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Immagine trovata su blog.cartophilia.comIl tempo del “California dreaming” è finito da un pezzo, ma sinistri, giornalisti e baby-boomers non se ne sono ancora accorti. Altro che San Francisco e Los Angeles, il futuro è di Houston, Dallas e San Antonio. E pensare che pensavano di averla scampata levandosi di torno George W…

Talvolta mi domando se i miei commenti siano così necessari, specie quando gli articoli che traduco sono lunghi, ben scritti ed informativi. Eppure, ogni volta, la tentazione di mettermi a dissertare più o meno dottamente sull’argomento del giorno è troppo forte e, nonostante le migliori intenzioni del mondo, finisco con lo scrivere sempre lenzuolate di parole.

Stavolta no, sono deciso a non lasciarmi prendere la mano dalla scrittura. Sì, perché i frequentatori dell’antro devono sapere che il vostro padrone di casa non solo traduce i pezzi senza fermarsi, ma addirittura scrive i suoi commenti senza rileggere praticamente mai quello che ha scritto. What you see is what you get, come dicevano tanti anni fa i maghi della Xerox in quel centro di ricerca di Palo Alto che avrebbe dato origine, di lì a poco, alla Silicon Valley.

Ma te guarda il caso! L’articolo di oggi parla proprio di Palo Alto, della California e delle scelte demenziali compiute dagli elettori nella ultima tornata elettorale. Il pezzo di Joel Kotkin, pubblicato sul sito del famoso settimanale “Forbes”, tratta infatti del suicidio volontario di quello che un tempo era considerato lo stato più ricco del mondo, tanto famoso da far scrivere montagne di canzoni ed occupare stabilmente il posto d’onore nell’immaginario collettivo di mezzo mondo.

Il sottoscritto non ha mai nutrito un particolare attaccamento alla California. Come gli stati della costa orientale mi sembravano troppo gne-gne e maledettamente simili alla repubblica socialista sovietica nella quale sono cresciuto, la California l’ho sempre vista come l’ultimo rifugio di pazzi, schizzati e socialisti totalitari. Grazie, ma no, grazie. Preferisco di gran lunga la “flyover country”, quell’America profonda che i sinistri disprezzano. Per questo che il primo pensiero che mi è venuto in mente leggendo l’articolo è un sonoro, quasi tonante “ESTIQAATSI!”. Sì, proprio il famoso capo tribù indiano che fornisce consigli sulla radio italiana.

Insomma, se i californiani sono così deficienti da continuare a credere alla panzana del “cambiamento climatico”, rieleggono un pluri-pregiudicato maestro della tangente come Jerry Brown, sono così affezionati a persone ignobili come Barbara Boxer e Nancy Pelosi, beh, chi se ne frega se sprofondano nel caos più totale e finiscono per scannarsi tra di loro? Il bello di un sistema federale sul serio è proprio questo: se uno stato viene occupato da un’orda di microcefali statalisti, lo stato vicino, ancora scampato al contagio, continuerà a comportarsi bene e, anzi, cercherà in ogni modo di convincere gli imprenditori tartassati a fuggire dalla gabbia di matti e rifugiarsi in una bella zona industriale nuova di pacca, magari con qualche anno di esenzione fiscale per indorare la pillola.

Quando da queste parti si tornerà a parlare di federalismo, ricordatevi questo articolo, che potrete usare come utilissima cartina di Tornasole. Se il sistema italiano consentirà la competizione vera tra regioni, avrà una qualche possibilità di avere effetti positivi sul sistema paese ed andrebbe approvato di corsa. Se lascerà tutto com’è ora, non servirà ad altro che ad aumentare i ranghi dei burocrati, spostando i centri di spesa da Roma alle regioni. Cambierà solo il destinatario delle tangenti, non l’ammontare degli sprechi necessari a finanziarle.

Accorgendomi che, anche oggi, ho finito con lo scrivere troppo, la pianto qui e vado ad infilarmi sotto le coperte. Spero solo di sognare spiagge e ragazze in muta (roba da subacqueo, lasciate perdere). Ah, le spiagge di Galveston, il lungomare di Corpus Christi. Quasi quasi metto l’ultimo CD di Miranda Lambert per conciliarmi il sonno. Non sapete chi è? Se sta davvero per iniziare l’era del Texas, sarà meglio che vi aggiorniate. Come dice Claire, la barista di “Blues Brothers”, ci sono solo due tipi di musica. “Country and Western”. Yeee-haw! I dream of Texas. Don’t y’all wake me.

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La California pensa al suicidio, il Texas chiede: vuoi un coltello?
Joel Kotkin
Originale (in inglese): Forbes
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Nel futuro gli storici probabilmente considereranno le elezioni del 2010 come la fine dell’era della California e l’inizio di quella del Texas. In un colpo sorprendente, nel bel mezzo di un’ondata conservatrice a livello nazionale, gli elettori della California essenzialmente hanno ratificato un regime politico e di regolamenti che ha lasciato gran parte dello stato disoccupato e molti altri che cercano disperatamente di andarsene.
La California è scivolata ben lontano dal posto che John Gunther, nel 1946, descriveva come “lo stato americano più spettacolare e vario … così maturo, dorato”. Invece di un modello, la California è diventata una storia dell’orrore di cattiva gestione di quello che, sotto ogni punto di vista, dovrebbe essere lo stato più grande e prospero. Il suo tasso di povertà è di almeno due punti sopra alla media nazionale; la sua disoccupazione tre punti sopra la media. Venerdì scorso, il governatore uscente Arnold Schwarzenegger è stato ancora costretto ad indire una sessione di emergenza [del Congresso statale] per affrontare gli enormi problemi di bilancio dello stato.

Questo stato di crisi probabilmente diventerà la norma nel Golden State (il soprannome della California ndT). In netto contrasto con altri stati colpiti duramente dalla crisi come la Pennsylvania, l’Ohio ed il Nevada, che hanno scelto candidati favorevoli alle imprese e al contenimento della spesa pubblica, gli elettori californiani hanno consegnato virtualmente ogni livello di potere ad una armata brancaleone composta da vecchi arnesi democratici, sindacati dell’impiego pubblico, attivisti verdi e lobbyies dei poteri forti a caccia di contributi pubblici.

Nel nuovo anno, l’ancora una volta governatore Jerry Brown, che pure ha degli istinti fiscali vagamente conservatori, sarà sottoposto ad ogni genere di pressione per convincere gli eletti democratici, che prendono gran parte dei loro fondi dai sindacati del pubblico impiego, a ridurre le spese. Ma forse ancora più preoccupante è il fatto che l’estremismo di Brown sulle politiche per il cambiamento climatico – appoggiate da investitori della Silicon Valley che, dopo aver investito pesantemente sui carburanti “verdi”, vogliono a tutti i costi contributi statali – renderà praticamente certo un nuovo giro di vite ad un regime di regolamenti che rallenterà ulteriormente la ripresa economica in ogni tipo di industria, dal manifatturiero all’agricoltura all’edilizia.

La strada scelta dal Texas, invece, sembra diametralmente diversa. La California, secondo una recente classifica del periodico “Chief Executive”, è lo stato con il peggior rapporto con le imprese, mentre il Texas è considerato il migliore nel paese. Sia democratici sia repubblicani del Lone Star State (il soprannome del Texas ndT) generalmente sposano il vangelo della crescita economica abbinata alla limitazione delle spese del settore pubblico. Il candidato democratico a governatore, l’intellettuale ex sindaco di Houston Bill White, aveva robusti appoggi dal mondo degli affari ed era generalmente considerato più competente del facilmente rieletto Rick Perry, il quale a volte suona più come uno squinternato Neo-Confederato che come un leader politico serio.

Certo, il Texas ha i suoi problemi da affrontare: un deficit pubblico crescente, il bisogno di aumentare le infrastrutture per servire la sua popolazione in rapida crescita e la presenza di un gran numero di poveri sotto-educati e senza assicurazione sanitaria. Ma anche considerando questi problemi, l’abisso crescente tra i due mega-stati è evidente sia nei numeri dell’economia che in quelli demografici. Negli ultimi 10 anni, il saldo demografico della California è in rosso di quasi un milione e mezzo di persone: solo lo stato di New York ha perso un numero maggiore di abitanti. Il Texas, invece, ha guadagnato quasi 800.000 persone. In California, anche l’immigrazione straniera – l’unico punto in attivo dal punto di vista demografico – è rallentata, mentre in Texas è aumentata in modo netto in tutta la decade.

I cambiamenti demografici sono guidati da una enorme differenza nella performance economica. Dal 1998, secondo l’economista John Husing, l’economia della California non ha prodotto un solo posto di lavoro, una volta tolti quelli persi. Gli impiegati pubblici sono enormemente aumentati, mentre i lavori nel settore privato sono diminuiti. Ancora più importante è il fatto che, mentre il Texas ha aumentato il numero di posti di lavoro per la classe media del 16%, uno dei tassi più alti nel paese, la California, con una crescita di solo il 2,1%, è tra gli stati meno performanti. Nell’anno che si è chiuso a Settembre, il Texas è responsabile per circa la metà di tutti i nuovi posti di lavoro creati negli Stati Uniti.

Forse ancora più preoccupante è il calo della presenza della California nei lavori del settore dell’alta tecnologia e basati sulla ricerca scientifica (detti STEM – scienza, tecnologia, ingegneria e matematica). Nell’ultimo decennio, quello che doveva essere la roccaforte della California è cresciuta di solo il 2% – meno della metà del tasso nazionale. Invece, i lavori legati alla tecnologia in Texas sono cresciuti del 14%. Dal 2002, lo stato della Lone Star ha creato 80.000 posti di lavoro STEM; la California solo 17.000.

Naturalmente la California possiede ancora le più grandi concentrazioni di tecnologia (la Silicon Valley), dell’intrattenimento (Hollywood) e del commercio (il porto di Los Angeles-Long Beach). Ma tutti questi centri sono in netto declino. L’era di Google nella Silicon Valley ha prodotto molte opportunità per gli investitori e per i magnati del software tutti concentrati nelle zone ricche attorno a Palo Alto, ma nessun nuovo posto di lavoro. Quello che una volta era il cuore industriale della Valley, vicino a San Jose, è ora punteggiato da edifici vuoti e fabbriche abbandonate.Gran parte delle compagnie tecnologiche della Valley si stanno espandendo fuori dallo stato, principalmente in aree più accoglienti per le imprese ed economiche come Salt Lake City, il Triangolo della Ricerca nel North Carolina ed Austin.

Anche Hollywood sta cambiando faccia, con sempre più films che vengono prodotti in Michigan, nel New Mexico, a New York o in altri stati. Nel 2002, l’82% di tutti i film era girato in California – oggi solo il 30%. Ed i progetti della Contea di Los Angeles, l’epicentro dell’industria cinematografica, di raddoppiare le tasse sui permessi per girare film, programmi televisivi e pubblicità sicuramente non aiuteranno a cambiare questo trend.

Il commercio internazionale, il terzo punto di forza dell’economia della California, è anch’esso sotto attacco. I severissimi regolamenti ambientali ed il previsto allargamento del Canale di Panama nel 2014 stanno dando coraggio ai concorrenti, particolarmente lungo l’intera costa meridionale del paese, da Houston a Mobile, Alabama, da Charleston, South Carolina a Savannah in Georgia. Tutti questi porti hanno ambiziosi piani per attirare posti da operaio ben pagati via dai porti californiani.

Forse è ancora più preoccupante che tutti questi segnali d’allarme sull’ormai evidente declino economico sembrano sfuggire a gran parte dei leader più importanti dello stato. Il neo-eletto vice-governatore, il sindaco di San Francisco Gavin Newsom, continua a dire che “non c’è niente di sbagliato nella California” e dice addirittura che tanti altri stati “vorrebbero avere i problemi che ha la California”.

Ma non è solo l’instabile Newsom ad aver perso il contatto con la realtà. Lo stesso Jerry Brown, un politico ben più navigato, dice che i “lavori versi”, fino a 500.000 posti di lavoro nuovi, riporteranno il bel tempo sull’economia dello stato. Teoricamente, questi posti potrebbero compensare per le perdite create da controlli ancora più stringenti su settori tradizionalmente produttivi come l’agricoltura, la logistica ed il manifatturiero, ma la cosa è altamente improbabile.

L’edilizia sarà colpita particolarmente, visto che Brown intende costringere i californiani, che per quattro quinti preferiscono vivere in case monofamiliari, a trasferirsi in densi distretti urbani fatti di appartamenti. Nel tempo, questo approccio non potrà che far schizzare alle stelle i prezzi delle case e spingere ancora più californiani della classe media ad andarsene.

Alla fine, la strategia dei “lavori versi”, anche se funziona come trucchetto elettorale, non è che una crudele illusione. Visto che la Camera dei Rappresentanti di Washington sarà dominata dal GOP, è probabile che gli enormi sussidi federali per le industrie del fotovoltaico e dell’eolico, come altri giocattolini costosi come le ferrovie ad alta velocità, saranno ridotti in maniera significativa. Senza sussidi, prestiti federali o regolamenti nazionali draconiani, molte imprese “verdi”, invece di assumere, probabilmente inizieranno a licenziare i propri dipendenti, fenomeno che stiamo già osservando. Chi sopravviverà, sempre più costretto a competere con il mercato (invece di campare coi soldi pubblici ndApo), probabilmente si trasferirà in Cina, in Arizona o anche in Texas, che già oggi è lo stato leader nel paese in quanto a produzione di energia eolica.

Tom Hayden, un radicale degli anni ’60 diventato un’ambientalista altrettanto radicale, ammette che, visto il clima politico nel paese, l’unico modo che avrà la California di realizzare la “visione verde” di Brown sarà di imporre “una qualche combinazione di aumenti dei prezzi dell’energia e di entrate fiscali”.  Un approccio del genere potrà forse evitare perdite a chi ha investito nelle imprese “verdi”, ma renderà ancora più probabile la fuga di tante altre imprese “normali” dallo stato.

Il declino della California è particolarmente tragico perché non necessario e in gran parte auto-inflitto. Lo stato possiede ancora le doti fondamentali – energia, terra fertile, un enorme potenziale imprenditoriale – necessarie a tornare allo splendore del passato. Ma, vista la traiettoria politica scelta dagli elettori, potete scommettere che saranno i texani, insieme ad altri, a continuare a prendersi sia i posti di lavoro sia i lavoratori specializzati del Golden State. Se la California vuole per forza commettere un suicidio economico, il Texas e gli altri stati concorrenti saranno ben lieti di prestarle un coltello.

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