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Foto trovata su coto2.wordpress.comAlla faccia dell’autunno caldo: invece delle solite, stantie manifestazioni dei sinistri italiani, l’intero castello di carte costruito per trasferire potere dai cittadini a burocrati non responsabili di fronte a nessuno rischia di implodere disastrosamente. E se la fine dell’Europa fosse davvero dietro l’angolo?

Non capita spesso che, di fronte ad un articolo appena tradotto, mi trovi ad osservare lo schermo del computer senza saper bene cosa scrivere. Di solito ho fin troppe cose da dire e finisco per parlarmi addosso, aggiungendo concetto a concetto senza soluzione di continuità. Stavolta, invece, ho la testa piena di scenari troppo orribili persino da contemplare e sto facendo del mio meglio per far sì che non trasudino dalla punta delle mie dita.

L’articolo che Ambrose Evans-Pritchard ha pubblicato ieri sul blog che tiene per il quotidiano inglese “Daily Telegraph” ha fatto squillare furiosamente tutti i miei campanelli di allarme, come se mi trovassi di fronte a qualcosa che, magari tra venti o trent’anni troverà posto nei libri di storia. Eppure la cosa non mi ha causato nient’altro che preoccupazioni ed un gran mal di testa. Ho cercato di trovare punti deboli nel ragionamento dell’autore ma, pur scontando quel modicum di schadenfreude albionica nel veder crollare l’odiata moneta comune europea, non sono riuscito a trovarne.

Cosa vuol dire tutto questo? Beh, più o meno che siamo fregati in una maniera talmente gigantesca da causare un rifiuto netto dalla parte razionale del cervello. Risulta quasi impensabile anche solo immaginare che, per portare avanti un progetto politico condiviso solo da una ristrettissima élite di tecnocrati socialisti ansiosi di trovare il modo di cancellare gli stati nazione per imporre una dittatura burocratica in stile Unione Sovietica, si sia trascinato un intero continente verso una catastrofe economica di proporzioni bibliche. Eppure qualcosa mi dice che questo scenario non solo è ragionevole ma addirittura probabile.

In Italia mettersi contro alla santissima Unione Europea, l’entità benefica che “dona” contributi a pioggia e “rimedia” agli errori degli imbelli governanti italiani, sembra quasi impossibile, ma i fatti sono davanti agli occhi di chiunque abbia ancora abbastanza buon senso per vederli come sono e non attraverso le lenti della propaganda sinistra. La costruzione dell’euro zona è sempre stata un affare politico più che economico. La scelta dei tassi di cambio è stata motivata dai bisogni del salotto buono, ansioso di ottenere credito facile e disposto anche a massacrare il mercato interno e distruggere il potere di acquisto della classe media pur di guadagnare in proprio. Il fatto che i referendum fossero bellamente ignorati pur di mandare avanti un processo che nessuno in Europa sembrava volere sul serio avrebbe dovuto essere un segnale d’allarme ben chiaro di una deriva burocratico-autoritaria prossima ventura, ma le poche voci di chi si opponeva a tale macchinazione venivano inevitabilmente coperte dal rumore delle grancasse bancarie.

Ora abbiamo diversi stati europei che sono pericolosamente vicini alla bancarotta ed hanno tutti la nostra stessa moneta. L’ineffabile Tremendino continua a dire che tutto andrà bene, che siamo messi meglio degli altri, ma neanche lui crede alle proprie menzogne. Inutile illudersi. L’Irlanda ha provato a risolvere la crisi di bilancio ma non avrà mai abbastanza soldi per coprire il buco gigantesco causato dalla pessima gestione delle banche private che, in un momento di panico, ha deciso di garantire coi soldi pubblici. La Grecia non è messa meglio ed anche il Portogallo è vicino ad alzare bandiera bianca. Bailout o non bailout, questi paesi, prima o poi, andranno in bancarotta, trascinandosi dietro la quinta economia del continente, la “meravigliosa” Spagna zapateriana che già ora si dibatte in una crisi senza via di uscita. Prima o poi i paesi con i conti meno peggio degli altri, prima tra tutti la Germania, decideranno di mollare il colpo, spinti dalle rispettive opinioni pubbliche, già furibonde al pensiero di dover pagare i debiti fatti da quelle che considerano poco più che repubbliche delle banane. A quel punto tutto sarà possibile, anche un crollo del sistema bancario ed economico. Le opzioni in questo momento sono ben poco allegre: nel migliore dei casi una stagnazione devastante come quella giapponese, altrimenti una conflagrazione in stile argentino oppure il caso peggiore di tutti, l’implosione incontrollata alla Weimar.

A questo punto mi fermo, accorgendomi che, nonostante le mie migliori intenzioni, sto tornando a lanciare profezie di sventura come spesso mi è capitato in passato. Chiedo quindi un contributo ai frequentatori dell’antro: leggete con attenzione il pezzo di Evans-Pritchard e provate a scovare qualche punto debole che ho ignorato. Proponete scenari alternativi non basati su dogmi keynesiani o predizioni campate in aria come quella fornitami da uno studente di economia qualche tempo fa (“se crolla il sistema succederà tra vent’anni” – perché proprio venti? Perché forse pensi di aver fatto abbastanza carriera da scappare con la cassa o magari perché la prospettiva di un crollo nei prossimi mesi o anni ti terrorizza così tanto da farti addirittura scartare la possibilità che possa succedere?). Qualsiasi cosa pur di uscire da questo tunnel fosco nel quale mi sono cacciato. Vorrei tornare a dormire tranquillamente, senza essere perseguitato da immagini di folle inferocite, saccheggi, massacri e rivolte cittadine. Perché siate sicuri di una sola cosa: se le cose dovessero andare per il peggio, non avete nemmeno idea di cosa sarà capace la placida ed evoluta popolazione europea.

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I leader europei iniziano ad intuire l’orribile verità
Ambrose Evans-Pritchard
Originale (in inglese): The Daily Telegraph
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

L’intero progetto europeo ora sta rischiando di disintegrarsi, un evento che potrebbe avere conseguenze strategiche ed economiche molto difficili da prevedere.

In un discorso pronunciato stamattina (il 16 novembre ndT), il presidente della UE Herman Van Rompuy (poeta e scrittore di versi in giapponese e latino) ha lanciato un allarme: se i leader europei non gestiscono bene questa crisi e permettono che l’eurozona si frantumi, distruggeranno l’intera Unione Europea nel frattempo.

“Questa è una crisi di sopravvivenza. Dobbiamo lavorare tutti insieme per far sopravvivere l’euro zona, perché se non sopravvive l’euro zona, non sopravviverà l’Unione Europea”.

Bene, bene. Questa è una canzoncina fin troppo familiare ai lettori del “Daily Telegraph” ma sicuramente molti saranno scioccati dal sentire una confessione del genere dopo tanti anni dall’introduzione dell’euro, specialmente dal presidente dell’Europa.

Sta praticamente ammettendo che la scommessa di lanciare una moneta prematura e disfunzionale senza una tesoreria centralizzata, o un patto debitorio, o un governo economico per sostenerla – e prima che le economie, i sistemi legali, le pratiche di discussione degli stipendi, la crescita della produttività e la sensibilità ai tassi di interesse tra l’Europa del Nord e quella del Sud non si fossero nemmeno lontanamente avvicinati ad una convergenza sostenibile – potrebbe rivelarsi un autogol clamoroso.

Jacques Delors e gli altri padri dell’unione monetaria europea, all’inizio degli anni ’90 ricevettero rapporti provenienti dagli economisti della Commissione secondo i quali questa avventura pazzesca avrebbe potuto non funzionare e portare ad una crisi traumatica. Presero i rapporti e li misero nel cassetto.

Gli era stato detto che le unioni monetarie non eliminano il rischio, ma che lo spostano dalla moneta al debito; invece di una svalutazione si rischia il default. Ecco perché sarebbe stato ancora più importante mettere in piedi fin da subito un meccanismo ragionevole per gestire i default del debito pubblico e fissare un sistema per regolare le perdite di chi ha comprato i buoni del tesoro, con regole chiare per stabilire un prezzo corretto per tale rischio.

Ma no, i padroni della UE non volevano nemmeno sentire tali rimostranze. Non ci sarebbero stati defaults, quindi nessuno non solo si preparò per tale prevedibile esito, ma la stessa eventualità fu addirittura esclusa da ogni trattato. La fede politica bastava ed avanzava. Investitori che avrebbero dovuto saperla lunga si sono infilati direttamente nella trappola, comprando debito greco, portoghese ed irlandese a solo 25-35 punti base di differenza dai Bund tedeschi. Al massimo del boom, i fondi di investimento compravano buoni del tesoro spagnoli ad uno spread di solo 4 punti base. Ora abbiamo visto cosa succede quando introduci nel sistema un rischio morale di questo genere e spegni il termostato d’allarme.

Il signor Delors disse ai suoi colleghi che ogni crisi sarebbe stata “molto utile”, visto che avrebbe permesso alla UE di ridurre la resistenza al federalismo fiscale e quindi accumulare sempre più potere. Lo scopo dell’unione monetaria europea è sempre stato politico, non economico, quindi le obiezioni degli economisti contavano più o meno niente. Appena la moneta iniziava a circolare, gli stati della UE avrebbero dovuto per forza trasferire sovranità nazionale per far funzionare il sistema nel tempo. Questo non avrebbe fatto che portare senza sforzo al sogno di Jean Monnet, un vero e proprio super-stato europeo. Che la crisi arrivi pure.

Dietro a questo azzardo, naturalmente, c’era un calcolo preciso; si pensava di poter contenere qualsiasi tipo di crisi ad un costo tollerabile una volta che gli squilibri del sistema valutario unitario inadatto a tutti i suoi membri previsto dall’unione monetaria europea avessero raggiunto livelli catastrofici ed una volta che le bolle del credito dei paesi del Club Med e dell’Irlanda fossero scoppiate. Si pensava anche che la Germania, l’Olanda e la Finlandia avrebbero alla fine acconsentito – dopo molte proteste – a pagare il conto per una ‘unione di trasferimento soldi’ (dai paesi virtuosi a quelli sconsiderati ndApo).

Vedremo presto se questi due presupposti si riveleranno esatti o meno. Invece di unire l’Europa, l’unione monetaria sta portando solo acrimonia e scambi di accuse tra i suoi membri. Abbiamo visto la prima esplosione di rabbia qualche mese fa, quando il vice-primo ministro della Grecia accusò i tedeschi di aver rubato l’oro della banca centrale ed aver ucciso 300.000 greci durante l’occupazione del paese da parte dei nazisti.

La Grecia oggi è sotto un protettorato della UE, chiamato eufemisticamente “Memorandum”. Questo ha causato attacchi terroristici mirati contro chiunque fosse collegato al dominio da parte della UE. L’Irlanda e il Portogallo sono più indietro in questa strada verso la schiavitù ma stanno già affrontando richieste ultimative da Bruxelles per cambiare certe politiche controverse; vada come vada, tra poco saranno anche loro trasformati in protettorati anche dal punto di vista formale. La Spagna è stata praticamente costretta a tagliare gli stipendi dei pubblici dipendenti del 5% per obbedire alle domande fatte dalla UE lo scorso Maggio. Tutti questi paesi dovranno ingoiare a forza le misure di austerità imposte dall’Europa, senza la possibilità di un respiro di sollievo dovuto alla svalutazione della moneta o ad una politica monetaria meno rigida.

Visto che questo processo continuerà anche l’anno prossimo, con la disoccupazione bloccata a livelli da grande depressione o addirittura più alti, inizierà a contare chi sarà considerato il “responsabile” di queste dure politiche. Ci sarà pieno consenso democratico o forse le sofferenze imposte al popolo saranno viste come imposizioni da parte di padroni stranieri spinti da ragioni ideologiche? Non ci vuole una grande immaginazione per vedere quali effetti avrà questo processo sulla concordia in Europa.

Per come la vedo io, l’Unione Europea divenne illegittima quando si rifiutò di accettare la bocciatura della Costituzione Europea da parte degli elettori francesi ed olandesi nel 2005. Non c’è nessuna giustificazione possibile per il fatto di aver rivisto il testo, ripresentandolo come il Trattato di Lisbona ed averlo fatto passare per forza con dei voti dei parlamenti senza che fosse concesso un referendum popolare, in quello che è stato, senza giri di parole, un colpo di stato autoritario. (Sì, certo, i parlamenti nazionali sono elettivi – quindi non scrivetemi commenti indignati per farmelo notare – ma perché non si è permesso ai popoli di votare direttamente su questa questione specifica? I leader eletti possono violare benissimo le regole democratiche. Ricordate quel caporale austriaco … no, meglio lasciar perdere).

L’Irlanda fu l’unico paese costretto ad un referendum dalla sua corte costituzionale. Quando questo elettorato solitario votò ancora una volta “no”, l’Unione Europea di nuovo ignorò il risultato, facendo pressione sull’Irlanda perché votasse di nuovo, per ottenere il risultato “giusto”.

Questo è il modus operandi di un’organizzazione proto-fascista. Quindi se ora sarà proprio l’Irlanda – per ironia storica e più che giustificato contrappasso – a scatenare la reazione a catena che distruggerà l’euro zona e l’Unione Europea, sarà difficile resistere alla tentazione di aprire una bottiglia di whisky di Connemara e godersi il momento. Ma dobbiamo resistere. Il cataclisma non sarà affatto piacevole da vedersi.

Un ultimo pensiero corre a tutti i miei vecchi amici che lavorano per le istituzioni dell’Unione Europea: se il signor Van Rompuy dovesse avere ragione, cosa ne sarà delle loro (laute) euro pensioni?

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