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Foto trovata su dallasteaparty.orgPer la serie: come passare tre ore e mezzo in maniera piacevolissima parlando di politica, fede, limited government e collaborazione tra i Tea Parties. Gli amici texani sono troppo avanti. Tea Parties in ogni quartiere?! Ventimila attivisti in una sola città? Abbiamo TANTO da lavorare, gente.

Come capita ogni qual volta l’Apolide esce dall’antro “reale” per occuparsi di faccende relative a Tea Party Italia, niente traduzione ma un post “tradizionale”. Non si tratterà di un riassunto delle tre ore di conversazione, a giro nel centro di Firenze e davanti ad un bel controfiletto ai funghi, ma delle impressioni derivate dal contatto diretto con chi, senza troppe pretese intellettualoidi ma con grande praticità, sta cambiando il volto della politica americana un voto alla volta. Incontrare persone come Scott e Rachell McKim, coordinatori del Tea Party di Dallas, è un’esperienza che auguro a tutti i liberali e conservatori italiani. La loro prospettiva sul mondo e sui problemi che abbiamo tutti di fronte è molto meno sofisticata di quello che ci vogliono fare intendere i troppi intellettuali di professione, specializzati nel complicare le cose semplici. Da una parte la libertà, la fede e la moralità; dall’altra il totalitarismo, il socialismo, la cultura della dipendenza e dell’irresponsabilità. Visione manichea? Forse, ma ditemi voi se non vi sembra più convincente di tanti studi politologici che circolano nell’area liberal-conservatrice italiana ed europea.

L’incontro avviene più o meno in orario, alle 18.45 di fronte alla chiesa di Santa Croce. Non era scontato, visto che tutto sembrava congiurare per impedirlo: tra la nevicata che ha fatto saltare l’incontro di domenica a Pisa, al traffico infernale degli ultimi giorni prima di Natale, alle tante defezioni causa vacanze, ne sono successe veramente di tutti i colori. Aspettiamo qualche minuto l’arrivo di Sara, compagna di David Mazzerelli, con gli omaggi di rito (le polo, i “bottoni” di TPI e la bandiera). Scott e Rachell apprezzano e promettono di usare la bandiera al prossimo incontro del Dallas Tea Party. Aspettiamo ansiosamente le foto. Sarebbe una soddisfazione per chi si è dato tanto da fare negli ultimi sette mesi (sembra un secolo fa, ma siamo in giro solo dal 20 maggio). Il discorso inevitabilmente scivola sul movimento italiano. I McKim vogliono sapere come siamo nati, si stupiscono nel sapere che in gran parte siamo giovani (da loro coinvolgere gli under-30 è un problema, dicono) ma soprattutto ripetono una domanda: come possiamo aiutarvi? God bless y’all. A questo punto il discorso si fa più complicato e difficile da riassumere. Provate a spiegare in termini chiari la situazione italiana ad uno straniero e capirete di che genere di acrobazie verbali si stia parlando.

Trasferiti in un ristorante vicino, la conversazione continua, passando senza soluzione di continuità da questioni organizzative di base, alla “filosofia” della pizza, la fenomenologia comparata degli autisti indisciplinati (il traffico fiorentino li aveva impressionati – evidentemente non hanno mai guidato al Cairo o sul lungotevere), fino alla singolare mancanza di “piatti famosi” della cucina toscana (a parte la ribollita, la zuppa di farro e pochi dolci non me ne venivano in mente altri). Dopo qualche tempo, Scott mi confessa che era soprattutto curioso di sapere se ci rendevamo conto dell’enormità della sfida che abbiamo di fronte a noi. Il dubbio che aveva era semplice: saranno naif o solo entusiasti? Spero di aver risolto la questione. Purtroppo sappiamo bene di avere un compito ben più difficile di quello che devono affrontare loro, sappiamo che i nemici della libertà in Italia ed in Europa sono andati molto oltre sulla strada verso la servitù di hayekiana memoria. Sappiamo che qui in Italia toccherà ricordare a tutti cosa voglia dire essere libero, togliere a tanti le illusioni spacciate dai soliti socialisti, far rendere conto ad ampi strati della popolazione che, non importa quanto furbo tu pensi di essere, in realtà è il “sistema” che ti frega giorno dopo giorno, costringendoti a mendicare dai potenti quello che sarebbe un tuo diritto sacrosanto, quello di essere libero di fare come meglio credi con la tua vita.

Alla fine il discorso torna sempre sui soliti punti base, quelli che ripetiamo da mesi e che causano tanta costernazione nei cosiddetti “esperti” della politica. Keep it local, cerca di coinvolgere più possibile ogni attivista, mantieni una struttura decentralizzata, fluida, capace di mobilitarsi in ogni momento su temi sentiti dal movimento, resistere sempre alle tentazioni di affrontare temi “sociali”, usare la filosofia del “just do it” invece di perdersi in questioni filosofiche, lasciare che sia il movimento ad emarginare chi vuole sfruttarlo per portare avanti agende personali o di partito, insomma, quello che si potrebbe definire l’ABC del Tea Party. Alla fine si rendono conto anche loro che in quanto a teoria siamo abbastanza ferrati. Il problema è “localizzare” il metodo, la narrativa, i livelli e gli strumenti comunicativi ed adattarli alla realtà italiana. Quando gli faccio notare che, senza ottenere una sufficiente copertura da parte dei media locali e nazionali difficilmente i gruppi locali si riusciranno ad organizzare, mi guardano strano. Per loro i media sono, nella maggiorparte dei casi, il “nemico”. Non ne hanno bisogno per portare avanti il loro messaggio. In una società interconnessa, dove le comunità locali sono molto più attive che in Italia, la ricetta funziona benissimo. Nell’Europa socialista le cose vanno in maniera molto diversa. A Fort Lauderdale, nel febbraio 2009, al primo Tea Party della costa della Florida erano in dieci: la settimana dopo in cento, a Luglio 1.500. In una qualsiasi città italiana se vai per strada in dieci persone, la settimana dopo saranno in cinque, la volta dopo in due.

Vi sarete domandati perché manchino le foto della serata? Semplice, perché ero talmente preso dalla conversazione che me ne sono del tutto dimenticato. Avevo con me la fidata reflex, ma non ho mai trovato il momento giusto per fare le foto. Ecco perché avevo fatto di tutto per evitare di incontrare i McKim da solo. La figlia di Scott e Rachell, Ericka, che vive in Sicilia, ha scattato qualche foto con il cellulare, promettendo di mandarmele per e-mail. Appena arrivano, le aggiungerò a questo post, magari oscurando la brutta faccia per niente fotogenica della parte (talvolta) più seria dell’Apolide (sì, sono parecchio self-conscious – da un recovering narcissist cosa vi aspettate?). Dopo una camminata sotto la pioggia (ero l’unico ad avere l’ombrello – evidentemente non avevano imparato che le previsioni italiane sono molto meno affidabili di quelle texane ^_^), i saluti di rito di fronte a Santa Maria Novella, la promessa di riprendere il discorso ad anno nuovo, specialmente sul lato della formazione del personale politico (ma che, avevano letto l’antro?!). Verrebbe da pensare che tutte queste coincidenze siano dovute ad una Volontà superiore, ma non vorrei peccare di superbia (il rischio c’è sempre). I mean, un’ora prima di partire traduco un pezzo sulla American Majority e Scott mi dice di conoscere bene uno dei fratelli Ryun, quello che vive a Fort Worth! Le coincidenze non mi hanno mai convinto troppo. Tiriamo avanti senza pensarci troppo, che è meglio. Slippery slope ahead.

Note conclusive: provate a vedere cosa stanno combinando a Dallas ed in Texas in generale. Scott e Rachell, come ho saputo durante la chiacchierata, non sono i coordinatori del Tea Party di Dallas, semplicemente perché in città sono talmente tanti da aver deciso di fare Tea Parties in ogni quartiere. Mi ripeto, per lasciare che l’immensità della cosa arrivi a tutti. Tea. Party. Di. Quartiere. L’apoteosi del grassroots, roba che a noi può fare solo impallidire. In una sola città, anche se nessuno sa esattamente quanti attivisti ci siano, stimano di essere più o meno ventimila. VENTIMILA. L’area metropolitana di Dallas-Fort Worth è grande, più di sei milioni di persone, ma l’hinterland milanese non è tanto più piccolo. A noi sembra un obiettivo ambizioso raccogliere cinquecento persone a Milano e dintorni. A livelli del genere non arriveremo forse mai. In America, ed in Texas in particolare, l’individualismo e l’etica del lavoro protestante capitalista di Weber si respira nell’aria, non hai certo bisogno di spiegare alla gente cosa voglia dire essere liberi. Comunque resta tantissimo da imparare. Pensate che in città hanno persino istituito una moneta locale, volontaria, per sostenere gli imprenditori ed i commercianti locali. L’azienda di Scott, che si occupa di ristrutturare piscine, accetta anche questo tipo di moneta, oltre al baratto. Non solo: come pagamento molti commercianti accettano anche queste monete, definite prudentemente “medaglie per il baratto”. In realtà sono vere e proprie monete d’argento, da un’oncia, equivalente al momento a circa 30 dollari. Roba del genere, da noi, la fanno o libertari di ferro o sinistri che vaneggiano dell’abolizione del capitalismo. A Dallas lo fa anche Scott McKim, imprenditore, coordinatore di un Tea Party ed Evangelico di ferro. Proprio un altro mondo, gente. Dovremo correre come dei matti solo per tenere il loro passo. Riposatevi, gente. Da gennaio si fa sul serio.

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