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Foto trovata su themachoresponse.blogspot.comUltimo sondaggio Rasmussen: la classe politica americana ed il resto del paese hanno idee molto diverse su come risolvere la crisi che rischia di mandare in pezzi la “home of the brave”. Il fatto che qualcosa di molto simile stia succedendo in tutto il pianeta fa riflettere. E sospettare un grosso imbroglio.

In colpevolissimo ritardo dovuto alle due ore perse a litigare con il nuovo televisore (alla fine anche l’Apolide ha stimolato l’economia) maledicendo chi scrive i manuali di elettrodomestici e computers (gente veramente ignobile), ecco il contributo quotidiano alla discussione nell’antro. Visto il clima festivo, ecco un bel post di Mark Tapscott sul suo “Beltway Confidential”, blog-rubrica che tiene sul “Washington Examiner”. Argomento? Il fatto che la classe politica e la società (neanche troppo) civile siano su due rette parallele divergenti. In America lo sono riguardo all’economia, in Europa su quasi tutto quello che meriti di essere trattato dai politici.

Scusa per il post, l’ultimo sondaggio di Rasmussen Reports che fa notare come una netta maggioranza dei cittadini americani pensi che la priorità del governo e del Congresso debba essere necessariamente la riduzione drastica della spesa pubblica. Gli amici oltreoceano dell’area liberal-conservatrice hanno fatto un lavoro encomiabile negli ultimi trent’anni. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: el pueblo non vuole più dazioni e favori, ma tagli alla spesa, fine del mercato del pork e soprattutto smetterla di pagare di tasca propria per i fallimenti degli amici degli amici dei politici. Da noi siamo decisamente indietro, ma qualcosa si sta muovendo. In maniera meno coerente, ragionata e consapevole, ma la rivolta contro i furbetti monta.

Il problema sta nelle forze in campo e nella dilagante ignoranza sui temi economici, monetari e di politica sociale che affligge ancora le popolazioni europee, quella italiana in particolare. I dati di Rasmussen sono rassicuranti per il futuro degli Stati Uniti. Quando il 57 per cento degli elettori probabili, gli unici che contino davvero per Washington, è convinto che sia più importante tagliare la spesa del deficit, vuol dire che ha capito cosa voglia dire un politicante quando promette di pareggiare il deficit. Ovvero sa bene che per rimettere un bilancio in pari si possono seguire due strade: o si tagliano le spese, o si aumentano le entrate. Che, per lo stato, consistono esclusivamente nelle tanto odiate tasse, imposte e balzelli vari.

In America hanno capito che l’unico modo per combattere la crescita inesorabile dell’interventismo statale e la proliferazione della tracotante burocrazia è quello di tagliare selvaggiamente le spese del governo, con relative, bibliche, epurazioni di nullafacenti ammanicati e gne-gne. I sinistri, gli unici che quando vedono un bilancio in rosso pensano automaticamente ad aumentare le tasse sui “ricchi” (sempre che non siano amici), sono in netta minoranza: 34% contro il 57% della gente sensata. Da noi, anche se non esistono sondaggi a riguardo, temo che i numeri sarebbero ben diversi. L’ossessione per l’evasione fiscale è segnale già abbastanza rivelatore. Non che l’assenza di sondaggi significativi mi sorprenda. I sondaggi li commissionano i politici e quindi parlano sempre e solo di cose a loro gradite. Figuriamoci se commissionano un sondaggio che li potrebbe sbugiardare, dimostrando che la gente ne ha piene le tasche della burocrazia, dei piani pubblici fallimentari e delle famigliopoli locali o nazionali.

La questione sarebbe interessante ma l’ora è tarda, la voglia è poca e il solo pensiero dei canali del televisore ancora messi a cavolfiore mi fa andare in escandescenze. Quindi mi limito ad una semplice considerazione: la battaglia vera, quella che potrà cambiare il futuro del paese, è e resta culturale. Per vincere la guerra contro socialisti, statalisti e paternalisti, il fronte liberal-conservatore deve però affrancarsi dalla sudditanza nei confronti dei grandi Soloni, dei maitre-a-penser, della dittatura dell’-ismo. Potrà essere piacevole riunirsi in grandi saloni con buffet, coffee break, tanti bei nomi in cartellone e sentirsi parte di un’avanguardia privilegiata, ammessa a partecipare di conoscenze quasi esoteriche, da destinare ad una elite ristretta ma è un esercizio fondamentalmente sterile. Predicare al coro, come dicono gli inglesi, non ha mai vinto un solo scontro politico.

Ancora una volta l’esempio dei Tea Parties è chiarissimo. Si vince se si riesce a comunicare in maniera semplice, chiara ma fattualmente ineccepibile. Bisogna fare divulgazione seria, non limitarsi a citare i sacri libri di Mises, Hayek, Schumpeter, Einaudi o Ayn Rand dando per scontato che tutti li abbiano letti e capiti fino in fondo. Bisogna smetterla di pensare di dover sempre dimostrare di essere grandi studiosi e di meritare quelle sacre cattedre dalle quali si è stati incomprensibilmente esclusi. Abbiamo capito, siete, siamo tutti bravissimi, intelligentissimi, argutissimi e simpaticissimi. Ora piantiamola di dirci a vicenda quanto siamo acuti e profondi conoscitori della materia e pensiamo a come trasmettere queste conoscenze all’elettore medio. Sì, anche a quell’avido consumatore di reality shows che, tra di noi, siamo soliti prendere in giro mattina e sera. Il nostro target è anche quello, per una semplice ragione, che Mr. B ha capito fin da subito. Senza il suo voto, che vale tanto quanto quello del professorone, non si vince un bel niente.

Sarà un’impresa difficile, forse difficilissima, ma non possiamo evitarla. A meno di non voler continuare a litigare nella micragnosa riserva indiana nella quale ci siamo/ci hanno rinchiuso tanti anni fa, tocca fare questo maestoso sforzo divulgativo. Ricacciando indietro l’orgoglio, rifiutando magari un invito al seminario sulla dialettica gnoseologica del liberalismo ottocentesco e passando qualche serata a meditare su nuovi metodi per comunicare efficacemente come funziona l’economia davvero, come sia non solo possibile ma inevitabile uno stato che torna a fare il suo mestiere, come una società senza welfare, senza garanzie sociali tanto obbligatorie quanto prive di significato sia, al contrario di quanto si possa pensare, non meno equa e caritatevole di quella attuale ma molto più solidale, giusta e responsabile.

Un lavoraccio improbo, sicuramente, ma dobbiamo per forza farlo noi. Chi volete che lo faccia? Tremendino? Equitalia? Il pur commendevole Brunetta? L’ancora più capace Sacconi? Guardiamoci in faccia, signori. Se aspettiamo che siano i socialisti a fare la rivoluzione liberale stiamo freschi. Questa gente, forse la migliore che il centro-destra italiano abbia prodotto negli ultimi lustri, non farà mai un passo per ridurre l’intervento statale. Cercherà di rendere l’apparato statale più efficiente per poter spendere ancora di più ed espandere ancora di più lo stato, nazionalizzando, imbrigliando ancora di più l’economia senza che la dilagante incompetenza dei dipendenti pubblici faccia salire la rabbia popolare oltre i livelli di guardia. Gente come Visco o Padoa-Schioppa sarà ancora più pericolosa, ma non è strutturalmente diversa dai socialisti de noaltri. Statalisti sono e restano. La rivoluzione, quella vera, la dobbiamo fare per forza noi liberali di nome e di fatto. Non si scappa.

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La politica e l’America profonda sempre più lontane sull’economia
Mark Tapscott
Originale (in inglese): The Washington Examiner
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Un nuovo sondaggio di Rasmussen Reports ha rivelato nuove prove di un fossato sempre più ampio tra la classe politica del paese ed il resto della nazione su cosa bisognerebbe fare per affrontare la crisi fiscale del governo federale.

Il sondaggio ha rivelato che “il 57% degli elettori americani probabili pensa che ridurre la spesa del governo federale sia più importante di ridurre il deficit. Il trentaquattro per cento (34%) crede che sia più importante ridurre il deficit prima di tagliare la spesa”.

Ma quando la stessa domanda è stata posta a membri dei due gruppi, i risultati sono stati profondamente diversi:

Secondo Rasmussen, “è importante notare che, mentre il 65% degli elettori mainstream pensa che tagliare la spesa sia più importante, il 72% della Classe Politica pensa che maggiore enfasi andrebbe dedicata alla riduzione del deficit”.

Lo stesso sondaggio ha anche scoperto una netta mancanza di ottimismo tra gli elettori mainstream quando si chiede se nel corso del 2011 il presidente Obama, il Senato democratico e la Camera repubblicana riusciranno a fare progressi significativi [nella soluzione della crisi].

Secondo il sondaggista, “gran parte degli elettori non sono ancora convinti che, nonostante la maggioranza repubblicana alla Camera, il Congresso possa tagliare in maniera sostanziale la spesa pubblica nel prossimo anno. Gli elettori del GOP sono tra i più dubbiosi”.

“Il sessantanove per cento (69%) degli elettori, in effetti, sono pessimisti su quello che il Congresso potrà ottenere quando si tratterà di affrontare il problema della spesa pubblica”.

Per il rapporto completo di Rasmussen, andate qui.

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