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Foto trovata su tressugar.comJonah Goldberg, sulla National Review, fa un parallelo preoccupante tra Obama e Bush. No, non sta copiando Christian Rocca; parla di Bush 41, il padre di Dubya. Il ragionamento fila, non c’è dubbio, ma qualcosa mi dice che le cose stiano molto peggio. Fare la Cassandra così è una gran fregatura.

Una volta tanto non sono d’accordo con Jonah Goldberg, analista politico solitamente molto acuto della National Review ed autore di uno dei libri più importanti degli ultimi anni, quel “Liberal Fascism” che mette in chiaro l’equivoco più macroscopico della storia politica moderna (ovvero il furto della “destra” da parte dei socialisti nazionalisti, da noi detti fascisti). L’evento per voi sarà insignificante, ma, anche dopo una giornata passata a lavorare sul serio (capita anche ai peggiori), è ancora in grado di farmi sollevare lo stanco sopracciglio dalla sorpresa.

Nel post pubblicato sul sito della “National Review”, Goldberg fa un parallelo molto rassicurante per la destra “vera” a stelle e strisce: Obama starebbe ripercorrendo la parabola politica di Bush 41 ed il compromesso sui tagli delle tasse di Dubya avrà lo stesso effetto del famoso flip-flop sull’aumento delle tasse di George Herbert Walker Bush, sfruttato con effetti devastanti da Clinton con la ripetizione ossessiva di quelle sei parole pronunciate con tono solenne durante la convention repubblicana del 1992. Mi permetto di dissentire: Goldberg stavolta ha preso un granchio colossale.

I suoi ragionamenti sono apparentemente sensati: il “tradimento” di Obama ha fatto andare su tutte le furie la sinistra “scema”, quella radicale e rumorosa, ideologica e sempre perdente, incarnata dalle parole al vetriolo dette da Ralph Nader, che ha definito Obama un “truffatore senza ideali“. Altri gruppi radicali stanno facendo fuoco e fiamme, ma temo si tratti di una grande sceneggiata. Cosa me lo fa pensare? Il fatto che Obama ed i suoi non siano semplici sinistri, ma comunisti gramsciani educati alla scuola di Alinsky, gente che in ogni caso guarda sempre lontano ed in termini strategici, continuando in ogni modo a cercare di portare avanti il loro piano.

Strategicamente Obama è in una situazione difficile: con la Camera solidamente in mano al GOP, non può far passare nessuno dei mega-programmi di spesa che servono ai suoi padroni (sindacati e banche) per salvarsi il didietro quando il prossimo scossone finanziario rischierà di travolgere il barcone americano, stracarico di debiti che probabilmente non potrà mai ripagare. L’aumento dei rendimenti sui T-Bonds di questi giorni, causato dalle turbolenze europee, non è che l’ennesimo campanello d’allarme. A questo punto, urge una conversione clintoniana ed una replica del piano d’azione che demolì la “conservative revolution” del 1994. Obama, però, non è Clinton. Non ha un decimo del suo istinto politico o del suo coraggio. Si tratta solo di un oratore a gettone, privo di sostanza e talento, portato alle stelle solo dalla congiura della stampa, che ne ha occultato in ogni modo gli enormi difetti intellettuali e caratteriali.

Obama comunque deve far qualcosa per i suoi padroni, altrimenti lo faranno fuori sul serio ed in maniera molto poco cerimoniosa (il segreto assoluto che copre troppi documenti del passato del personaggio è troppo accurato per non nascondere qualche bomba atomica). Cosa fare? Semplice. Gettare ai repubblicani un bell’osso per fargli far festa mentre, con l’altra mano, si fanno passare norme che i suoi padroni anelano da decenni. Il “compromesso” condannato con tanta virulenza da Obama, in realtà, è un trappolone di quelli veramente malefici. In cambio dell’estensione dei tagli alle tasse (l’osso per il GOP maneggione) i sindacati ottengono una marea di soldi per i sussidi di disoccupazione e quindi evitare il calo di iscritti che farebbe saltare i conti dei fondi pensione (la vera bomba ad orologeria). Il resto della sinistra potrà far festa per il ritorno delle imposte di successione. Alle banche, invece, andranno le commissioni per la movimentazione dell’ulteriore ondata di debito creata dal nulla dalla Fed per finanziare tutta l’operazione.

Inoltre, come fatto notare da più parti, il compromesso contiene una serie infinita di norme oscure, sconosciute a tutti che consentirebbero, ad esempio, a gente come Harry Reid, capogruppo di maggioranza uscente al Senato, di pagare i debiti con i propri finanziatori, nel suo caso l’industria del gioco d’azzardo di Las Vegas. Proprio quando il GOP si è messo d’accordo per una moratoria sugli “earmarks”, gli emendamenti ad personam alla fonte di ogni schifezza fatta sulle rive del Potomac, ecco che rispuntano nascosti nell’ennesimo, monumentale, illeggibile progettone di legge che gli ineffabili democratici hanno sempre pronto nel cassetto. Per non parlare del fatto che, mentre tutti si scannano su questo compromesso, Obama e la Pelosi stanno aggirando il Congresso per far passare il “card check”, ovvero la votazione palese per sindacalizzare ogni azienda. Roba che i sindacati sognano da una vita, visto che riporterebbe di moda le tecniche anni ’40 e ’50: se non voti per la “unionization” ti spezziamo le gambe – good times.

Nessuno nel GOP si è accorto di niente? Come al solito, i più svegli e pugnaci sono i politici adorati dai Tea Partiers, primo tra tutti Jim DeMint, che ha già annunciato che darà battaglia per affossare questo accordo. Altri lo starebbero seguendo, in una strana alleanza tra le “estreme”, ma i giochi sembrano fatti, come dimostra la gran fretta di arrivare al voto. Cosa fanno i Tea Parties? Come al solito, purtroppo, non fanno fronte unito. Se gli amici di Tea Party Patriots sembrano pronti alle barricate, FreedomWorks ha una posizione più “politica”, forse figlia dell’esperienza e sembra pronta ad accettare il patto col diavolo pur di restituire certezze all’economia e finire lo “sciopero dei capitali”. Americans for Prosperity, invece, si concentra su un altro regalo ai sindacati, passato quasi inosservato ed invita all’azione. Chi avrà ragione? Chi torto? Se lo sapessi, avrei un bell’ufficio in K Street e farei fior di quattrini facendo il lobbyista o il consulente politico.

L’unica cosa che so è che ogni debolezza mostrata dal Caro Leader è parte di un trucco, un gioco di mano, l’ennesima sceneggiata fatta per confondere ed indebolire il fronte dell’opposizione. Dispiace dirlo, ma tale manovra sta riuscendo in pieno. Se tutto andrà come si prevede, giusto sul filo di lana, alla faccia della “lame duck session”, che dovrebbe occuparsi solo della ordinaria amministrazione, sarà passato un enorme pacchetto di stimolo all’economia (dei soliti amici) mascherato da compromesso sulle tasse. Qualcuno griderà vittoria, altri faranno finta di dispiacersi, gli idealisti di entrambi gli schieramenti grideranno al tradimento. I padroni di The One, invece, brinderanno all’anno nuovo carichi di altri soldi estorti con l’inganno. Altro che Bush 41, Mister Goldberg! Questa è gente seria e molto pericolosa. Sottovalutarla sarebbe un errore fatale che non possiamo permetterci.

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Obama come Bush 41
Jonah Goldberg
Originale (in inglese): National Review
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

A forza di perdere tempo a paragonare Obama a Carter, forse ci siamo dimenticati dell’altro presidente da un solo mandato degli ultimi anni: George H. W. Bush. Ricordiamoci che Bush, aveva tassi di popolarità altissimi, per poi precipitare nei sondaggi a causa di una recessione che era tecnicamente finita molto prima della sua rielezione. Uno dei suoi problemi più gravi era il fatto di essere percepito come troppo “passivo” politicamente, incapace di combattere per i suoi principi fondamentali, sempre che ne avesse. Quando provò la carta del populismo, sembrava falso e studiato. A condannarlo alla sconfitta fu in gran parte il suo “flip-flop” sulle tasse (Bush 41, in campagna elettorale aveva detto chiaramente “niente nuove tasse”. Quando le aumentò per fronteggiare la recessione, Clinton non dovette far altro che usare la sua famosa frase “Read my lips: no – new – taxes” in ogni suo spot per vincere ndApo) e dall’essere stato sfidato alle primarie da un candidato più a destra di lui (il fatto che, nonostante 12 anni alla Casa Bianca, Bush 41 non fosse riuscito a distruggere il coreografico ma deboluccio Pat Buchanan incoraggiò Ross Perot a scendere in campo, regalando la presidenza a Clinton ndApo).

Vi sembra familiare?

In effetti uno dei punti chiave addotti dai sinistri che prendono in giro la stessa idea che Obama possa perdere nel 2012 è il fatto che non avrà uno sfidante nelle primarie. Ma ora che la sinistra scema (leggete l’ultimo paragrafo, vi troverete quello che un lettore paragona ad un furgone del circo dal quale continuano ad uscire pagliacci) (come più o meno ogni partito italiano degli ultimi vent’anni – siamo troppo avanti ndApo) inizia a parlarne sul serio e non potrebbe volerci molto prima che personaggi più seri ed autorevoli inizino ad unirsi al coro.

Obama ha tradito un principio ed una promessa fatta in campagna elettorale altrettanto profondamente di Bush 41 quando ha acconsentito ad estendere i tagli delle tasse approvati da Bush 43. Sfortunatamente per l’RNC, non c’è un video tanto potente come l’impegno preso durante la convention repubblicana da Bush 41, quello del “read my lips”, ma sono sicuro che riusciranno a trovare una montagna di spezzoni che più o meno avranno lo stesso devastante risultato.

Dovrei anche aggiungere che penso abbia fatto la cosa giusta. Ma il suo annuncio di ieri sera, risentito, amaro, sulla difensiva, l’ha fatto sembrare debole. A dire il vero anche questo fu uno dei problemi più gravi di Bush, dopo che ebbe firmato l’accordo sul budget (con le nuove tasse proposte dalla maggioranza democratica al Congresso ndApo). La sua amministrazione non riuscì a fare altro che difendersi dalle critiche che gli arrivavano dalla propria parte fino alla fine del mandato.

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