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Grafico trovato su wikimedia.org su dati di Niall FergusonGran parte dei problemi della nostra società sono dovuti al fatto che nessuno studia la storia vera, ma una specie di romanzetto fatto di re, generali fatto ad uso e consumo dei potenti. In realtà, il protagonista vero di tante scelte e tante guerre è stato il vero nemico del popolo: il debito pubblico.

Una delle “accuse” che vengono più spesso rivolte al padrone di casa di questo piccolo antro informatico è quella di tradurre quasi sempre articoli e post provenienti dalla parte sana della blogosfera, quella che tratta temi e proposte di policy liberali, liberiste o conservatrici. L’accusa è fondata su un dato di fatto, visto che la ragione che mi ha spinto a perdere quantità spropositate del mio tempo libero (quando non a togliere tempo ad attività certamente più produttive dal punto di vista monetario) è stato il rendermi conto di quanto poco spazio avessero tali opinioni ed argomentazioni nei media ufficiali o meno. Comunque, visto che in fin dei conti sempre di un servizio giornalistico si tratta, non ho mai escluso a priori di dare spazio anche a punti di vista differenti, specialmente quando ragionati e non particolarmente faziosi od offensivi. Oggi, tanto per cambiare, troverete un articolo che di liberale o libertario o conservatore ha veramente poco. Tradurlo è stato un’impresa, quasi quanto trattenermi dal commentare ogni singola parola. Per questo il commento sarà più breve del solito (piantatela di applaudire e fare festa, che me la prendo a male).

L’autore dell’articolo pubblicato sul sito di “Newsweek” (sì, insomma, quel poco che ne è rimasto dopo l’ennesimo fallimento) è Jacques Attali, economista e politico francese, tecnocrate di prima grandezza ed esponente di spicco della super-cricca keynesiano-bancaria cui si deve grandissima parte del disastro attuale. Visto che si tratta di persona colta e raffinata, molto stimata dai potenti veri, le sue parole andrebbero sottoposte al trattamento che i sovietologi di un tempo riservavano agli articoli apparsi sulla “Pravda” o sulle “Izvestia”. Se una pubblicazione sinistra DOC come “Newsweek” pubblica un intervento sulla “tirannia del debito pubblico”, vuol dire che la situazione è molto più grave di quanto ci venga fatto sapere. Ripongo subito il cappello da sovietologo, mestiere che mi sarebbe tanto piaciuto fare, non prima di avvertire i frequentatori dell’antro sulle possibili conseguenze della lettura di questo articolo. La parte di storia economica è ineccepibile, ben fatta e chiara. Senza di essa, non avrei mai tradotto il pezzo. Quando si passa alle “soluzioni”, aspettatevi la solita robaccia keynesiana alla Krugman, il che, per un liberale di nome e di fatto, non è mai un’esperienza piacevole o consigliabile. Lettore avvertito, mezzo salvato.

In quanto alla questione del debito pubblico, continuo a ritenere che le uniche parole degne di essere ricordate siano quelle dei Padri Fondatori della Repubblica Americana; in particolare quelle di James Madison, quando, parlando della questione filosofica della pace perpetua ebbe a dire che “le guerre non solo non dovrebbero essere dichiarate solo che dal popolo, il cui lavoro e fortune ne sopporta i costi, invece che dal governo, che ne trarrà i maggiori benefici: ma che ogni generazione dovrebbe sopportare il costo delle proprie guerre, invece di scaricarli sul debito pubblico, che sarà ripagato dalle generazioni future”. James Madison fu un difensore strenuo del governo minimo, delle tasse limitate al massimo e della necessità di non avere ALCUN debito pubblico. Ancora una volta, le sue parole, vecchie di due secoli e mezzo, sono molto più efficaci delle mie. “I veri amici dell’Unione sono coloro … che sono a favore di un sistema di governo limitato e repubblicano … Chi considera il debito pubblico dannoso per gli interessi del popolo e nemico della virtù del governo, non può che essere nemico di ogni tentativo tortuoso per aumentarne l’ammontare senza reale necessità o estenderne la durata o addirittura aumentarne l’influenza sulla vita dei cittadini”. Le mezze misure vanno bene solo per chi vuole truffare il prossimo. Nessun debito pubblico va mai a favore degli interessi del popolo. Intelligente o meno, serve solo a far soldi alle banche e a chi pretende di campare alle spalle dei lavoratori. L’unica via per riappropriarci sul serio del nostro destino e sconfiggere il mostro statalista è lottare per l’eliminazione del debito, il pareggio di bilancio iscritto nella Costituzione ed il ritorno ad una vera, genuina economia di mercato. Il resto sono solo chiacchiere.

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L’Occidente e la tirannia del debito pubblico
Jacques Attali
Originale (in inglese): Newsweek
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

La storia del debito pubblico è la storia del potere delle nazioni: come lo si è conquistato e come è stato perso. Sogni di grandezza e la mancanza di pazienza hanno sempre spinto gli uomini di potere ad accedere alle risorse di altri – si trattasse di schiavi, abitanti di territori occupati o i loro stessi figli, non ancora nati – per portare avanti i propri piani, consolidare il proprio potere od accrescere le proprie fortune personali. Ma non è mai successo, a parte brevi periodi di guerra totale, che il debito degli stati più potenti del mondo sia cresciuto in maniera così spropositata. Non è mai stato così in grado di minacciare i sistemi politici e gli standard di vita. Il debito pubblico non può continuare a crescere senza scatenare conseguenze terribili.

Oggi chiunque dica questo è accusato di essere pessimista. Lo si mette di fronte ai primi segni di ripresa economica, che secondo alcuni dovrebbero portare in futuro ad un debito più basso. Eppure non saremmo i primi a ritenerci in grado di sfuggire al fato di altri stati schiacciati dal proprio debito, quali la Repubblica di Venezia, la Genova del Rinascimento o lo stesso Impero Spagnolo.

La storia del debito pubblico è intimamente collegata all’evoluzione dello stato nazionale. Negli imperi antichi – Babilonia, Egitto, Cina – i governanti ogni tanto trovavano utile chiedere in prestito denaro, prevedendo future conquiste, raccolti copiosi o extra introiti dal fisco. Ma i primi rapporti di un debito sovrano si trovano solo in Grecia, nel quinto secolo avanti Cristo. Visto che le tasse ed i bottini di guerra erano insufficienti a finanziare le loro costose campagne militari nella Guerra del Peloponneso, le città stato greche iniziarono a chiedere denaro in prestito dalle autorità religiose, che avevano accumulato per secoli le offerte dei fedeli ai grandi templi. L’abitudine di accedere a questo tipo di credito si diffuse rapidamente tra le città stato greche e la hybris del debito ebbe un ruolo non marginale nell’erosione del potere ellenico e la contemporanea ascesa di Roma.

I prestiti richiesti dal governo continuarono, anche se in tutto il primo millennio dell’era cristiana rimasero diritto esclusivo dei principi, motivato – e ripagato – principalmente dalle guerre. Il debito non diventò veramente “pubblico” fino a quando l’autorità nazionale divenne un’entità separata dalla persona del principe. Una volta che la sovranità si incarnò nello stato nazionale, un’entità astratta ed immortale, il debito della nazione fu in grado di essere trasmesso da un regnante all’altro. Questa distinzione tra chi contrae il debito e l’entità che rappresenta, apparve prima di tutto nelle uniche organizzazioni stabili dell’Europa medievale: gli ordini religiosi cristiani. Il primo debito istituzionale di cui sia rimasta traccia fu contratto dal monastero inglese di Evesham nel 1205.

Questa distinzione si dimostrò particolarmente utile e fu presto adottata con entusiasmo dalle città stato italiane. Dal XIII al XV secolo, i principi e gli armatori che governavano Venezia, Firenze e Genova non smisero mai di chiedere denaro in prestito dai mercanti per finanziare le infinite guerre intestine per conquistare la supremazia commerciale. Furono gli italiani ad inventare il concetto di tesoro pubblico. Nel 1262, Reniero Zeno, Doge di Venezia, assegnò un debito esplicitamente alla città, affidandone la gestione ad una burocrazia specializzata conosciuta come il Monte. Questa innovazione trovò ben presto imitatori nelle città stato rivali ed altrove.

Con la nascita del tesoro pubblico arrivarono quindi strumenti per consentire una gestione più sofisticata del debito pubblico. Moratorie, inflazione e bancarotte divennero stadi del ciclo del debito e questo meccanismo inesorabile continuò a ripetersi, per essere ogni tanto interrotto da rivoluzioni, come quella avvenuta nella Francia del XVIII secolo. Mandata in rovina dalle spese per la Guerra dei Sette Anni e l’aiuto fornito ai ribelli della Rivoluzione Americana, il Regno di Francia era sull’orlo della bancarotta. Nel 1787 il debito pubblico raggiunse l’80 per cento del PIL e le spese per gli interessi assorbirono ben il 42 per cento delle entrate fiscali. I contribuenti del tempo – i borghesi – si spaventarono. Quello che avvenne dopo è in tutti i libri di scuola: il ministro delle finanze Jacques Necker si giocò il tutto per tutto pur di tagliare il budget statale e stabilizzare il deficit. Luigi XVI convocò gli Stati Generali e la Rivoluzione Francese esplose.

Dall’altra parte dell’Atlantico, i leader dei neonati Stati Uniti d’America stavano faticando per gestire le conseguenze della loro rivoluzione. I ribelli avevano contratto grossi debiti per finanziare la Guerra d’Indipendenza ed ora il giovane stato federale doveva decidere come gestire il debito pubblico. La questione fu risolta il 20 giugno 1790, in una cena a New York. Alexander Hamilton concesse che fosse fondata una capitale nazionale in un luogo neutrale: in cambio, Thomas Jefferson e James Madison accettarono che i debiti di guerra contratti dai singoli stati fossero trasformati in buoni emessi dal nuovo governo federale. In un certo senso, Washington, D.C. ed il debito pubblico americano sono gemelli (you don’t say… ndApo).

Le rivoluzioni americana e francese aprirono una nuova fase nella storia del debito. Con il potere ora nelle mani del popolo, la spesa statale crebbe sempre di più, coprendo un ampio raggio di servizi pubblici: dai trasporti alle comunicazioni, dalla polizia alla sanità, dall’educazione alla pensione. Per fare fronte a queste nuove necessità, si chiesero sempre più soldi in prestito, cosa che generò strumenti finanziari sempre più sofisticati. I problemi vennero quando le dimensioni del debito generarono dubbi sulla capacità dei governi di ripagarlo, spingendo i mercati a chiedere tassi di interesse sempre più elevati. Di fronte a livelli di debito insostenibili, gli stati spesso sceglievano di dichiarare bancarotta. Dal 1800 al 2009, in tutto il mondo, ci sono stati più di 300 default statali, alcuni su tutto il debito, altri solo sul debito nelle mani di soggetti stranieri. Lo scontro mortale tra gli stati nazionali ed i mercati sta ora bloccando il pianeta. Ogni contendente sta guardando ansiosamente l’altro, per capire quali siano davvero le sue intenzioni.

Come facciamo per uscire da questa empasse? Il primo passo è rendersi conto che il peggio è possibile. La storia ci fornisce numerose lezioni. La prima è sulla natura stessa del debito pubblico: si tratta di un’obbligazione che si trasmette dall’attuale alle future generazioni. Le ultime, in un modo o nell’altro, pagheranno comunque – il che rende il debito pubblico accettabile solo in presenza di certe condizioni molto precise. Prima di tutto è tollerabile solo se prevedi che le future generazioni saranno numerose e ricche. In seconda battuta è legittimo se finanzia investimenti rivolti al futuro. Il debito pubblico può incoraggiare la crescita ed aiutare a rendere più ricche le generazioni future (hahaha ndApo). Ma per raggiungere questo obiettivo bisogna separare il debito sciocco (quello che finanzia le spese correnti) da quello intelligente (quello speso in infrastrutture per l’energia, i trasporti, la sanità o l’istruzione) (doppio hahaha ndApo).

La storia ci insegna anche che il debito pubblico va trattato con cautela anche quando è ‘intelligente’ ed anche quando l’ammontare è moderato. Nessuno può prevedere cosa sia in grado di far scattare una crisi del debito sovrano perché in pratica queste crisi nascono più che altro da una perdita di fiducia soggettiva (da parte degli investitori ndApo) più che dal passaggio di qualche livello oggettivamente determinabile. Ma la storia ci ha mostrato che quasi tutti gli stati eccessivamente indebitati, prima o poi, dichiarano bancarotta. La Francia l’ha fatto sei volte, inclusa la famosa ‘bancarotta dei due terzi’ del 1797, nella quale il governo decise unilateralmente di non ripagare il 67 per cento del debito nazionale. Alcuni stati sono crollati in seguito a crisi del debito sovrano: Venezia nel 1490, Genova nel 1555, la Spagna nel 1650 ed Amsterdam nel 1770.

Eppure accumulare un debito eccessivo è fin troppo semplice. Le spese crescono naturalmente più in fretta delle entrate (WHAT?!? Keynesiani del menga, gente infame… ndApo). Ma una volta che s’innesca la spirale della morte, come  può uno stato sfuggire al disastro? Ci sono solo otto opzioni:

  1. alzare le tasse (ti pareva… ndApo)
  2. ridurre le spese (ah, ecco… ndApo)
  3. aumentare la crescita (dove ho messo la bacchetta magica? ndApo)
  4. ridurre i tassi d’interesse (maledetta bacchetta magica… ndApo)
  5. aumentare l’inflazione (vai con le rotative! ndApo)
  6. guerra (addirittura? ndApo)
  7. aiuto esterno (le solite fatine keynesiane… ndApo)
  8. dichiarare bancarotta (ci siamo arrivati finalmente ndApo)

In passato sono state provate tutte queste opzioni ma solo una di esse è sia plausibile e desiderabile oggi: l’aumento della crescita. Un’economia che cresce (il che aumenta le entrate fiscali) permette di assorbire il debito e ripristina lo stato delle finanze pubbliche. A questo punto si può riprendere a contrarre debiti – sempre se incoraggi una ulteriore crescita. I governi responsabili non finanziano le loro spese quotidiane coi prestiti e mantengono i loro investimenti ad un livello sostenibile (capito, Tremendino? A chi pensavi che stesse parlando Attali? ndApo).

La storia offre un’ultima lezione. Il potere degli stati sovrani può generare un senso d’impunità che incoraggia la crescita del debito (ma dai! Non ci credo. Dì giuro! ndApo). Nel passato gli stati nazionali hanno cercato di sbarazzarsi dei creditori semplicemente cacciandoli (come fecero più volte con gli ebrei europei), tormentandoli o semplicemente rifiutandosi di pagare (qualche volta hanno anche invaso i creditori, razziando il razziabile – vedi quel bel tomo di Carlo VIII in Italia o Saddam Hussein in Kuwait ndApo). Visto che gli stati moderni chiedono in prestito denaro da un numero elevato di investitori anonimi sui mercati globali, la sovranità protegge i loro beni dalla confisca – la Cina certo non può chiedere di accendere un’ipoteca sulla Casa Bianca in garanzia del debito pubblico (no, ma potrebbe prendersi, che ne so, l’Alaska ndApo). Ma i creditori possono sempre negoziare, anche con debitori statali. Quando uno stato non ha più la fiducia del mercato, il rischio di non riuscire a raccogliere i fondi necessari per mandare avanti la macchina statale lo riporta bruscamente alla realtà. Chiedete alla Grecia, dove i leader cercano in ogni modo di ridurre il debito pubblico più velocemente possibile (oddio, il cuore, non riesco a smettere di ridere! ndApo). L’Occidente deve svegliarsi ora, liberarsi dal giogo del debito pubblico e prendere la via della libertà. Si tratta di una strada lunga e difficile. Vuol dire riportare il budget in pareggio e stabilizzare il settore finanziario (non ci credo, questo buffone riparla di un bailout o mi sbaglio? ndApo). Ma il grande premio sarà un ritorno alla fiducia e alla crescita – solo per chi si impegnerà abbastanza e per coloro che avranno l’audacia di tener duro fino alla vittoria.

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