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Immagine trovata su thevailspot.blogspot.comNella immensa rete dei Tea Parties si trovano sempre persone con idee brillanti. Matt Kibbe, presidente di FreedomWorks, ha avuto un’idea geniale. Boicottare le grandi corporations che finanziano Obama ed i democratici. Altro che compromessi, questa gente non scherza neanche un poco.

Una delle critiche che spesso vengono sollevate nei confronti dei Tea Parties è il fatto di essere poco incisivi e di non saper scegliere bene le proprie battaglie. I sostenitori dell’approccio dirigistico sostengono infatti che, senza una struttura ed un vertice di quadri esperti, gli sforzi del movimento, lasciati alla volubilità degli attivisti, rischiano di disperdersi in mille rivoli. Un gruppo dirigente esperto, secondo loro, è l’unico modo per massimizzare i risultati dell’azione politica. Gli attivisti farebbero meglio, quindi, a smetterla di pensare e tornare ad obbedire agli ordini di chi la sa più lunga di loro.

A parte l’evidente ipocrisia di questo ragionamento, non si può fare a meno di ammettere che un movimento popolare che si affidi completamente alle scelte di una miriade di centri di potere rischia di essere meno efficace nel combattere le singole battaglie. Non avere inoltre un centro unico che diriga l’azione dei gruppi locali toglie praticamente dal tavolo la possibilità di scendere a compromessi, siglare accordi dietro le quinte, orchestrare campagne d’immagine concertate, partecipare alla spartizione del potere. Insomma, il 90% di quella che in Italia e altrove viene considerata l’arte della politica politicante, le stesse pratiche che hanno allontanato gli elettori da prendere parte attiva nel processo democratico.

La discussione potrebbe essere lunga ed interessante, sia da un punto di vista teorico che pratico, ed il sottoscritto, visto che si è sempre occupato di questioni legate all’organizzazione di gruppi di lavoro economici, politici o del terzo settore, sarebbe anche ansioso di iniziarla. Purtroppo penso che questo non sia né il momento né il luogo giusto, visto che l’articolo del “Daily Caller” che trovate qui sotto offra spunti forse ancora più cruciali per il successo della nuova, grande rivoluzione liberal-conservatrice.

Matt Kibbe di FreedomWorks e Tom Borelli del National Center for Public Policy Research hanno recentemente annunciato che lanceranno un’iniziativa comune per sensibilizzare le migliaia di Tea Parties e di altri gruppi grassroots conservatori verso un ristretto numero di campagne di boicottaggio di grandi corporations note per essere in prima linea nel finanziamento dei democratici e nella promozione delle costosissime ed impopolari riforme obamiane. Visto che né Kibbe né Borelli hanno a propria disposizione milioni di attivisti pronti ad eseguire i loro ordini sul territorio, si comportano come si usa fare all’interno della rete del Tea Party: propongono la loro iniziativa all’attenzione di ogni singolo attivista. Tutto qui. Nessun ordine, nessuna direttiva centrale, solo una proposta.

L’iniziativa mi sembra quantomai azzeccata, visto che va a colpire il ganglio vitale della macchina da guerra democratica, il legame tra la casta politica e quelle grandi aziende sempre pronte a fornire finanziamenti o “paracadute dorati” a chi le aiuti a saccheggiare le sempre piene casse dello stato. Dal punto di vista strategico e politico, ben poche altre mosse potrebbero essere così intelligenti come quella proposta da Kibbe e Borelli.

Nei conflitti asimmetrici, l’iniziativa deve essere sempre dalla parte dell’insurgent il quale, non potendo accettare uno scontro in campo aperto, sceglie di prendere di mira i cosiddetti “punti di frizione” nelle giunture dell’apparato bellico del nemico. Il Tea Party non può battere l’alleanza politica-economica degli obamioti in uno scontro frontale, la battaglia durerebbe meno di quella di Culloden ed avrebbe lo stesso risultato. Concentrando il fuoco dei tirailleurs (Minutemen, se preferite) sui punti deboli della catena logistica, le truppe di prima linea non potranno che essere indebolite, rendendo possibile una vittoria sul campo.

Uscendo rapidamente dalla metafora militar-strategica, l’iniziativa di FreedomWorks e dell’NCPPR sarebbe un eccellente modo per mantenere vivo il fuoco della ribellione, oltre a fornire magari qualche vittoria, utilissima per spezzare i lunghi mesi di preparazione che ci separano dal prossimo autunno, quando la campagna per le primarie presidenziali inizierà sul serio. Un movimento tradizionale riunirebbe il gruppo di dirigenza, discuterebbe la questione ed uscirebbe con una risposta positiva o negativa. Il Tea Party non può funzionare in questo modo. Kibbe e Borelli hanno lanciato il sasso nello stagno: se l’iniziativa raccoglierà il consenso di un certo numero di gruppi locali, il tam tam interno al movimento farà il resto e, una volta identificati i primi bersagli, il boicottaggio partirà sul serio.

Se, invece, i gruppi locali riterranno più importante continuare a lavorare verso il takeover del GOP, cercando di radicarsi sempre di più sul territorio per influenzare in maniera ancora più pesante la prossima tornata elettorale, la validissima operazione sarà o un fallimento o molto meno efficace di quanto ci si potesse aspettare. Se questo sia un limite o un punto di forza del Tea Party lo lascio alla vostra riflessione.

Prima di congedarmi, però, mi permetto di ricordarvi un ultimo dettaglio. Procedere in questo modo sarà sì più farragginoso e complicato del metodo tradizionale, ma, una volta convinti, gli attivisti saranno motivati al 100%, riuscendo a fare cose che tutti ritenevano impossibili con risorse limitatissime. Per farla breve, il Tea Party è potente fino a quando tutti continuano ad impegnarsi al massimo remando nella stessa direzione. Questo risultato si può solo ottenere tramite il consenso volontario e convinto dei singoli attivisti. Ancora una volta non si scappa. Bella o brutta, that’s the Tea Party way. Squadra che vince non si cambia, no?

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Il Tea Party prende di mira la grande industria
Amanda Carey
Originale (in inglese): The Daily Caller
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Secondo Tom Borelli, direttore del Free Enterprise Project del National Center for Public Policy Research, “se dai un’occhiata alla riforma sanitaria e alla proposta di legge sui certificati verdi, entrambi i progetti sono andati avanti solo per una ragione: erano pesantemente appoggiati dalla grande industria”. Borelli ha stretto un’alleanza con il presidente di FreedomWorks Matt Kibbe per promuovere solide, responsabili politiche aziendali e, a partire dal prossimo anno, iniziare ad incoraggiare i sostenitori [del Tea Party ndT] a boicottare le grandi corporations che spingono per far avanzare un’agenda “progressista”.

Secondo Kibbe e Borelli, le aziende che sono coinvolte nel promuovere leggi che danneggiano i consumatori dovrebbero soffrirne le conseguenze nei loro bilanci. Ora i due si stanno impegnando al massimo per essere sicuri che queste conseguenze arrivino sul serio.

Prima di tutto si concentreranno sulle aziende che hanno promosso leggi come il “cap and trade” e la riforma sanitaria – le due pietre angolari dell’agenda del presidente Obama.

Borelli ha dichiarato al ‘Daily Caller’ che “le grandi corporation hanno avuto un impatto enorme sulle politiche portate avanti dal governo. Bisogna che riusciamo a far pagare un prezzo a queste aziende che vogliono politiche che aiutino loro stesse”. Borelli non ha problemi a fare nomi: la Pharmaceutical Research and Manufacturers of America (PhRMA) e le aziende che partecipano alla U.S. Climate Action Partnership (USCAP) sono tutte obiettivi possibili per le azioni della neonate coalizione.

Borelli spiega che “PhRMA ha sostenuto in ogni modo l’Obamacare, mentre molti deputati affermano che è stato solo grazie alla USCAP che il cap-and-trade ha superato il voto alla Camera. Queste politiche sono molto impopolari tra i conservatori e gli attivisti del Tea Party. Mi sembra ragionevole che anche le aziende, come i politici, siano chiamate a rispondere delle loro azioni di fronte al pubblico”.

Il momento scelto da Kibbe e Borelli per venire allo scoperto non è casuale. I due gruppi, lo scorso martedì, hanno reso pubblico un sondaggio secondo il quale, quando viene detto ai consumatori del coinvolgimento di certe aziende nel promuovere leggi progressiste, la loro opinione dell’azienda cala in maniera molto significativa.

La General Electric, ad esempio, veniva considerata positivamente dal 51 per cento di chi si identifica come conservatore. Quando agli stessi intervistati è stato detto che la GE aveva appoggiato politiche di sinistra come il cap-and-trade, come della estrema vicinanza del CEO di GE Jeff Immelt con l’amministrazione Obama, le opinioni positive sono crollate al 20 per cento.

Il sondaggio ha anche domandato ai consumatori la loro opinione sulla Johnson & Johnson – un’azienda americana che ha sostenuto pesantemente sia la riforma sanitaria sia il cap-and-trade, attraverso l’USCAP. Il sondaggio ha rivelato che le opinioni favorevoli sull’azienda sono calate dal 69 per cento al 16 per cento, una volta che è stato riferito ai partecipanti di queste attività di lobbying a favore di leggi progressiste.

Secondo Borelli, “se [queste aziende] avessero promosso riforme vere, avremmo potuto ottenere miglioramenti significativi. Invece, questi CEO sono saliti sul carro di Obama per approfittare della situazione. La nostra idea è quella di concentrarsi su poche compagnie fino a quando non decidono che ne hanno avuto abbastanza”.

Anche se Kibbe e Borelli sono forse i primi ad organizzare uno sforzo sistematico per incanalare la rabbia del Tea Party nel punire il “big business”, il conflitto tra i due non è certo una novità. I Tea Partiers hanno spesso attaccato pesantemente le grandi aziende per aver appoggiato politiche progressiste che, secondo loro, vanno contro ai principi del governo limitato e del libero mercato.

Questa animosità è ricambiata in pieno dalle grandi aziende, che vedono il Tea Party come un soggetto ostile e troppo incapace di scendere a compromessi. Come ha fatto notare un recente articolo di copertina sul settimanale “Businessweek”, scegliendo candidati polarizzanti come Christine O’Donnell e Joe Miller, il Tea Party è sicuramente l’ultimo soggetto che le aziende dipendenti dall’azione governativa vorranno appoggiare.

Borelli afferma al “Daily Caller” che l’obiettivo è quello di “convincere le compagnie a tornare a sostenere sforzi per promuovere la limitazione dell’intervento statale in economia.

“La sinistra ha cercato di ‘punire’ le grandi aziende da anni. Noi non stiamo che seguendo una delle loro tattiche. Una volta che le aziende inizieranno a vedere i profitti calare, ci penseranno due volte prima di comportarsi ancora in questo modo”.

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