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Immagine trovata su betizuka.comIl pericolo viene dalle cose più innocue, dalla dittatura del “non si dice”, dalle formule ipocrite e pelose del “vietato vietare”. La strada per il totalitarismo è fatta di parole, di ricatti e di persone perbene che s’indignano ogni cinque minuti Non lascerò che nessuno mi dica come devo parlare. Alla faccia di Bruxelles e delle leggi illiberali.

Oggi articolo doppio per compensare la pausa di ieri, dovuta alle conseguenze della giornata pisana del Tea Party. Grazie all’amica Giuliana Barbano, oggettivista extraordinaire di ampie letture, mi è capitato sott’occhio questo articolo che Nancy Morgan ha pubblicato sul sito RightBias. La scelta di tradurlo e proporlo all’attenzione di amici e frequentatori dell’antro è stata immediata. Questa chiamata alle armi contro la dittatura strisciante della “neolingua”, contro le criminali leggi sull’hate speech che si fanno strada da Bruxelles fino ai parlamenti nazionali, contro la demolizione sistematica della civiltà occidentale e dei valori che ne sono alla base non solo è scritta in maniera eccellente (leggete l’originale, visto che difficilmente sono riuscito a rendergli giustizia in italiano) ma è quantomai opportuna.

Recentemente, grazie ad un opportuno Tweet di Sissy Willis, ho visto un mini-documentario della Free Congress Foundation sul fenomeno conosciuto come “political correctness”. Lo trovate qui ed è veramente ben fatto. Il politically correct è l’ultimo travestimento del maledetto marxismo, basato sulla guerra all’Occidente dichiarata negli anni ’20 da gente come György Lukács e Antonio Gramsci. Tutto è nato allora, dalla “riforma scolastica” ungherese basata sull’educazione sessuale, l’indottrinamento dei bambini e l’assalto alla famiglia. Il resto è solo applicazione di un piano infernale. La “torcia infame” è stata presa da Weil e dall’Institut für Sozialforschung della Johann Wolfgang Goethe-Universität di Frankfurt am Main (capite perché Bancoforte mi è sempre stata antipatica?). Quel bel tomo di Theodor Adorno lo avrebbe portato poi oltreoceano, dove il suo criminale “studio” sulla personalità autoritaria avrebbe fatto esplodere il PC in tutta la sua devastante idiozia.

Nancy Morgan ha perfettamente ragione: non bisogna lasciare a nessuno il potere di definire cosa è “socialmente accettabile” e cosa no. Non servono leggi speciali contro chi incita all’odio. Basta e avanza la Regola d’Oro, quel principio etico universale espresso mirabilmente dal Vangelo: non fare ad altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Chi strepita e punta il dito contro chi ha la sola colpa di pensarla in maniera diversa da lui, incitando tutti a linciarlo moralmente, ostracizzandolo o gettarlo al pubblico ludibrio, non è altro che un maledetto totalitario, socialista infame, continuatore dell’ideologia più nefasta della storia dell’umanità, radicata nei crimini della rivoluzione giacobina e cresciuta col sangue di milioni di uomini liberi. Basta ed avanza. Il Tea Party ed il movimento liberal-conservatore mondiale predica il ritorno dell’individuo al centro della scena politica e culturale. Bene, iniziamo a farlo ognuno nel suo piccolo. Mai più “diversamente abile”, mai più “migrante”, mai più le mille ipocrite formulette imposte dalle anime belle. Pane al pane, vino al vino. La linea sulla sabbia è tracciata. Ad ognuno di noi l’imperativo morale di difenderla giorno dopo giorno.

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Prendere posizione contro il politically correct
Nancy Morgan
Originale (in inglese): RightBias
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Il politically correct viene definito in maniera grossolana come “l’evitare espressioni o azioni che possano essere percepite come volte ad escludere o marginalizzare o insultare persone che sono socialmente svantaggiate o che subiscono qualche forma di discriminazione”.

Per metterla diversamente, milioni di americani hanno volontariamente permesso di essere messi continuamente in una posizione perdente, quella di chi deve provare di non essere qualcosa. “Non sono razzista”, “non sono omofobo”, “non sono un avido capitalista”, e così via all’infinito.

Il politically correct è una campagna enormemente fortunata che ha effettivamente alterato gli standard di comportamento tradizionali della società per avanzare l’agenda politica di gruppi in gran parte di sinistra. Dai diritti per gli omosessuali, al femminismo, all’apertura dei confini, le regole del PC sono chiare: o ti conformi al “pensiero dominante” o rischi di essere ostracizzato dal resto della società.

La cosa incredibile del PC è che nessuno ha ancora provato a ribattere alla completa idiozia e la chiarissima manipolazione che ne sono l’essenza.

Fino ad ora, almeno.

Ho deciso di smetterla di dare il potere agli utili idioti continuando a ripetere i pensieri collettivi politically correct che minacciano di cancellare tutte le opinioni contrarie con la scusa della “tolleranza” e della “compassione”. Non ho mai votato queste regole idiote. Non le ho mai condivise. Quindi mi rifiuto di rispettarle.

Non lascerò che siano gli altri a dirmi come devo comportarmi. Sono stata cresciuta nel rispetto degli altri e nel vivere seguendo la Regola d’Oro (il cosiddetto principio etico universale, “tratta gli altri come vorresti essere trattato te”, presente in quasi tutte le religioni, dall’induismo al buddismo, al confucianesimo e naturalmente al cristianesimo stesso ndApo). Per dirla diversamente, sono ben educata. Quindi, perché dovrei lasciare che siano altri ad imporre le loro “buone maniere” a me? Specialmente quando queste “buone maniere” si applicano a pochi, selezionati gruppi?

Le donne conservatrici possono essere tranquillamente chiamate puttane e la Vergine Maria può essere coperta di escrementi ed essere definita “arte” ma se qualcuno osa dire che molti neri si sono lasciati volontariamente schiavizzare dal sistema del welfare, apriti cielo! Oppure dire che alcune persone saranno sempre povere semplicemente sono stupide e pigre — e che quindi foraggiarli con i soldi delle mie tasse non fa che incoraggiare comportamenti sempre più stupidi e pigri. La maggioranza di loro ha scelto di far sì che siano gli altri a preoccuparsi per il loro benessere — questo non vuole affatto dire che io debba concedergli automaticamente lo status di “popolo oppresso”.

Accettare passivamente il politically correct serve solo a farlo diventare più forte. Ed io mi rifiuto di rafforzare regole arbitrarie il cui scopo fondamentale è quello di contraddire i valori tradizionali e minare l’eccezionalismo sia dell’individuo sia dell’America stessa.

Ecco alcuni fatti elementari. L’America è il più grande paese che il mondo abbia mai conosciuto. Abbiamo parità di opportunità, non di risultati. Il rispetto ci si guadagna, non viene concesso gratis e promuovere l’autostima è solo un messaggio sottile per dire che non solo va bene ma che è anche desiderabile essere totalmente egoisti.

Gran parte della “elite” del politically correct che pretende di parlare per voi è stata educata ben oltre i limiti della propria intelligenza. La vita non è giusta e tutti non sono uguali (grazie a Dio ndApo). Se uno qualsiasi dei vostri “diritti” è pagato da altri, non è un diritto, ma un entitlement (cercasi disperatamente traduzione efficace – “privilegio” non va bene, come anche “diritto acquisito”, formula socialista che rifiuto in tronco ndApo). Ridefinire le parole per renderle politically correct non cambia la realtà. Come una rosa è una rosa, uno stronzo è uno stronzo.

Shakespeare una volta disse “non c’è giusto o sbagliato, è solo come lo si definisce che lo rende tale”. Ho deciso che non permetterò più agli idioti del politically correct e alla loro agenda nascosta di definire le mie parole. Non sono più disposta ad adottare la definizione di qualcun altro di giusto o sbagliato usandola al posto della mia.

Con un uomo nero alla Casa Bianca, ho deciso che non abbasserò più la voce quando parlo di questioni razziali. E siccome mi sono diplomata tanti anni fa, ho deciso che non mi riferirò più alle parole con la loro iniziale. Chi parla della “parola N”, o “la parola P” sono persone che volontariamente hanno lasciato che siano altri a definire le loro regole di comportamento. Sono pecore che per quieto vivere hanno accettato il pensiero collettivo nel vano tentativo di apparire “in linea” con esso.

Da oggi, chiamerò una menzogna menzogna, non un errore lessicale. Il fatto che siano in tanti a mentire non lo rende giusto. E non permetterò alle mie opinioni di essere definite giudizi. Non permetterò al dibattito di essere ridefinito come lite e sicuramente non lascerò che nessuno mi dica che il mio punto di vista è sbagliato senza che siano in grado di provarmi perché.

Invece, farò come fa Thomas Sowell quando affronta affermazioni politicaly correct fatte da moralisti spiccioli con niente di meglio da fare. Mi farò queste quattro domande per verificare la validità di ogni affermazione:

1. Quando costa?
2. Rispetto a cosa?
3. Secondo chi?
4. Che prove concrete hai?

Secondo lo standard di Sowell, praticamente ogni affermazione e/o idea politically correct non passa questo semplice test. Tutte le fanfaronate della sinistra si dimostrano deficienti sia in sostanza che in fondamenti, una volta sottoposte al test. Ma il ricatto del politically correct richiede che nessuna premessa critica sia mai messa in dubbio, a meno di essere marchiato a fuoco come stupido. Mi domando, può esistere un comportamento più stupido?

Se vi accontentate di essere definiti da altri, per l’amor di Dio, continuate a seguire le regole del politically correct. Se vi va bene che altre persone manipolino i vostri sentimenti per portare avanti i propri progetti politici, liberissimi di accettarlo.

Se, invece, pensate che la libertà individuale e il buonsenso siano più importanti del pensiero dominante, forse è il caso che vi uniate a me ed iniziate a combattere questa marea di baggianate. Non ci vuole molto. Basta dire di no.

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