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Immagine trovata su blogs.fredericksburg.comC’è chi fa una gran cagnara e, tra uno schiamazzo e l’altro, occupa poltrone ben retribuite in CdA, municipalizzate eccetera eccetera. C’è chi, invece, si dà un gran da fare e presenta un emendamento alla Costituzione per ridare potere ai singoli stati. Ovvero come “fare” il federalismo invece di “prometterlo”.

Finalmente riuscito a tenere sotto controllo la voglia spasmodica di tornare a curare il mio impero su Civilization V, ecco che l’articolo di oggi arriva più o meno in orario. La coincidenza è fortunata, visto che il pezzo tratta di un argomento che nei prossimi mesi riuscirà ad attirare l’attenzione di molti osservatori della politica americana. Considerato che fa sempre piacere battere i “colleghi più fortunati”, sono ben lieto di presentarvi l’argomento in anticipo, per poi riservarmi il diritto di linkare l’articolo quando spunteranno, inevitabili come piogge d’autunno, le regolari puttanate sparate dai tronfi inviati nella Terra degli Uomini Liberi.

La marea anomala che ha travolto gli Stati Uniti obamizzati tre settimane fa non ha colpito solo il Congresso federale, ma è stata ancora più devastante a livello statale, dove i repubblicani, spinti dai Tea Parties locali, hanno fatto veramente man bassa, conquistando il controllo di parlamenti che non vincevano più o meno da quattro o cinque eoni. La cosa si rivela piuttosto opportuna, visto che all’ordine del giorno di molti TP c’è la battaglia prossima ventura per l’approvazione di quello che diverrebbe il 28° Emendamento alla venerabile Costituzione degli Stati Uniti, il cosiddetto Repeal Amendment.

Senza inoltrarci in questioni di diritto costituzionale statunitense, materia che poi non è che padroneggi alla perfezione, tale emendamento consentirebbe ad un numero cospicuo di stati (due terzi) di richiedere, dopo un voto comune dei rispettivi parlamenti, l’abrogazione di una norma federale a loro invisa, senza che Congresso o Presidente possano fare un bel cavolo di niente. Insomma, un bel riequilibrio di poteri a favore degli spesso trascurati organi legislativi statali, che rarissimamente entrano nel mirino dei sempre distratti inviati radical-chic.

La faccenda, come potete ben prevedere, non è affatto peregrina, visto che già oggi il GOP controlla la maggioranza assoluta dei parlamenti statali. In molti ambienti si arriva a considerare l’eventualità della Convenzione come probabile, qualcosa che, a livello federale, non si vede dal 1787. Alla faccia della vittoria a metà, verrebbe da dire. Obiettivo principale, inutile illudersi altrimenti, sarà proprio la riforma della sanità, o, come preferiscono definirla i cugini oltreoceano, la nazionalizzazione occulta dell’industria sanitaria. Ancora una volta, alla faccia dell’improvvisazione e della mancanza di pensiero strategico da parte dei Tea Parties: altro che “movimento effimero”, qui c’è gente che si prepara a battaglie che avverranno tra almeno tre anni.

Considerazione finale sull’annoso tema del federalismo italiano. Negli Stati Uniti, sistema che federale lo è nato e lo resta tuttora, nonostante i ripetuti tentativi di centralizzazione portati avanti dai progressisti di ogni epoca (da Theodore Roosevelt fino ad Obama il percorso è lo stesso), sono gli stati e i parlamentari eletti in circoscrizioni altamente territoriali a spingere perché il potere torni a fluire dalla capitale alla periferia. In Italia, purtroppo, a fluire verso la periferia dovrebbero essere solo appalti, poltrone e soldi pubblici (ovvero dei contribuenti), per consentire ad un partito territoriale di istituire una dittatura in stile toscano e garantirsi cadreghe e pensioni ad saecula saeculorum. Dal federalismo vero, al federalismo à la carte (di credito).

Che dire? Tristezza infinita? Non proprio. Verrebbe una voglia di tornare in Via Bellerio, dove la parte più seria dell’Apolide ha lavorato per qualche tempo e, superando l’assonnato piantone delle forze dell’ordine, prendere a schiaffoni qualche notabile, sperando di farlo tornare in sé. In fondo, non è che ci siano tante altre soluzioni. L’unica che mi viene in mente è poco convenzionale: chiamare un esorcista di quelli bravi per scacciare dal corpo degli eletti leghisti l’orda di demoni democristiani e socialisti che li hanno trasformati in assatanati poltronisti e maestri del manuale Cencelli. Se anche questa non funzionasse, bisognerebbe trarne le conclusioni ed ammettere che, nonostante tutta la retorica e le manifestazioni folcloristiche, l’unico pezzo della Prima Repubblica sopravvissuto a tutto ne ha ereditato tutti i tratti peggiori. Il che, detto tra di noi, non sarebbe affatto rassicurante, visto il caos che rischia di travolgere il paese.

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Emendamento alla Costituzione per facilitare il repeal delle leggi federali presto arriverà al Congresso
Matthew Boyle
Originale (in inglese): The Daily Caller
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Nelle prossime settimane, i conservatori stanno pensando di proporre un emendamento alla Costituzione che permetterebbe ai singoli stati di abrogare leggi anche se Washington la pensasse in maniera contraria.

La proposta, chiamata il “Repeal Amendment”, nel caso nel quale fosse approvato e ratificato, sarebbe solo il 28° emendamento alla Costituzione Americana in oltre 220 anni, tra i soli 33 che sono stati approvati dal Congresso ed hanno iniziato il processo di ratifica. Più di 10.000 emendamenti sono stati proposti al Congresso dalla ratifica della Costituzione stessa ma molto pochi sono riusciti ad arrivare in aula per un voto secco.

Il Repeal Amendment consentirebbe agli stati di unirsi insieme per abrogare (o ribaltare) leggi fatte a livello federale. Nell’attuale stesura, se fosse approvata e ratificata, perché un “repeal” avesse successo ci vorrebbe il voto a favore di due terzi dei parlamenti dei singoli stati.

L’emendamento proposto recita: “ogni progetto di legge o regolamento negli Stati Uniti può essere cancellato da parte di diversi stati, e tale cancellazione diverrà effettiva quando le legislature di due terzi degli stati approvino risoluzioni fatte a questo scopo che descrivono in dettaglio la stessa legge o i dettagli delle leggi e dei regolamenti da essere abrogati”.

Secondo The Repeal Amendment, un’associazione non-profit che sta spingendo per far approvare il progetto di legge, tra chi è a favore del cambiamento della Costituzione a livello federale ci sarebbero l’attuale capo della minoranza alla Camera Eric Canton (Rep – Virginia) ed il deputato Rob Bishop (Rep – Utah), mentre molti altri membri dei governi statali sono a favore dell’iniziativa.

Cantor dice che è a favore perché limiterà il potere del governo federale.

In una dichiarazione pubblica, Cantor dice che “è il momento di far tornare l’America ai principi guidati dal buonsenso del governo limitato, della libera impresa e della responsabilità individuale. Il Repeal Amendment garantirebbe un controllo efficace ai poteri del sempre crescente governo federale e far sì che il governo torni a lavorare per il popolo, invece del contrario. Per far tornare l’America all’opportunità, alla responsabilità ed al successo, dobbiamo invertire la rotta attuale; il Repeal Amendment è un passo in quella direzione”.

Marianne Moran, una portavoce per The Repeal Amendment, ha dichiarato al “Daily Caller” che pensa che l’emendamento ce la farà a passare e sarà approvato dal 112° Congresso (quello che si insedierà a gennaio ndT).

Anche in questo caso, Bishop ha dichiarato che pensa di introdurre la proposta di emendamento costituzionale durante la sessione dell’anatra zoppa, per far uscire i politici allo scoperto. Dice che non pensa di cercare molti co-firmatari, visto che “arriveranno al momento giusto”.

Bishop dice al “Daily Caller” che “complessivamente, la Costituzione è stata scritta con l’idea di fornire una sorta di equilibrio generale. Tra gli stati ed il governo federale c’è un equilibrio verticale, mentre tra le tre branche del governo federale c’è un equilibrio orizzontale. Per come la vedo io non è una questione di potere, quanto di equilibrio”. (“Balance” può essere reso sia come “equilibrio” sia come “controllo”, ma l’italiano non ha una parola altrettanto versatile ndApo)

Bishop immagina il Repeal Amendment come un’opzione, non un obbligo, per gli stati che non sono soddisfatti di una qualsiasi politica implementata dal governo federale. Secondo lui, l’obiettivo del Repeal Amendment dovrebbe essere quello di inserire un ulteriore livello di controllo al sistema di checks and balances (‘pesi e contrappesi’ non mi è mai piaciuta come traduzione ndApo) presente nel governo del paese.

Secondo la Moran la misura non ha fini politici, ma la sua organizzazione ed il movimento alle spalle dell’emendamento costituzionale non disprezzano certo i motivi dei Tea Parties. Per lei, il messaggio del Repeal Amendment è simile, se non identico, visto che entrambi i movimenti si battono per limitare l’intervento del governo e garantire che il suo potere sia controllato e bilanciato ad ogni livello.

In un’intervista telefonica, la Moran ha dichiarato che “il testo della proposta è molto chiaro. Non si parla mai della riforma della sanità ed in ogni caso avresti bisogno dell’approvazione di due terzi degli stati per abrogare una norma federale. Quindi, qualunque legge cancellata dovrebbe essere avversata da un’ampia maggioranza del popolo americano”.

Cantor, però, cita il risentimento nazionale nei confronti di molte politiche approvate dall’amministrazione Obama come una delle ragioni alla base del suo supporto all’emendamento.

Per Cantor, “negli ultimi anni, Washington ha assunto sempre più controllo sulla nostra economia ed il settore privato attraverso regolamentazioni eccessive e mandati federali senza precedenti. La nostra libertà è diminuita ogni volta che le dimensioni e le prerogative del governo federale sono aumentate. Enormi spese come i pacchetti di stimolo, mandati incostituzionali come la nazionalizzazione del sistema sanitario ed intrusioni nel settore privato come i salvataggi delle industrie automobilistiche hanno messo a rischio le fondamenta del libero mercato americano”.

Per proporre un emendamento alla Costituzione ci sono due metodi: far votare una proposta dai due terzi di ogni camera del Congresso oppure far sì che due terzi degli stati si uniscano per formare una Convenzione Costituzionale, la quale ha il potere di richiedere emendamenti alla Costituzione. Se e quando un emendamento viene proposto, deve essere approvato da tre quarti dei parlamenti statali per essere ratificato.

La Moran ha dichiarato che la sua organizzazione è pronta a spingere perché si provino entrambi i metodi per far arrivare l’emendamento in porto ma dubita che i politici di Washington si muoveranno senza percepire una minaccia seria e credibile da molti stati.

A livello statale, tra i principali sostenitori del Repeal Amendment si ha il procuratore generale della Virginia, l’idolo di molti Tea Parties locali Ken Cuccinelli, il governatore della Virginia Bob McDonnell, il presidente del Senato della Florida Mike Haridopolos, lo speaker della Camera dello Utah David Clark, quelli della Camera della Carolina Bobby Harrell, dell’Indiana Brian Bosma, del Texas Joe Straus e membri del governo statale in New Jersey, Minnesota e Georgia.

Haridopolos ha dichiarato al “Daily Caller” che sostiene l’iniziativa perché ne ha abbastanza della pretesa del governo federale di intrudere sempre di più negli affari degli stati e che quindi vuole introdurre un altro metodo di bilanciamento nel sistema di governo.

Per Haridopolos, “tutto questo è molto in linea con quello di cui parlavano i Padri Fondatori. La gente deve ricordarsi che sono stati gli stati a formare il governo nazionale, non il contrario. Quindi, quando il deputato Eric Cantor mi ha presentato questa idea, l’ho approfondita e, più che il tempo passava, più mi sembrava sensata. Sembra ancora possibile bilanciare il potere tra governo federale e statale senza che gli stati debbano per forza rimetterci”.

Haridopolos dice che la Florida assomiglia a molti piccoli stati, se la si divide in regioni singole e che molti altri stati hanno la stessa struttura. Secondo lui, un governo buono per ogni regione non funziona e pensa che questo tipo di emendamento costituzionale affronti alcune di queste problematiche.

“Penso che lo scopo dell’emendamento sia quello di ridefinire l’equilibrio tra Washington e le capitali statali. Naturalmente per anni abbiamo visto che le legislature eleggevano i senatori degli Stati Uniti e, naturalmente, non siamo disposti a cancellare questa regola. Allo stesso tempo vogliamo essere sicuri che, una volta che i senatori arrivano a Washington, non si dimentichino chi è stato a farli arrivare al Campidoglio”.

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