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Foto scattata da Luca A. Bocci - Some rights reservedC’è chi parla e promette, pestando l’aria nel mortaio della politica politicante. C’è invece chi, nonostante il tempo inclemente, è uscito di casa per parlare di libertà, Tea Parties e futuro. I numeri certo non sono stati straordinari, ma contro il termometro si può ben poco. C’è tanto da lavorare…

Mantengo la promessa fatta ieri con colpevolissimo ritardo (midispiace-midispiace-midispiace) causa ennesima trasfertina para-lavorativa, anche se mi trovo in una situazione spiacevole. Visto che nell’antro il politichese è da sempre bandito, non mi nasconderò dietro ad un dito e dirò subito quello che in dodici anni di politica non ho mai sentito dire a nessuno: il Tea Party a Pisa sarebbe potuto andare meglio. La situazione spiacevole è dovuta al fatto che, per evidenti ragioni geografiche, non è bellissimo che il primo evento fatto nel proprio “backyard” non sia stato un successone clamoroso. Il piccolo politico che alberga ancora nella mia testa mi spingerebbe a cercare scuse, dire che Pisa e la Valdera (casa mia) da sempre fanno storia a sé, che questo è stato il primo evento organizzato in una provincia dove il centro-destra è da sempre attaccato all’ossigeno, che la realtà politica pisana è tutta basata sul negare l’esistenza dell’avversario, nel finto unanimismo, ma non voglio nascondere che le cose non sono andate come speravamo.

Foto scattata da Luca A. Bocci - Some rights reserved

Tornare al “Pick a Flower” dopo tanti anni è stato una specie di tuffo al cuore. Posizionato a pochi passi dalla facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, il Wine Bar che ha ospitato il primo Tea Party pisano non è un posto qualsiasi per l’Apolide. Proprio qui, nella saletta inferiore, dove si riunivano i venti squinternati che nel 1995 diedero vita al giornale universitario “IL – Informazione Liberale”, il sottoscritto si è guadagnato il suo soprannome (e forse l’iscrizione nei libri del Mossad) con un articolo al vetriolo contro il diplomatichese usato dallo ambasciatore d’Israele in una conferenza tenuta nella sua facoltà. Appena girato l’angolo, il primo dei tanti amici conosciuti in anni di militanza ed una sensazione antipatica: sarà una delle solite riunioni “di area”, dove ci si conosce tutti e si finisce col fare i soliti discorsi di sempre.

Entrato nel bar, le prime, piacevoli sorprese. Facce nuove. Il sacro graal del politico italiano, l’unica cosa capace di animare ogni incontro politico o para-politico. Basta che arrivi una persona nuova e l’uditorio si rianima. Tutti a farsi le stesse domande: chi è, cosa fa, di chi è, cosa vuole, può rompermi le uova nel paniere. Stavolta, l’atmosfera è diversa. Il Tea Party non è un partito. I nuovi arrivati non sono una minaccia, ma una grande opportunità da sfruttare al massimo. Subito a salutare, a scambiarsi i numeri di telefono, a programmare nuove iniziative, nuovi percorsi politici, organizzativi. Dopo qualche tempo, una incredibile constatazione: nessuno parla del voto avvenuto poche ore prima a Montecitorio. Può sembrare incredibile, ma le cose stanno così. Tanti parlano di programmi futuri, altri parlano di principi, di come riportare la politica su binari di responsabilità e rispetto degli individui. Il politichese non abita qui.

Foto scattata da Luca A. Bocci - Some rights reserved

Alla fine, le chiacchiere lasciano il posto all’evento vero e proprio, la presentazione di “L’ora dei Tea Party”, il meritorio, informato ed interessante libro scritto dall’amico Marco Respinti. Dopo i saluti di Riccardo Maria Cavirani, vice coordinatore nazionale di Tea Party Italia e l’intervento insolitamente contenuto (heh) di Cosimo Zecchi, responsabile organizzativo del movimento, Marco Respinti inizia a parlare di cose che normalmente non si sentono nelle conferenze e negli incontri pubblici, come le radici medievali dell’autogoverno delle colonie britanniche in Nord America, di come la rivoluzione americana sia stata una reazione al “tradimento” di tali principi da parte del governo imperiale di Londra, di come i Padri Fondatori fossero estremamente riluttanti all’idea di rompere il legame con la madrepatria. Le circa cinquanta persone presenti all’interno del “Pick a Flower”, comodamente sedute sui divanetti tutti attorno ai relatori, ascoltano attente, riservando le domande per l’aperitivo finale.

Certo non una conferenza come tutte le altre. Una formula che funziona? Difficile giudicare. Bisognerà riprovare altrove, in un periodo meno infelice, con temperature più ragionevoli e magari lontani dalle feste comandate. Sicuramente bisognerà dedicare più attenzione alla promozione, strutturare meglio il gruppo locale, imitare il percorso scelto dagli amici genovesi o dai perugini, che stanno preparando da tempo i rispettivi eventi. Comunque, non tutto è da buttare. Nonostante il gran freddo, il periodo pre-festivo, non c’erano i soliti attivisti noti e stranoti, non c’erano gli scontenti di questo o quel partito, c’erano giovani, c’erano persone se non del tutto nuove alla politica che se ne erano allontanati da anni. Una grande opportunità ma anche una responsabilità non da poco per il Tea Party italiano. Vietato sbagliare, amici. Il lavoro vero inizia dopo le presentazioni, quando si tratterà di crescere e radicarsi nelle cento e passa province italiane.

Foto scattata da Luca A. Bocci - Some rights reserved

Dopo le classiche chiacchiere post-evento, nuovi scambi di numeri di telefono, nuovi incontri da programmare, l’Apolide dà un’occhiata all’orologio e si accorge di essere in ritardo per il secondo appuntamento della serata, l’incontro organizzato dal gruppo consiliare del PdL di Ponsacco e dal gruppo “Giovani per un Pensiero Forte”. Niente tempo per cenare, tocca inforcare lo scooter, farsi trenta chilometri sulla superstrada con la temperatura già sotto lo zero ed arrivare giusto in tempo per fare due chiacchiere con gli organizzatori. Bellissima sala, tanti posti, promozione ben fatta, con tanto di affissioni murali, un giornale scritto dai ragazzi di “Giovani per un Pensiero Forte” e imbucato nelle case di tutti gli abitanti di Ponsacco pochi giorni prima dell’incontro. L’affluenza? Buona, ma certo non quello che si aspettavano gli organizzatori. Marco, come al solito, fa un ottimo intervento, contribuendo a chiarire le idee su cosa sia questo meraviglioso fenomeno chiamato Tea Party, opera della quale gli saremo sempre grati. Le domande del pubblico ci sono; non sono quelle che si aspetterebbe chi è leggermente più edotto sulla materia, segno che il compito “pedagogico” del Tea Party italiano è ancora lungi da terminare.

Foto scattata da Luca A. Bocci - Some rights reserved

Una bella serata, insomma, che sarebbe normale in un posto qualsiasi ma che, nella addormentata e rossissima provincia pisana è forse straordinaria. Forse c’eravamo abituati troppo bene a forza di girare l’Italia e vedere tanta gente, tanto entusiasmo. Qui la battaglia sarà più dura, ma il guanto di sfida è stato lanciato anche sotto la Torre. Già dalla settimana prossima inizieranno gli incontri regolari, dove si parlerà di organizzazione, struttura, metodo, dove impareremo insieme cosa voglia dire fare un vero Tea Party, una vera unione di cittadini che volontariamente e per fedeltà a certi principi non negoziabili decidono di impiegare parte del loro tempo libero per coinvolgere sempre più amici e concittadini in battaglie per riprendersi il destino nelle proprie mani, per essere di nuovo responsabili del proprio futuro, per combattere chi continua a vedere il popolo sovrano come una marea di bambini idioti. Sarà una grande avventura. Martedì è stato solo l’inizio. Alla fine il cuore e l’entusiasmo dei “partygiani” pisani non è riuscito a sconfiggere il freddo fisico e politico della steppa del Valdarno. Zero ad uno. La partita è solo iniziata; il risultato non è affatto deciso. Gambe in spalla, ragazzi. Vinceremo noi.

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