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Immagine trovata su thefrustratedteacher.comSu Forbes, Michael Malone si lamenta del fatto che l’America e l’Occidente in generale non riesce più a pensare in grande. Malone pecca di ottimismo. L’Occidente non sa più sognare e non ha più un idea di sé stesso e della sua “missione di civiltà”. Il che è molto molto più grave.

Tra la neve ed il clima natalizio, la voglia di mettersi al computer ed affrontare temi importanti sta calando sotto il livello di guardia. Non è bello, ma capita. Per non parlare del fatto che le notizie a giro per il mondo non siano delle più stimolanti. Voglio dire, quante volte si può parlare della guerriglia legislativa al Congresso nella maledetta “lame duck session” senza sollevare gli occhi al cielo e lanciare un sonante “Estiqaatsi”?! Ogni tanto, però, qualcosa di interessante si riesce a trovarlo lo stesso, come questo post di Michael Malone e Tom Hayes, vice-presidente della Marvell Semiconductors, sul blog “Silicon Dreams” che tengono sul sito del settimanale “Forbes”.

La questione è monumentale: perché l’Occidente non è più in grado di pensare (e realizzare) grandi progetti? Non commenterò le argomentazioni vagamente sinistre che Malone ed Hayes fanno nel pezzo (la pensione pubblica è una grande opera solo per chi considera Bernard Madoff un esperto di investimenti, IMHO) e mi tratterrò dall’imporvi le mie fosche considerazioni sull’identità confusa dell’Occidente ed il crimine della nostra epoca, aver rinunciato alla missione civilizzatrice che ha fatto dell’Occidente la culla della libertà e della democrazia. Spero che così facendo, i frequentatori dell’antro siano stimolati a dire la propria, così da riuscire ad instaurare un dialogo serio e non “biased” su questo fondamentale argomento, determinante per il futuro della nostra civiltà e dell’intero pianeta.

Insomma, per una volta, lascio i commenti a voi, sicuro che il clima di smobilitazione generale non vi abbia contagiato. Buona discussione a tutti.

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Perché non facciamo più le cose in grande
Michael S. Malone e Tom Hayes
Originale (in inglese): Forbes
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

La recente, rapida eclisse della commissione sul deficit è solo l’ultima conferma che l’America non sembra più avere lo stomaco per le sfide difficili. C’è stato un tempo – davvero è stato solo una generazione fa? – quando gli americani erano famosi in tutto il mondo per realizzare vasti, apparentemente sovrumani, progetti: la rete delle Interstate, le missioni Apollo, la diga di Hoover, il progetto Manhattan, l’invasione della Normandia, l’Empire State Building, la Social Security (‘sti sinistri non si smentiscono mai ndApo).

Cosa è successo?  Oggi vediamo queste realizzazioni, più o meno come i servi della gleba del Medioevo vedevano le grandi opere dell’Impero Romano, sentendoci come se fosse passata un’età dell’oro, quando la terra era popolata da giganti. Anche quando possiamo ancora vedere gli anziani sopravvissuti di quell’era che prendono il sole fuori dalle case di riposo – o sedendo con noi per le cene dei giorni di festa – è difficile non credere che c’era qualcosa di straordinario in loro che non sono stati in grado di trasmetterci. La “Greatest Generation” e quelle più antiche, fin dalla nascita di questo paese, sembravano in grado di fare le cose in grande e pensare altrettanto in grande, cose che ora sembrano ben oltre alle nostre capacità ed ai nostri desideri.

Non costruiamo più gli edifici più alti del mondo – lo fanno altri paesi. Non ci muoviamo verso la Luna – lo fanno altri paesi. E, ogni volta che proviamo a fare qualcosa di grande – sanità universale, energie alternative, standard scolastici migliorati, trasporto pubblico (Dio mio che tristezza ‘sti sinistri ndApo) – l’iniziativa inevitabilmente s’impantana in un mare di problemi di progettazione, corruzione, favori politici, mancanza di leadership, mancanza di praticità o semplice, devastante, incompetenza. L’amministrazione Lincoln, che era minuscola in confronto a quelle odierne (qualche piccolo dubbio non vi sorge mai? ndApo), riuscì a vincere la Guerra Civile, aprire la corsa alle grandi praterie con l’Homestead Act e iniziare la costruzione della ferrovia transcontinentale… tutto in quattro soli anni.

Come mai le cose sono così diverse oggi? Perché non siamo più in grado di realizzare grandi opere bene? Pensiamo che ci siano una serie di fattori, alcuni consolanti, altri invece molto preoccupanti:

Le cose “in grande” non sono più “grandi”: In molti casi, il “grande” è diventato “piccolo”: nanotecnologie, microelettronica, la mappatura del genoma umano, i network distribuiti, gli oggetti ‘intelligenti’ – e sembra esserci molto più ritorno nello sviluppare un microprocessore più piccolo che consumi meno energia del gettare un milione di metri cubi di cemento per una nuova diga. Quindi, il nostro senso di fallimento, sarebbe in effetti dovuto ad un difetto di prospettiva.

L’individualismo collettivo: La tecnologia odierna, che ci permette di collegarsi e comunicare direttamente l’uno con l’altro, ci rende meno inclini a centralizzare i temi e realizzare azioni collettive (if only… ndApo). Il nostro mondo interconnesso dà pari voce ad ogni persona, marginalizzando gli intermediari, inclusi i partiti politici… il che rende molto più difficile raccogliere il consenso necessario per affrontare questioni difficili. Ancora peggio, in un apparente paradosso della nostra era, più diventiamo interconnessi, più ci dividiamo. Vince sempre il gruppo che grida di più ed è più arrabbiato (ma sì, prendiamocela con i Tea Parties – ineffabili sinistri ndApo).

L’arte della Wiki: La più importante innovazione organizzativa dell’ultimo quarto di secolo, la metafora che ora sembra definire la nostra società, è la cosiddetta ‘nuvola’. La Nuvola è più grande del ‘grande’ di ieri ma è anche amorfa e composta da milioni di elementi minuscoli ma discreti. Sembra bravissima a gestire fiammate di entusiasmo ma incapace di perseguire metodicamente questo entusiasmo. I martelli cercano sempre nuovi chiodi – quindi, armati di questi “eserciti fatti da Davide”, decentralizzati, orizzontali, tendiamo ad affrontare (e talvolta crearne dal nulla) problemi che rispondono ad una strategia alla ‘wiki’ (il riferimento, piuttosto oscuro, è a Wikipedia – io non l’ho capito bene. Spero che qualche frequentatore dell’antro riesca ad illuminarmi. Il mio ‘sinistrese’ è quantomai arrugginito ndApo).

Già visto, già fatto: Vedere la Malesia, Hong Kong e Dubai che gareggiano per avere l’edificio più alto del mondo può essere sia eccitante che deprimente – ovvero, sono costruzioni molto ‘cool’, ma perché mai gli Stati Uniti non partecipano a questa corsa? Una risposta può essere: abbiamo già corso, e vinto, quella gara, numerose volte. Perché non passare ad altre sfide? La costruzione di grandi edifici sembra essere una fase nello sviluppo delle nazioni moderne di successo; altrettanto i trasporti nazionali e le infrastrutture di comunicazione. Abbiamo passato quella fase cinquant’anni fa – ora quello che rimane da fare sono delle migliorie occasionali. D’altro canto, non si può non notare che imbarcarsi in questo tipo di costruzioni epiche è anche sinonomi di ambizione e fiducia nazionale, due cose che mancano disperatamente nella vita di oggi.

L’analogico è complicato: Forse non ve ne siete accorti, ma nell’ultimo mezzo secolo, quasi ogni industria americana di successo ha trovato il modo di salire a bordo del carro della Legge di Moore dei semiconduttori e trarre vantaggio dalla sua curva di crescita esponenziale (il co-fondatore della Intel, Gordon Moore, scrisse in un paper del 1965 che il numero di transistor che si possono mettere in un circuito integrato, a parità di costo, sarebbe raddoppiato ogni due anni. Questa previsione si è rivelata incredibilmente esatta. Moore prevedeva che sarebbe rimasta valida per dieci anni; in realtà la progressione continua fino ad oggi ed è alla base della rivoluzione informatica ndApo). Questo ha inevitabilmente premiato opere puramente digitali, come Internet, mentre i vantaggi sulle industrie fisiche – analogiche – come la medicina, le automobili e l’edilizia ne hanno vantaggi solo parziali. Le grandi opere tendono ad essere attività molto fisiche… la nostra economia sembra invece dirigere i competitor più intelligenti verso altre imprese, dal ritorno più immediato.

Tutti vincono sempre: L’annuncio per il Pony Express diceva: “si preferiscono gli orfani”. La realtà, per quanto spiacevole, è che costruire l’America ha richiesto il sacrificio di un mucchio di vite, mettendo uomini (e talvolta donne) in situazioni pericolose, ad alto rischio. Non sembriamo avere lo stomaco abbastanza forte per sacrifici di questo genere – ed anche se fossimo disposti a farle, il nostro sistema di leggi sulla responsabilità oggettiva le renderebbe troppo costose in ogni caso. Probabilmente non si può conquistare lo spazio in una società dove le partite di calcio giovanile non tengono il punteggio, dove si danno trofei solo per aver partecipato e si fa causa per ogni piccolo taglietto. Dopo tutto, i proiettili virtuali in uno scontro su Halo non fanno male.

Pensare “in grande” è diventato più difficile: Ottenere la fusione nucleare è infinitamente più complicato di realizzare un motore a scoppio, come un computer portatile abita un universo diverso di una calcolatrice meccanica. Tutte le grandi opere che proviamo a realizzare sono molto, molto più complicate e care di tutto quello che i nostri antenati potrebbero mai aver immaginato. D’altro canto, anche loro, probabilmente, pensavano la stessa cosa… prima di andare avanti lo stesso e realizzarle.

Il dominio del ‘tutto e subito’: I grandi progetti hanno bisogno sia di pazienza che di credere nella storia. La nostra società sembra priva di entrambe queste doti. I download istantanei, un numero infinito di canali e film on demand ci hanno addestrato a volere esattamente quello che vogliamo, quando ci pare. Tutte le forze che soddisfano i nostri desideri consumistici ci rendono meno capaci di investire in cose difficili, poco “sexy” e magari scomode – specialmente se ci vogliono molti anni per realizzarle.

Mettete assieme tutti questi problemi e cosa possiamo imparare su noi stessi e la nostra crescente incapacità di realizzare opere grandi ed importanti?

Prima di tutto, stiamo realizzando grandi opere: solo che non sono come le vecchie grandi opere. La comunità presente su Facebook è più grande della popolazione di tutti i paesi del mondo tranne India e Cina. Abbiamo mappato l’intera sequenza genetica dell’uomo. Con poche battute sulla tastiera su Google possiamo avere a disposizione quasi ogni informazione disponibile sul pianeta (magari – tutte le cavolate si trovano; le informazioni importanti proprio no ndApo). Realizziamo microprocessori così minuscoli che le loro pareti sono rese ruvide da singole molecole; tutto questo mentre realizzano dieci miliardi di calcoli al secondo.

Nonostante tutto, però, il mondo è tuttora un posto ‘fisico’ e sembra che stiamo perdendo sia la nostra competenza e la nostra determinazione nell’affrontare grossi progetti ‘fisici’. Parte di questo trend è dovuto alla perdita di capitale intellettuale, quando gli esperti veterani dei grandi progetti del passato vanno in pensione: un’altra parte è dovuto alla presenza di una nuova economia che sembra offrire migliori incentivi in altri settore; infine, è dovuto ad una crescente avversione nazionale per il rischio fisico, le scomodità ed il rimandare la gratificazione al futuro. Ma il peggiore colpevole è senza dubbio la mancanza di quella fiducia che, una volta, rendeva l’America ed i suoi leader disponibili (per citare uno di essi) a ‘fregarsene delle mine’ e procedere alla carica verso il futuro (il riferimento è alla celebre frase dell’Ammiraglio Farragut durante la battaglia navale della baia di Mobile: a bordo della USS Hartford, quando la sua squadra esitò ad entrare nella baia minata, Farragut gridò “damn the torpedoes, full steam ahead!” – all’epoca le mine erano infatti chiamate torpedini ndApo).

Il mondo digitale è eccitante, interessante e spesso pieno di gratificazioni. Ma un giorno dovremo costruire un nuovo sistema di strade, canali e ponti – forse su Marte, forse su una Terra rovinata (aridaje! Ma ‘sti sinistri che fanno? Portano rogna?? ndApo). Tanto vale iniziare ad allenarci oggi.

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