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Foto trovata su sodahead.comAncora una volta The One si conferma essere il solito politicante di sempre. Sfruttando la crisi WikiLeaks, sembrerebbe pronto a cogliere l’occasione di levarsi dalle scatole Hillary, che sta già meditando di fargli le scarpe tra poco più di un anno. Aprés moi, le dèluge. Niente di più scontato. Yawn.

Come si usa dire oltreoceano, “the plot thickens” sulla faccenda WikiLeaks. La matassa, invece di sbrogliarsi, s’ingarbuglia sempre di più, lasciando più di un’osservatore abbastanza basito. Lo scrivente ha passato le ultime ore a provare a tracciare diagrammi mentali, esaminare la complicata struttura di potere americana per disegnare scenari quantomeno plausibili ma il compito eccede le sue capacità analitiche, vista la oggettiva scarsità di dati concreti disponibili a chi è sprovvisto di accessi a canali informativi privilegiati. Dubito che anche chi ha a disposizione dati riservati abbia capito granché di questo maledetto pasticcio, che sembra sempre di più un misto tra una manovra diversiva ed un regolamento di conti mascherato.

La puzza di bruciato non solo è chiaramente distinguibile, ma rischia di travolgere l’olfatto degli scova-balle professionisti interessati a risolverla, pattuglia peraltro sempre più striminzita. Ci sono troppi elementi fuori posto, troppe cose che non tornano, che sfidano qualsiasi logica o calcolo politico, economico o geo-strategico. Anche il rasoio di Occam sembra incapace di fornire spiegazioni ragionevoli. Niente e nessuno, per ora, sembra in grado di diradare questo mefitico nebbione fumogeno e capire dove vogliano andare a parare i responsabili di un tale, sproporzionato, putiferio. Una situazione del genere sembra una muleta sventolata davanti al toro del Quinto Potere, ma sembrano pochi i colleghi interessati a studiare questo scenario, impegnati come sono a cercare puttanate scandalistiche con le quali riempire le pagine interne dei giornali italioti (la prima, ormai, è tutta per le convulsioni della sempre più scalcinata XVI legislatura).

Per essere del tutto sinceri, il vostro Apolide non sa bene che pesci prendere e la cosa lo tiene sveglio la notte a giocare mentalmente scenari sempre più cervellotici. L’intera faccenda è talmente insensata da sfidare la logica ma da qualche parte deve esistere una traccia che riesca a guidare verso la soluzione. Nessuno è perfetto, il bandolo della matassa più complicata è sempre disponibile a chi abbia tempo, pazienza e voglia di trovarlo. Parlando della faccenda con alcuni “colleghi fortunati”, le ipotesi si sprecano: se l’amico Orlando Sacchelli punta decisamente su una manovra di un qualche gruppo di speculatori decisi a chiudere l’anno in bellezza, altri sono più orientati verso una boutade pubblicitaria mal gestita o una qualche manovra volta a screditare ed indebolire il già traballante Obama. Il primo istinto del sottoscritto puntava ad una vendetta obamiana contro i governi meno in linea con gli interessi della cricca di potere che ne muove i fili, intuizione poi rivelatasi molto poco convincente. Ma forse non ero andato troppo lontano dalla verità. Obama c’entra, ma il bersaglio era un altro: il nemico di sempre, quella Clinton Machine che lo ossessiona quasi quanto la Fox News.

Al momento nessun’altra spiegazione sembra convincente. La macchinazione economica sembra dannatamente complicata e poco intelligente: le borse oggi si sono mosse ma non con swing così bruschi da giustificare un bailamme planetario del genere. Per non parlare del fatto che una manovra concertata, come quella messa in piedi da Soros ed amichetti vari nel 1992, non può che lasciare tracce ben precise, a maggior ragione in un periodo di volumi certo non eccezionali come l’attuale. Anche un tentativo, per quanto assurdo, di sabotare le aste del debito pubblico in corso, sembra improbabile: la scelta non sarebbe certo caduta su una montagna di documenti poco rilevanti, ma su singoli leak molto più imbarazzanti. La reazione dei leader mondiali, anche se non plateale come quella di Mister B, fa sospettare che avessero ben più di una ragione per temere la pubblicazione dei documenti, cosa che non può far stare affatto tranquilli.

Ogni scenario internazionale è quantomeno risibile: l’imbarazzo della vicenda renderà meno efficace la già quasi simbolica diplomazia americana ma non potrà incidere sulle questioni importanti. Nei terreni di scontro principali, che avevo elencato ieri, gli Stati Uniti non giocano certo un ruolo dominante; un loro indebolimento, quindi, non può che portare allo stallo o alla relativa diminuzione di una capacità negoziale già molto inferiore al passato. Una mossa di Israele per “convincere” Obama a darsi una mossa sull’Iran, condita da segnali minatori contro le sommamente inutili Nazioni Unite? Molto, molto improbabile: Israele ha ben altre gatte da pelare. Gli altri scenari (avvertimento cinese sulla Corea del Nord, attacco dei russi per allentare la pressione sull’Iran eccetera) sono ancora più ridicoli ed a malapena stanno in piedi. A questo punto l’unica spiegazione possibile è quella di politica interna, unica cosa che sembra interessare Obama ed i suoi controllori.

Ad un esame approfondito della pista interna dedicherò un prossimo post; per ora vi basti qualche considerazione sparsa.

  1. Obama è ormai noto per la disinvoltura con la quale getta via collaboratori ed alleati quando non gli sono più utili.
  2. La Casa Bianca di Obama è sempre in modalità elettorale e sembra interessata solo a come viene percepito The One. Sempre.
  3. Tutti sanno che lo scontro tra Obama e Hillary sulla politica estera è stato stravinto da Obambi: la Clinton è poco più di un portavoce, senza grande credibilità personale.
  4. I Clinton hanno un’ottima memoria e sono dannatamente vendicativi. Nelle settimane scorse le piccole scortesie tattiche si erano moltiplicate, fino alla “opportuna” visita in Asia di Hillary a cavallo delle mid-term, che ha lasciato Obama da solo davanti al plotone d’esecuzione dei media.
  5. Anche Obama ha il suo bel caratterino. Teme i Clinton più della peste e sogna il modo di farli fuori una volta per tutte, Chicago style.
  6. Il coinvolgimento di testate giornalistiche di strettissima osservanza obamiota è quantomeno sospetto. Visto che ormai lo scopo del “New York Times” sembra quello di provare a spegnere i focolai di dissenso causati dalle politiche di The One, non si capisce perché non abbiano fatto avere i documenti concessi in esclusiva al Dipartimento di Stato. Uno sgarbo del genere non può che essere volontario e protetto da qualcuno con le spalle grosse.
  7. Il modo migliore di minare un’organizzazione verticistica è quello di ridicolizzare la vetta della piramide, diffondendo il dissenso tra i livelli più bassi e spingendo i membri più traballanti alla fuga.
  8. A Washington la macchina politica sta già girando al massimo e gli intrighi si moltiplicano. Una distrazione in questo momento potrebbe avere conseguenze importanti in futuro. Un bel diversivo, magari, ridurrebbe il pericolo di avere membri particolarmente ostici del GOP a capo di commissioni importanti.
  9. Le voci di imminenti porcate democratiche durante la sessione dell’anatra zoppa circolano con sempre maggiore insistenza. Tra il clima natalizio ed uno stillicidio coordinato di scandali e scandaletti che riempiono giornali e schermi televisivi, una replica dell’estate dei 2009 e della straordinaria mobilitazione dei Tea Parties farebbe molti meno danni del previsto.
  10. Mettere i Clinton sulla difensiva proprio mentre stanno facendo di tutto per rimettere in piedi la loro macchina da guerra, che ha perso più di un pezzo negli anni, potrebbe far guadagnare tempo prezioso alla triade del Male (Pelosi-Reid-Obama) per consolidare le posizioni e, magari, far fuori qualche capataz locale clintoniano.

Il pezzo apparso ieri sul sito di “Slate” sembra indicativo: qualcuno ha già deciso che sarà Hillary a pagare per tutti ed uscire dal 2201 della C Street nel peggiore dei modi possibili, umiliata e ridicolizzata da una stampa che risponderà come suo solito agli ordini dei burattinai obamioti. Quello di Jeff Shafer non è che il colpo d’apertura: se non ho preso un abbaglio clamoroso, molti altri seguiranno il suo esempio, chiedendo sempre più forte le dimissioni o il licenziamento della Clinton. Tutto pur di mantenere intatta la preziosa immagine di The One. Quando poi a finire sotto il proverbiale bus è un pericoloso avversario ancora meglio. Ultimo consiglio agli obamioti: siate sicuri di schiacciarla bene. Se si dovesse rialzare, sarà guerra aperta e, come si dice nella Beltway, “you don’t want to fight the Clintons”.

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WikiLeaks, Hillary Clinton e la pistola fumante
Jeff Shafer
Originale (in inglese): Slate
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Un diplomatico degli Stati Uniti deve avere pazienza, compostezza e tatto. Deve anche essere sensibile alle differenze culturali, un buon osservatore e saper parlare benissimo diverse lingue. Quando chiamato, deve usare le sue capacità negoziando con stati stranieri nell’interesse nazionali. E, come ci rivela l’ultima mandata di documenti rilasciata da WikiLeaks, se lavora per il Segretario di Stato Hillary Clinton, deve anche essere pronto a spiare i suoi colleghi diplomatici, americani o stranieri.

Per rendere giustizia alla Clinton, non è certo il primo segretario di stato ad ordinare a membri del corpo diplomatico statunitense di spiare altri diplomatici. Secondo i cablogrammi appena rilasciati al pubblico, anche Condoleeza Rice aveva dato istruzioni ai diplomatici del Dipartimento di Stato perché raccogliessero questo tipo di dati e non sarei affatto sorpreso se altri precedenti segretari di stato avessero incoraggiato, se non direttamente ordinato, i propri diplomatici a spingere la normale raccolta di informazioni fino allo spionaggio vero e proprio.

Quello che rende le investigazioni della Clinton uniche è la scia di prove che i documenti prodotti dal suo ordine “spiamo-gli-altri-diplomatici-con-i-nostri-diplomatici hanno lasciato, una scia che sta venendo spiattellata in tutto il mondo sulla Rete e stampata dai quotidiani più prestigiosi. Non importa quanto la Clinton si affanni a dire che queste rivelazioni sono “un attacco all’America e alla comunità internazionale”, come ha fatto ieri; ormai lei non è più la soluzione, ma il problema. Non sarà mai più capace di negoziare efficacemente con diplomatici che si rifiutano di perdonare la sua esuberanza; gli stessi diplomatici stranieri che la perdonassero, continuerebbero a considerarla un simbolo della presunzione degli Stati Uniti. La diplomazia si basa in gran parte sulle percezioni pubbliche e l’unico modo di permettere alle altre nazioni di salvare la faccia quando negoziano con gli USA sarà di fargli avere lo scalpo della Clinton.

Quanto sono imbarazzanti i documenti di WikiLeaks? Un cablogramma segreto dell’Aprile 2009 rilasciato dall’ufficio della Clinton istruiva i dipendenti del Dipartimento di Stato a raccogliere i “dati biometrici”, ovvero “impronte digitali, foto dei volti, tracce di DNA e scansioni retinali” dei leader africani. Un altro cablogramma ordinava ai diplomatici americani in ogni angolo del pianeta, incluse le Nazioni Unite, di ottenere passwords, chiavi crittografiche personali, numeri di carte di credito, numeri dei conti dei programmi per i frequent flyer e ogni altro genere di dati relativi ai singoli diplomatici. Per usare le parole del quotidiano britannico “Guardian“, questi cablogrammi “dimostrano come gli Stati Uniti usino le proprie ambasciate come parte di una rete di spionaggio globale” (infatti John Le Carré, prima di entrare nei servizi segreti, faceva il carpentiere, vero? Puh-leaze! ndApo).

Inoltre il dipartimento di stato della Clinton ha specificamente preso di mira dipendenti delle Nazioni Unite e diplomatici ivi assegnati. Tra i responsabili spiati, il Segretario-Generale Ban Ki-moon ed i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Cina, Russia, Francia e Regno Unito), come specificato da questo cablogramma segreto del luglio 2009. Il Dipartimento di Stato ha inoltre cercato di ottenere dati biometrici di diplomatici nord-coreani, rappresentanti permanenti al Consiglio di Sicurezza, “dipendenti chiave delle Nazioni Unite” ed altri diplomatici presenti al Palazzo di Vetro.

Naturalmente i diplomatici americani hanno sempre raccolto informazioni, non importa dove fossero stati assegnati. E, come riporta oggi il “New York Times”, è una pratica comune degli Stati Uniti quella di introdurre all’estero ufficiali dell’intelligence con la copertura diplomatica di un incarico affidato dal Dipartimento di Stato. Ma quando un diplomatico (o un ufficiale in incognito dei servizi segreti) viene beccato in quella che la nazione ospite considera un’azione di spionaggio, le conseguenze sono sempre state l’espulsione o, come avvenuto qualche settimana fa in Norvegia, una domanda ufficiale di chiarimenti all’ambasciatore sullo “spionaggio”.

Come ricordato dal “Times” e da altri giornali, i trattati internazionali rendono le Nazioni Unite un territorio off-limits per le spie – o almeno dovrebberlo rendere libero dalle spie (ma quando mai! Mai sentito parlare di Guerra Fredda? Puh-leaze 2! ndApo). Secondo il “Times“, “nelle settimane precedenti l’invasione dell’Iraq del 2003, come rivelato l’anno successivo da un ufficiale inglese, gli Stati Uniti ed il Regno Unito sorvegliarono le conversazioni del Segretario-Generale Kofi Annan (Oil for Food anyone? ndApo). Anne Applebaum scrive su “Slate” oggi che nessuno può dirsi sinceramente orripilato all’idea che gli Stati Uniti conducano dello spionaggio alle Nazioni Unite. D’altra parte, nessuno nella comunità diplomatica è sorpreso. Questo non vuol dire che non cercheranno di cogliere l’occasione al volo e chiedere qualcosa in cambio, tanto per umiliare i potenti ed orgogliosi Stati Uniti.

Non c’è scampo: i nuovi documenti di WikiLeaks lasceranno comunque la pistola fumante nelle mani di Hillary Clinton. Il giorno delle dimissioni potrà arrivare la prossima settimana o il prossimo mese, ma, prima o poi, l’indebolita ed umiliata segretaria di stato dovrà pagare per tutti.

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