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Immagine trovata su lucabagatin.ilcannocchiale.itIn Italia il “bunga-bunga”, la rissa perpetua, l’assalto alla diligenza della ex-finanziaria. Oltralpe, invece, si discute di cosa voglia dire essere liberali oggi e di come combattere lo statalismo dominante. Non so a voi, ma a me tutto questo fa una grandissima tristezza.

Seguire le infinite convoluzioni della politica italiana è un esercizio sempre più faticoso per chi abbia ancora il coraggio di definirsi liberale di nome e di fatto. La cronaca e lo spettacolo offrono infinite occasioni per vergognarsi profondamente dell’appartenere ad un popolo capace di tali abissi di banalità, doppiezza e semplice, squallida, mistificazione della verità. Lascio a chi ha più tolleranza verso l’orrido e quindi ha seguito con attenzione la cronistoria dell’odierno Götterdämmerung il compito di fornire esempi adeguati per illustrare questi pensieri. Io, sinceramente, ne ho avuto abbastanza già qualche tempo fa e scelgo di pensare ad altro.

Eppure, anche se l’elettrodomestico parlante rimane ben spento, i riflessi del caos in corso riescono comunque a raggiungere i miei sensi, magnificati dai social network ai quali partecipo sia per “lavoro” sia per piacere. Visto che andare del tutto “off the grid” sarebbe leggermente eccessivo, l’eco della sceneggiata trasmessa lunedì sera dalla terza rete della televisione (un tempo) pubblica è giunta fino nel profondo dell’antro, causando una serie di reazioni psicosomatiche che vi risparmio volentieri in quanto personcina parecchio ammodo. A questo punto, cercare di rimuovere tale pensiero dalla mente è stato solo l’ennesimo esercizio in futilità, ben presto abbandonato.

Quando poi ho letto, sul blog dell’amico Simone Bressan, la risposta alle parole dell’ex Presidente della Camera Gianfranco Fini, ovvero l’elenco di quelli che, secondo lui e molti altri bloggers liberal-conservatori, sono i valori della VERA destra, mi è venuta una gran voglia di intervenire sull’argomento. L’impulso del momento è stato ben presto mediato dalla paura di parlare senza aver ben riflettuto, come capita purtroppo abbastanza spesso, specialmente da quando l’immediatezza del mezzo informatico sembra aver accelerato i miei processi mentali. Tale pausa di riflessione è stata opportuna, in quanto mi ha dato il tempo di leggere un articolo segnalatomi sul faccialibro da Salvatore Antonaci, che fortunatamente ha deciso di riprendere a postare sul suo ottimo blog.

L’articolo lo trovate tradotto qui sotto ed è veramente stupendo. A scriverlo sono stati due membri dell’Institut Turgot, think tank liberale francese del quale, purtroppo, ignoravo l’esistenza fino a ieri. Il pezzo non è nuovissimo, come si può addurre facilmente dai riferimenti di cronaca d’annata (il Presidente dell’Assemblea Nazionale francese oggi è Bernard Accoyer, per esempio), ma non meno valido dal punto di vista intellettuale ed umano, visto che dal 2007 ad oggi le cose sono solo peggiorate, in Francia come nella nostra cara penisola dei caciocavalli.

Se il signor Fini non sembra molto migliore del suo ex-omologo transalpino in quanto a mistificazione e semplice imprevidenza politica ed intellettuale, viene da domandarsi se abbia ancora senso definirsi liberali, visto che da noi tale termine sembra esser stato svuotato di ogni significato. Nei commenti al post di Simone Bressan c’è chi dice che sarebbe il caso di smetterla di girare attorno all’argomento ed avere il coraggio di definirsi conservatori sul serio, in senso anglosassone. Tale posizione, che ho sostenuto per anni all’interno del partito di non-proprio-sinistra nel quale ho a lungo militato, non mi sembra più così attraente (non cambiano idea solo gli stupidi o i morti, no?).

Sarà perché sono tuttora convinto del potere delle parole o magari perché il fatto che il termine sia stato violentato dai socialisti americani mi causa ancora un certo risentimento, ma penso che sarebbe criminale abbandonare la definizione di “liberalismo” a comunisti e paternalisti senza scrupoli. Il liberalismo non è sovrapponibile all’Italietta del XIX secolo, ai giri di valzer, alle leggine inconcludenti; liberali erano Luigi Einaudi, Bruno Leoni, Antonio Rosmini, Vilfredo Pareto, Mosca, Cavour, Giolitti e Benedetto Croce. L’Italia l’hanno fatta i liberali. Male finché volete, ma l’hanno fatta. Spacchiamo pure il capello in quattro, diciamo che il liberalismo vero l’Italia non l’ha mai conosciuto, che oggi vuol dire tutto ed il contrario di tutto, ma ancora non mi sembra il caso di abbandonare al proprio destino una serie di concetti che ancora oggi potrebbero fare molto per il nostro disgraziato Paese.

C’è chi si dice di destra, chi di sinistra, chi anarco-capitalista, chi comunista, chi minarchico, chi libertario, chi progressista, chi riformista, chi semplicemente poltronista e chi più ne ha più ne metta. Il sottoscritto, molto modestamente, continua a definirsi liberale di nome e di fatto, cercando di trasferire in pratica politica questa sua convinzione giorno dopo giorno e provando a mettere insieme i troppi filoni del liberalismo italiano, in modo da fare fronte comune contro statalisti, paternalisti e totalitaristi vari. Magari non sarà la panacea di tutti i mali, ma penso che il buon vecchio liberalismo abbia ancora tanto da offrire. Basta crederci e praticarlo sul serio.

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Essere liberali oggi
Mathieu Laine & Yorick de Mombines
Originale (in francese): Lumières et Liberté
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

In un forum pubblico intitolato “Essere repubblicano oggi”, il presidente dell’Assemblea Nazionale ha invocato il ritorno al modello repubblicano che sarebbe, secondo lui, massacrato dai sostenitori del “liberismo selvaggio”. La grave situazione nella quale si trova il nostro paese sarebbe quindi, secondo lui, il prodotto di un eccesso di liberalismo e quindi sarebbe urgente che lo Stato rimettesse in ordine le proprie strutture per intervenire al più presto e restaurare la supremazia dell’eguaglianza e della giustizia sociale.

Questa perorazione appassionata illustra perfettamente l’ossessione anti-liberale cha anima la maggioranza dei nostri dirigenti, a destra come a sinistra. Con il suo manicheismo caricaturale, Jean-Louis Debré contrappone in effetti due mondi moralmente incompatibili: da una parte, i raggruppamenti eterogenei ma spaventosi delle “forze di mercato”, delle “grandi multinazionali”, delle “delocalizzazioni”, del “dumping sociale”, delle “tentazioni individualiste” (Dio ce ne scampi e liberi… ndApo): dall’altro il mondo benpensante e lastricato di buone intenzioni della “Repubblica”, del “servizio pubblico”, dell'”interesse generale”, delle “regole”, della “coesione sociale”, della “eguaglianza”, dell'”integrazione” e della “laicità”.

La filippica è un classico. Forse fin troppo classica: non vi è dubbio, come ha dimostrato Raymond Boudon nel suo ultimo libro, che i francesi abbiano una visione totalmente falsata del liberalismo perché questo tipo di ragionamenti domina la sfera mediatica, politica ed intellettuale da almeno trent’anni.

Essere liberale oggi, in Francia, vuol dire confrontarsi con un pensiero statalista ultra-maggioritario che non esita affatto a manipolare i concetti, attizzando i conflitti e rinfocolando le paure del pubblico per aumentare al massimo la legittimità dell’intervento pubblico.

Sembra quindi almeno stupefacente che Jean-Louis Debré lasci intendere che il nostro paese sia stato conquistato passo dopo passo dalle tesi liberali proprio quando la nostra spesa pubblica batte tutti i record, giungendo a rappresentare il 54,4% del PIL nel 2003 (contro ad una media del 40,9% per i paesi dell’OCSE). Come si fa a pronunciare un discorso del genere senza ridere in un paese dove, ogni anno, vengono pubblicati circa 17.000 articoli sulla Gazzetta Ufficiale, dove le trentacinque ore sono ampiamente percepite come una “conquista sociale” (sic) e dove il debito pubblico, che ha raggiunto oggi il 63% del PIL (ovvero 16.000 euro ogni cittadino francese, quindi molti di più per ogni singolo contribuente), diventa un fardello sempre più minaccioso per le generazioni future? Se la Francia fosse davvero liberale, l’impiego pubblico non sarebbe potuto aumentare più rapidamente della popolazione attiva negli ultimi 20 anni, fino a raggiungere attualmente più di un quinto dei posti di lavoro e non sarebbe certo stata elevata dal serissimo periodico “Forbes” al primo posto della sinistra classifica dei paesi che soffrono di più per la “persecuzione fiscale”.

Essere liberale, vuol dire essere costretto a dover combattere senza sosta la corrente dominante delle idee false. E questo non vuol dire, come vorrebbe farci credere Jean-Louis Debré, mettersi dalla parte delle multinazionali contro i piccoli commercianti o, più generalmente, stare dalla parte dei forti contro i deboli. C’è davvero bisogno di ricordare come la maggior parte dei grandi monopoli sono in realtà frutto di leggi nazionali protezioniste che impediscono ai piccoli imprenditori l’accesso a certi mercati specifici?

Visto che, nel nostro paese, spesso si fraintende cosa voglia dire la mondializzazione, sarebbe il caso di smetterla di agitare i fazzoletti rossi (come ai tempi della rivoluzione culturale cinese ndApo). Forse sarebbe il caso di rendersi conto che il processo naturale di liberalizzazione dell’economia ha permesso, in tutti i paesi dove non è stato frenato o bloccato, un aumento del benessere generalizzato per tutti i cittadini, non solo per chi appartiene alle classi più agiate.

Essere liberale oggi vuol dire lottare contro le illusioni di certi uomini politici, che pensano che solo la loro azione possa creare le condizioni per la crescita economica e la solidarietà. Vuol dire adottare un approccio modesto nei confronti dell’azione dell’individuo, comprenderla, rispettarla e sospettare fortemente di quei politici che sognino di “cambiare l’uomo”.

Essere liberale non vuol dire affatto considerare l’essere umano perfetto ma rendersi semplicemente conto che se tutti gli uomini possono sbagliarsi, l’errore dell’uomo politico può avere conseguenze ben più drammatiche, visto che l’effetto leva delle sue decisioni è molto significativo. Se poi si aggiunge a questo il fenomeno innegabile per il quale un proprietario legittimo è naturalmente spinto a gestire i propri beni in maniera migliore di quanto potrà mai fare un uomo politico che gestisce dei fondi che non gli appartengono, è abbastanza semplice capire perché il liberale tende a fidarsi più dell’individuo che dell’uomo di stato.

Invece è falso lasciar intendere, come fa Jean-Louis Debré, che per un liberale il mercato è un fine in sé stesso. Dietro a quello che chiamiamo “mercato”, si nascondono in realtà un insieme di persone che ogni giorno scambiano liberamente beni e servizi. Voler attizzare le paure del popolo identificando il mercato con il “grande capitale” non ha alcun senso. L’uomo è infatti un essere sociale che ha bisogno di scambiare beni e servizi per poter vivere. Il mercato è nato da questa constatazione e quindi non può essere visto come un obiettivo da raggiungere ma come una realtà esistente che sarebbe opportuno difendere.

Inoltre, il mercato ha bisogno di regole per il suo funzionamento e sembra importante ricordare come nessun liberale abbia mai negato questo fatto. Al contrario, essere liberale vuol dire difendere prima di ogni altra cosa il rispetto dei diritti naturali che ognuno di noi ha sul proprio corpo e sui beni che esso crei o acquisisca legittimamente (ovvero senza violare l’altrui proprietà). Queste regole legali sono eticamente inattaccabili ma, sfortunatamente, sono molto spesso sostituite da norme autoritarie, imposte da uno Stato che, con la scusa di regolare l’economia, non fa altro che regolamentarla sempre più pesantemente, oltrepassando così il suo ruolo naturale.

Infine, considerare che il corporativismo ed il comunitarismo siano figli illegittimi del liberalismo e dell’individualismo non fa che perpetuare un vecchio errore di interpretazione. Gli individui sono esseri complessi mossi da un numero infinito di passioni ed interessi. Essi sono dunque, a seconda dei momenti, attirati da gruppi dove incontrino delle persone che condividano alcuni dei loro centri d’interesse. Questi gruppi, costituiti spontaneamente, non sono dunque disdicevoli a priori. Non è dunque negativo il fatto che degli individui si uniscano liberamente; semmai lo è il fatto che lo Stato sia così coinvolto nelle nostre vite che questi gruppi sono incitati loro malgrado a trasformarsi in veri e propri organi di pressione per far ottenere ai propri membri vantaggi sempre maggiori. Quindi è sicuramente il comportamento dello Stato, talvolta perché si è concesso il monopolio della distribuzione dei privilegi, talvolta perché non ha smesso, specialmente negli ultimi anni, di cedere alle richieste della piazza, ad essere all’origine di questa esplosione comunitarista. Sembrerebbe quindi opportuno condannare questo comportamento, più delle azioni dei singoli.

Essere liberale oggi vuol dire rendersi conto che i mali delle nostre società non sono ridotti ma aggravati dall’intervento del potere pubblico, anche quando quest’ultimo sia diretto a conseguire oggettivi lodevoli e sostenuto da un ragionamento rassicurante. Vuol dire anche aver capito che la prosperità e la civiltà stessa derivano prima di tutto dal rispetto della libertà individuale e che tale rispetto non ha mai avuto niente a che spartire con la legge del più forte.

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