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Immagine trovata su blog.searchenginewatch.comAlla fine il molto sinistro Washington Post si decide e rompe il muro delle menzogne. Il Tea Party? Non solo brutti, sporchi, cattivi e taccagni. Sotto il movimento c’è una serie di valori e principi. Beh, come si dice, meglio tardi che mai. Speriamo che non sia solo l’ennesimo trucco…

Oh, gioia! Oh, letizia! Suonate le campane, fratelli, le campane! La notizia è di quelle veramente epocali, credetemi. Sul sito del “Washington Post”, quotidiano moderatamente gne-gne che sta cercando di non finire nell’abisso di faziosità e partigianeria pavloviana che ormai ha inghiottito quello che una volta era il “paper of record” della stampa USA, il quasi patetico “New York Times”, si è parlato di Tea Party senza un grammo di sarcasmo, nessun attacco ad personam e perfino nessun doppio senso a sfondo omosessuale!

Il fatto che sia così contento di questo evento che un tempo sarebbe stato del tutto trascurabile dovrebbe darvi un’idea dello stato particolarmente pietoso nel quale versa la un tempo nobile professione giornalistica. Prima di iniziare questo commento, mi sono auto-imposto di non trasformarlo nell’ennesima critica del sistema dell’informazione moderna, anche perché ho la sensazione che i frequentatori dell’antro ne abbiano abbastanza dei soliti, stanchi battibecchi di bottega diretti solo ai “colleghi più fortunati”. Quindi parlerò di qualcosa che interessa la questione solo in parte, che capirete subito appena vi rivelerò il nome della giornalista autrice del post che trovate qui sotto. Trattasi infatti di Jennifer Rubin, nome che dovreste conoscere, visto che qualche tempo fa ho tradotto e commentato qualche suo post pubblicato su Commentary, la rivista un tempo leader del movimento neo-con.

Ebbene sì, cari i miei gentili ospiti, Jennifer Rubin è di destra. Mi fermo un attimo per farvi riprendere dallo shock. Lo so, non è facile immaginare che una non radical chic, non dedita all’adorazione perpetua del Caro Leader Abbronzato sia stata assunta da quello che potrebbe essere (mutatis mutandis) l’equivalente a stelle e strisce di “Repubblica”. Visto che il clima natalizio mi rende sottilmente perfido, ecco la seconda botta: sul “Washington Post” cura una rubrica dove (doppio orrore) si parla di cose “di destra” DA DESTRA! Allucinante, signora contessa, ma dove andremo a finire di questo passo. Una signora che addirittura osa definirsi “conservatrice” che entra nelle sacre sale del potere mediatico sinistro? Inaudito!

Ecco, proprio il fatto che una cosa del genere sia inaudita e quasi impensabile non solo alle nostre latitudini (il fatto che il suo passaggio al WaPo abbia meritato articoli e copertura ben più ampia di quanto meritasse dovrebbe essere significativo) è un segnale di come il nostro mestiere sia ormai irriconoscibile, tanto da procurarci fior di scappellotti dai maestri del passato se mai ci dovessero avere a tiro. Non che Barzini o Montanelli non fossero “opinionated”, come si dice in inglese. Avevano le proprie idee e le esprimevano spesso e volentieri. Quando volevano esprimerle. Quando si trattava di informare i lettori sapevano ancora come trattare un argomento in maniera se non imparziale almeno parzialmente obiettiva. Ditemi quando è stata l’ultima volta che avete letto un articolo italiano senza sapere dopo cinque righe da che parte della barricata sta il giornalista.

Cosa ha convinto il “Washington Post”? Un improvviso attacco di decenza? Un’imboscata della tanto vituperata deontologia che ha scelto di vendicarsi in questa maniera atroce? Niente di così nobile. Il “Washington Post”, come tantissime altre testate, non naviga in buone acque: le vendite sono crollate, la pubblicità pure ed i miracoli promessi dalle nuove piattaforme tavolettose sono ancora lungi da venire. Cosa si fa in tempo di crisi? Si cerca di aumentare i lettori. Come si fa ad aumentare in fretta i lettori? Si cerca di prenderne in strati demografici dove siamo poco presenti. E quale strato demografico-sociale è più alieno al “Washington Post” che quello dei conservatori?

Tutto bene, allora? Può gente come il vostro umile padrone di casa tornare a sognare di lavorare al “CBS Evening News”, come quando aveva quindici anni? Temo proprio di no. Dubito fortemente che altri avranno il coraggio di seguire il WaPo sulla strada dell’apertura mentale ed intellettuale. I giornali, come le televisioni e sempre di più i new media, sono visti ormai come pedine di un gioco alla Goebbels, tutto volto ad orientare l’opinione pubblica verso questo o quel potentato industrial-economico-politico. Visto che gli editori puri non ci sono più (sempre che siano mai esistiti davvero), difficilmente si andrà oltre alle mosse di facciata. D’altro canto, anche il NYT ha uno o due editorialisti di destra. Questo non lo rende meno squallidamente fazioso. Non so a voi, ma l’idea che le cose altrove vadano altrettanto male che in Italia non mi consola manco per niente. Anzi, mi fa venire una gran tristezza. Sarà il periodo, sarà la fine dell’anno. Ma sì, spieghiamola così che è meglio.

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La risposta alla domanda di venerdì
Jennifer Rubin
Originale (in inglese): The Washington Post
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Lo scorso venerdì vi ho chiesto: cosa hanno imparato i due partiti dalle elezioni di medio termine del 2010 e quali conclusioni sbagliate sarà più probabile che ne traggano?

Sono stata lietissima di notare il gran numero di risposte, come la loro serietà e profondità intellettuale. (E poi adoro le canzoni!) Potrei averne selezionate qualsiasi numero e sarebbero andate tutte bene.

Voglio però dare una menzione speciale ad EricR1, che ha anche scritto, “i repubblicani dovrebbero imparare che il messaggero è altrettanto importante del messaggio. Il messaggio del Tea Party ha rinvigorito il GOP ma i suoi messaggeri sono spesso troppo pieni di difetti per essere in grado di vincere le elezioni vere e proprie. … I democratici invece dovrebbero imparare che il messaggio è altrettanto importante del messaggero. Obama è ancora un forte messaggero, tuttora il politico più popolare nel paese. Ma il suo messaggio è così ristretto, partigiano e privo di qualsiasi attrattiva per i centristi da far sì che lui stesso sia il suo nemico peggiore”.

Ma, visto che sono d’accordo con praticamente tutto quello che ha scritto EricR1 e molti altri lettori (non è che le viene qualche dubbio, signorina Rubin? Possibile che la pensiate tutti sempre alla stessa maniera? A me farebbe sorgere più di un sospetto… ndApo), tanto per rendere le cose più interessanti, sceglierò il post da JMPickett, che ha fatto diverse osservazioni interessanti, alcune delle quali mi trovano d’accordo, mentre altre mi vedono su posizioni diverse:

I democratici dovrebbero imparare che i loro leaders sono molto più a sinistra del pubblico americano. Quello che sembrano aver “imparato” è che, semplicemente, non hanno comunicato la loro agenda di sinistra in maniera giusta.

Il GOP dovrebbe imparare che concentrarsi totalmente sulla crescita economica, la disciplina fiscale ed il governo minimo è una carta politicamente vincente, in grado di raccogliere attorno ad essa una grande coalizione di elettori – sia democratici, che repubblicani, che indipendenti.

Quello che il GOP invece imparerà è che cercheranno di spendere leggermente meno dei democratici, solo sui temi che gli stanno più a cuore e sul ‘pork’. Inoltre, cercheranno di discutere di cose che offenderanno i gay e le persone a favore della scelta (io li continuo a chiamare infanticidi, ma questa è tutta un’altra storia ndApo). Generalmente mi ritengo conservatore ma penso davvero che, visto il momento, dobbiamo rimanere concentrati sull’economia.

Mi occuperò prima dei democratici (ti pareva ndApo). Sono d’accordo sul rumoroso gruppo di democratici alla Camera che rimarranno anche a partire da gennaio, visto che sono in gran parte molto a sinistra. Le ultime uscite dello Speaker della Camera uscente Nancy Pelosi, il voto per la parziale estensione dei tagli alle tasse dell’era Bush e lo shock e l’orrore con il quale sinistri come il deputato Jan Schawosky (Dem. – Illinois) ha accolto il rapporto della commissione sul debito suggeriscono che non hanno capito il messaggio che gli elettori stavano cercando di trasmettergli. Le elezioni del mese scorso sono la cosa più vicina ad un referendum nazionale che si possa avere e gli elettori hanno votato per un quanto mai sonante rifiuto per l’agenda proposta dal presidente.

La giuria, comunque, non si è ancora pronunciata su come la Casa Bianca reagirà a questo messaggio. Abbiamo visto qualche mossa verso il centro — la disponibilità ad estendere i tagli delle tasse di Bush, il congelamento delle paghe per i dipendenti del governo federale (puh-leaze! Non quella buffonata atroce! ndApo) ed il ritiro della data per il ritiro dall’Afghanistan. Queste potrebbero essere benissimo mosse dettate dall’opportunità del momento, riflessioni della paura di non essere rieletto. Potrebbero anche non essere seguite da misure più significative. Ma sembra che almeno ci si sia resi conto che il presidente non può continuare a comportarsi senza tenere in alcuna considerazione i desideri degli elettori e sperare di rimanere alla Casa Bianca per altri quattro anni.

In quanto ai repubblicani vedo, almeno per il momento, moltissima umiltà e la determinazione a non sbagliare di nuovo, come fecero dopo le elezioni di medio termine del 1994. I repubblicani alla Camera in posizioni chiave, specialmente il presidente della commissione sul bilancio, sono determinati a far approvare tagli reali e profondi alla spesa pubblica, oltre a proporre la loro versione della riforma dei diritti acquisiti in campo sociale. Il GOP non controlla il Senato o la Casa Bianca, ma non vedo alcuna tolleranza, almeno per ora, verso chi vorrebbe tornare al trogolo della spesa pubblica.

Le questioni sociali sono decisamente più complicate. I conservatori sociali, naturalmente, non pensano che le loro posizioni sull’aborto o sui diritti degli omosessuali siano necessariamente “offensive” per chi non è d’accordo con loro. Come i sinistri, adottano queste posizioni basandosi su una varietà di ragionamenti morali, legali e di politica pubblica. E, che voi siate d’accordo o no con loro, il movimento social-conservatore moderno è nato come una reazione contro quello che molti videro come un affronto ed un attacco diretto contro i valori tradizionali della famiglia. Possiamo lasciare i dettagli di questo dibattito ad una prossima domanda del venerdì. Per ora non vedo molto, se non nessun entusiasmo per portare queste tematiche, come altri temi scottanti come l’immigrazione, al centro del dibattito pubblico. In campagna elettorale, sia nel mio distretto, l’11° della Virginia, che in altri, i candidati democratici hanno sollevato i temi sociali cercando apparentemente di spaventare gli elettori moderati suburbani e convincerli a non votare per i repubblicani. Nella misura in cui questi temi non siano già stati monopolizzati dai tribunali (cosa che mi fa rattristare, visto che sono conservatrice dal punto di vista legale e credo che le materie di politica pubblica non esplicitamente citate dalla Costituzione dovrebbero essere lasciate nelle mani dei rami elettivi del governo), i leader della Camera e del Senato non sembrano molto interessati ad affrontarli. Volta dopo volta, continuano a citare il mantra del momento: i nostri temi principali saranno la disoccupazione, la ripresa economica e la spesa pubblica. Penso che stavolta stiano facendo sul serio.

Chiuderò con qualche osservazione sul Tea Party. Alcuni di quei repubblicani che si dicono molto sofisticati e non vedevano l’ora di cacciare i social-conservatori dalla coalizione del GOP, sono rimasti schifati dai Tea Partiers. Hanno provato a fregare nuovi arrivati Marco Rubio, cercando di non farli partecipare alle primarie. Ma il Tea Party ha chiamato a raccolta gli elettori repubblicani ed indipendenti attorno ad un’agenda basata sulla riduzione dell’influenza dello stato. Queste sono le fondamenta più ampie sulle quali i repubblicani potranno ricostruire le maggioranze che hanno portato alla Casa Bianca Ronald Reagan, George H.W. Bush e George W. Bush.

Comunque abbiamo fatto un errore quando abbiamo etichettato questa agenda come “puramente economica”. Cos’ha dato il via al Tea Party? UN conduttore della CNBC che se la prendeva per il fatto che un proprietario di case responsabile dovesse pagare il mutuo del suo vicino irresponsabile. In altre parole, alla base del movimento del Tea Party ci sono una serie di valori — la parsimonia, il rimandare le gratificazioni personali, la responsabilità eccetera. Questi non sono quelli che abbiamo nel tempo identificato come temi “sociali”, ma non sono nemmeno cose di dollari e centesimi.

Ancora una volta, molte grazie per le risposte. Lo rifaremo venerdì. Se avete idee per le prossime domande, mandatemi pure una e-mail al mio indirizzo rubinj@washpost.com.

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