le cricche di potere ormai rispondono solo ed esclusivamente ai propri interessi personali, fregandosene altamente del popolo e della loro stessa nazione.

L’articolo di Megan McArdle, autrice che l’Apolide apprezza assai, pubblicato sulla rivista sinistra “The Atlantic”, è chiaro nell’affermare che, invece di preoccuparsi per la tenuta di paesi come il Regno Unito o la stessa Spagna, sarebbe il caso di prepararsi alle conseguenze della inevitabile implosione dello Stato del Giappone (日本国), l’ex Impero del Grande Giappone (大日本帝国), che, dopo i mostruosi sconvolgimenti dell’era Shōwa, evidentemente non è destinato a trovare pace nemmeno in quella Heisei. Le “cautionary tales”, in Italia, non sono mai state popolari, per ragioni facilmente comprensibili. Eppure sarebbe il caso che questo articolo lo leggessero proprio quegli utili idioti sinistri che vanno in brodo di giuggiole quando sentono parlare di “piano industriale”, che sognano ancora la scala mobile e vorrebbero tanto tanto continuare all’infinito a sputtanare i soldi estratti a forza dalle nostre tasche. Le soluzioni keynesiane che vi stanno tanto a cuore NON FUNZIONANO, non hanno mai funzionato e non funzioneranno mai. Piantatela di prendere per i fondelli la gente. Anche perché, quando le cose andranno davvero a scatafascio, parecchia gente avrà sui propri hard disk gli articoli pieni di puttanate che pubblicate ogni giorno e potrà facilmente farli avere a chi è stato messo sul lastrico dalle vostre idee sciagurate. Fossi in voi inizierei a preparare una valigia. Il popolo sarà anche bue e stupido come credete voi, ma, come si dice, “è sempre a tre pasti saltati dalla rivoluzione” (cercasi disperatamente autore originale della frase in questione: c’è chi dice Alexandre Dumas, chi Leon Trotskij. Aiuto! ndApo). Fate un poco come vi pare…

—————

Il Giappone ed i limiti del keynesianismo
Megan McArdle
Originale (in inglese): The Atlantic
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Il budget del Giappone è in uno stato veramente terrificante. Leggere delle  ultime decisioni del governo mi ricorda i peggiori racconti degli shopper compulsivi sull’orlo della bancarotta personale – qualcosa come “che cavolo, tanto siamo fregati lo stesso, non pensiamoci; anzi, magari me ne vado a Cabo San Lucas per il week-end”. La posizione strutturale del budget è quella che gli economisti definiscono tecnicamente “completamente fottuta”: il governo chiede più denaro in prestito di quanto non ne raccolga dalle tasse, e le spese per gli interessi sul debito si mangiano quasi metà delle tasse che il governo incassa. “Insostenibile” sembra un eufemismo in una situazione del genere: sinceramente non capisco come riescano a continuare di questo passo in un momento come questo.

In verità sono parecchi che si aspettano l’inevitabile collasso delle finanze governative giapponesi, alcuni da quasi un decennio. Conosco anche le argomentazioni di chi dice che non sia un grosso problema: il debito giapponese è in gran parte finanziato dai giapponesi stessi, spesso tramite il sistema dei depositi postali -che danno interessi molto bassi- per non parlare del fatto che i giapponesi sono estremamente patriotici quando si parla del debito nazionale. Questo potrà spostare il locus del problema, ma non lo risolve affatto: alla fine, non importa quanto siano patriottici, i giapponesi vorranno usare parte di quella montagna di risparmi per mantenersi in vita quando diventeranno vecchi. Prima o poi la crisi arriverà per forza.

Quando ho iniziato a lavorare come giornalista, ho sentito usare spesso e volentieri il Giappone per illustrare il precetto di Adam Smith, quello che dice che “c’è tanta rovina in una nazione” (dopo la sconfitta dell’esercito inglese a Saratoga, nel 1777, John Sinclair si lamentò con Smith, dicendo che, di questo passo, la nazione sarebbe andata in rovina. Al che Smith rispose “there’s a lot of ruin in a nation” – ovvero, ce ne vogliono di puttanate dei politici per rovinare un paese prospero. Principio dimostrato più che abbondantemente dalla storia italiana degli ultimi 150 anni ndApo): ogni qual volta qualcuno iniziava a dare di matto sulle proporzioni del debito pubblico in America o altrove, qualcun altro inevitabilmente faceva notare come il peso del debito pubblico in Giappone fosse ben oltre al 100% del PIL, senza che questo avesse mandato il paese in bancarotta. Ma se è vero che c’è davvero tanta rovina in un paese, non vuol dire che ve ne sia una quantità infinita: il Giappone, a quanto pare, l’ha esaurita quasi del tutto.

Felix Salmon giudica questo come un sintomo di un fallimento politico (ed economico ndApo) ben più ampio:

La situazione in Giappone è particolarmente deprimente perché il paese non ha fratture etniche o politiche rilevanti. Certo, c’è la solita lotta politica, all’interno e tra i vari partiti. Ma non è niente paragonato al livello di vitriolo e demonizzazione reciproca che vediamo negli Stati Uniti (che dovremmo dire noi italiani… ndApo) ed in qualche modo non riesco ad immaginarmi i giapponesi che montano proteste violente come in Grecia (il buon Salmon, evidentemente, conosce molto poco bene il popolo giapponese… rivolte di piazza forse no, ma omicidi politici su larga scala si sono già visti, specialmente nei certo non simpatici anni ’30 ndApo). Eppure i tecnocrati non riescono a fare un solo passo in avanti.

La lezione che possiamo trarre dalla situazione giapponese, secondo me, è che è molto, molto difficile che un governo metta in atto un serio aggiustamento fiscale fino a quando il mercato del debito non gli forzi la mano. Gli inglesi ci stanno provando, naturalmente, ma resta ancora da vedere se il governo di coalizione sarà in grado di applicare le proprie riforme. Inoltre, come abbiamo visto con George W. Bush, la prudenza fiscale di un’amministrazione può essere più che cancellata nel corso di quella successiva (caveat che dovremmo ripetere ad nauseam a chi pensa che i sinistri non farebbero tanto peggio di Tremendino… ndApo).

Anche in questo momento, con l’attenzione del mondo concentrata più che mai sul problema del debito sovrano, il governo giapponese può ancora permettersi di aumentare i sussidi agli agricoltori del 40% e far salire alle stelle i pagamenti per la cura dei bambini, mandandoli anche a famiglie che non avrebbero affatto bisogno di assistenza. Sta persino pensando di cancellare i pedaggi (esorbitanti ndApo) sulle autostrade. Ah, dimenticavo, sta anche tagliando le tasse alle imprese.

Dal punto di vista del mercato obbligazionario, questo si tradurrà in un aumento vertiginoso di buoni del tesoro giapponese da piazzare: siamo ancora molto lontani da una qualsiasi crisi del credito, visto il potere politico dei detentori di quelle obbligazioni. Ma, come lezione sull’economia politica fiscale, il caso giapponese è ben più preoccupante.

La vedo in maniera leggermente diversa: il Giappone ha semplicemente raggiunto i limiti delle risposte economiche keynesiane in un’economia che non è mai riuscita a rianimarsi abbastanza e tornare ad un tasso di crescita decente. I fattori demografici sono ovviamente un fattore determinante nella debolezza della crescita e ci sono una lunga serie di fattori secondari che si potrebbero citare ma, qualsiasi sia la ragione, gli ultimi due decenni hanno visto una crescita anemica, affrontata energicamente con infiniti tentativi di stimolare l’economia. Forse non sono stati sufficienti, forse sono stati pensati male, ma rispondenti in ogni caso al libro delle risposte keynesiane: prendi soldi a prestito e spendili quando le cose vanno male, sperando in qualche modo di far tornare a crescere l’economia.

Almeno nel caso giapponese, la crescita non è arrivata. Ben pochi economisti suggerirebbero un aggiustamento fiscale delle dimensioni e della severità necessaria al Giappone in un momento di crisi così grave. Il fatto è che non c’è stato un momento “giusto” per ridurre le spese negli ultimi 20 anni. Sembra normale che i politici cerchino di far tornare una parvenza di crescita nei mesi che portano alle elezioni. Ma, a qualche punto, dovranno iniziare a tagliare la spesa, qualunque sia il clima economico.

Matt Yglesias suggerisce che sarebbe irrazionale tagliare la spesa pubblica prima della rivolta del mercato del debito, visto che i giapponesi dovrebbero cercare invece di stimolare la crescita dell’economia, ma il fatto che l’economia giapponese non cresca non è certo dovuto alla mancanza di stimoli fiscali o spesa pubblica. Penso che ogni economista che abbia mai avuto un’opinione sulle valute sia stato, prima o poi, chiamato per preparare un piano per il Giappone, ma hanno tutti fallito; o perché i loro piani erano politicamente accettabili o perché la massa monetaria ostinatamente si rifiutava di aumentare nonostante si provasse in ogni modo a gonfiarla (e meno male, direbbe il piccolo economista austriaco qui presente ndApo).

Viste le opzioni di policy sul tavolo, forse sarebbe meglio che il Giappone provasse un aggiustamento fiscale (ridurre la spesa pubblica ndApo) fin da subito. Prima si affronta un problema fiscale, più è gestibile… farlo prima che il mercato si rivolti garantisce una maggiore discrezionalità su come e dove fare i tagli, il che fornisce a tutti, ma specialmente a chi dipende in tutto e per tutto dalla spesa governativa, tempo per adattarsi al nuovo clima. Ma non è difficile capire perché non si sia agito finora. Chi tra noi si offrirebbe volontario per tagliare le pensioni ed i sussidi agli agricoltori nel bel mezzo di una recessione planetaria? (Hmm, vediamo chi… il sottoscritto? ndApo)

—————

Add to FacebookAdd to DiggAdd to Del.icio.usAdd to StumbleuponAdd to RedditAdd to BlinklistAdd to TwitterAdd to TechnoratiAdd to Yahoo BuzzAdd to Newsvine