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Foto trovata su france24.comNella piccola ma molto litigiosa comunità liberal-libertaria girano strane voci su Tea Party Italia. Forse sarebbe meglio cercare di ricordare come ogni Tea Party risponda a logiche diverse da quelle di un’organizzazione tradizionale. Attenti a saltare alle conseguenze, si rischia di prendere fischi per fiaschi…

Ennesima giornata campale fatta di incontri interessanti e forieri di sviluppi positivi nel cuore del problema, la Città Eterna che tutto crea e tutto distrugge. Per la prima volta, l’Apolide entra nel Palazzo vero, quello Madama, abbigliato in maniera acconcia e seduto nella sala stampa, ovvero in quello che, se fosse stato più paraculo, avrebbe potuto magari essere il suo posto di lavoro quotidiano. Non è che mi abbia impressionato più di tanto, a dire la verità. Mi sa che col tempo sto sempre più scivolando verso il lato libertario della Forza, ma in fondo chi se ne frega.

Le considerazioni sull’articolo di oggi, che giace da mesi nella cartella che il vostro moderatamente sfaticato padrone di casa riserva ai pezzi belli, bellissimi ma decisamente troppo lunghi per un post qualsiasi, sarebbero troppe per essere svolte in maniera decente, visto che ho quasi dieci ore di treno sulle spalle e una scarpinata micidiale per il centro di Roma, imposta dal giovane Daniele Venanzi, al quale avevo imprudentemente affidato il ruolo di guida, fidandomi della sua romanità. Ben mi sta, così imparo a non portarmi dietro il GPS anche quando sono a piedi. Consiglio al valente Venanzi? Portati. Dietro. Una. Cartina. Porca. Pupazza! Abbiamo girato come il sole per poi arrivare in ritardo di ben 15 minuti!! A te non ha fatto vento, ma per un crucco-inside come il sottoscritto è stato un trauma grave!

A parte tutto, consiglio la lettura dell’articolo di Jonathan Rauch pubblicato a settembre sul “National Journal” e poi ripubblicato da altre testate. Parla di alcuni nostri straordinari amici, Mark e Jenny, motori molto molto mobili di Tea Party Patriots, fantastica organizzazione alla quale Tea Party Italia cerca faticosamente di ispirarsi. Visto però che, nonostante loro dicano il contrario, le persone contano eccome, specialmente quando si è dotati di carattere impetuoso e poco diplomatico, il nostro cammino è stato, per così dire, leggermente più accidentato del loro. Ma questo non vuol dire che la strada, la direzione e gli obiettivi di Tea Party Patriots, come di FreedomWorks e delle altre organizzazioni di supporto ai gruppi locali USA non siano anche le nostre.

Se non vi fidate delle mie parole, fate un salto a Parma sabato prossimo. In Piazza Garibaldi, presso il locale “Pane e Vino”, il Tea Party Parma, gruppo locale affiliato all’organizzazione ombrello nazionale Tea Party Italia, organizza in piena e totale indipendenza una conferenza-evento sui guai del sistema fiscale italiano, con fior di invitati, tra i quali spicca il sempre onorevole (sul serio) Carlo Stagnaro, direttore dell’Istituto Bruno Leoni. Nessuno ha detto chi invitare, dove farlo, quando farlo, perché farlo. Il fatto che sia presente quasi al 100% il cuore toscano del movimento nazionale è dovuto alla vicinanza geografica ed all’affetto che proviamo per il gruppo di Parma, che ha fatto un lavoro veramente egregio. Se poi non vi piace quello che vedete, amici come prima, ma prima venite a parlare con me o con gli altri ragazzi che si smazzano non poco per portare avanti questa strana cosa chiamata Tea Party, che ci è arrivata dall’America senza manuale. Così, almeno, potrete parlare non per sentito dire…

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Pensiero di gruppo: dentro il cervello collettivo del Tea Party
Jonathan Rauch
Originale (in inglese): National Journal
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Anche se non ha un capo, il movimento del Tea Party non è senza cervello. Il suo cervello collettivo si incontra ogni lunedì sera.

Più di 200 leader di gruppi locali – coordinatori, come spesso si definiscono – si uniscono ad una conference call organizzata ogni settimana da un gruppo ombrello chiamato Tea Party Patriots, la più grande organizzazione nazionale di Tea Parties. In un lunedì recente, tre coordinatori nazionali iniziano la sessione con il punto della situazione sui prossimi incontri pubblici. Gli eventi sono costosi: qualcuno ha problemi a cercare donatori da 1.000 dollari l’uno? (Nessuno dice no). Un organizzatore ha messo assieme un manuale sulle domande migliori da porre ai candidati durante gli incontri cittadini (“Lo trasmetteremo subito all’intera mailing list”).

Quindi si domanda al gruppo se sia il caso di tenere un secondo giro di feste in casa in tutto il paese (Sì). Un coordinatore aggiorna il gruppo su un’app per l’iPhone dedicata ai tea partiers che andranno a fare il porta a porta nelle ultime settimane prima del voto per parlare a quattr’occhi con gli elettori (userà la tecnologia GPS per scaricare i percorsi di ogni gruppo ed aggiornare i dati degli elettori in tempo reale – roba all’avanguardia).

A questo punto, si lascia spazio alle domande. I leader locali propongono idee, annunciano la fondazione di nuovi tea parties locali, fanno circolare domande di aiuto ed offrono consigli (come possiamo fare a sfruttare al massimo la pubblicità gratuita? I cartelli da mettere nel giardino, presenziare alle prime dei film di cartello e cartoline stampate elettronicamente sono sistemi economici ed efficaci). Un nuovo arrivato presenta il neonato gruppo del Tea Party di Winfield, Indiana. Un coordinatore della vicina cittadina di South Bend dà il benvenuto a nome di tutti (“Conosco alcune persone a Winfield. Dovete assolutamente mettervi in contatto con loro”).

Rick, da Albuquerque, Nuovo Messico, domanda se l’agenda nazionale includa inchieste sulle irregolarità nelle liste elettorali, un argomento che preoccupa molti nel suo gruppo. Mark Meckler, un co-fondatore e coordinatore di Tea Party Patriots, fornisce la sua opinione. I nuovi arrivati “spesso non capiscano quanto disperatamente abbiamo bisogno che siate voi a guidare il movimento. Se questo è un problema che vi preoccupa, il sistema di Tea Party Patriots funziona così: voi prendete le redini e guidate il resto del movimento. Siamo un gruppo relativamente piccolo di persone che stanno solo provando a dare una mano a coordinare il lavoro. Non siamo noi a comandare: non diciamo a nessuno quello che deve o non deve fare. Dovete prendervi la responsabilità di guidare il gruppo su questo argomento e farvi avanti”. Meckler suggerisce che Rick raccolga un gruppo di persone preoccupate da questa questione e si metta al lavoro.

Rick capisce subito; “andremo sul sito di Ning (un social network popolare negli USA ndT) e cercheremo di prendere la guida di chi è interessato”.

Davvero saranno le frodi elettorali una delle cause dei Tea Parties? Forse, ma forse no. Meckler, la cosa più vicina ad un organizzatore visionario che il gruppo possieda, parlava sul serio. Nessuno dà ordini: nel grande regno dei Tea Party Patriots, che include migliaia di gruppi locali e letteralmente un numero sconfinato di attivisti, la gente si dà un gran daffare, comunica l’un l’altro informazioni, imita i successi degli altri e fa avanzare il movimento.

Meckler, il cui vocabolario tradisce la sua esperienza come avvocato specializzato nella legislazione legata alla Rete, dice che “essenzialmente stiamo facendo crowd-sourcing (una tecnica avanzata usata spesso negli USA, dove a decidere come sarà un programma o un sito non sono i programmatori, ma gli stessi utenti, indicando le caratteristiche desiderate e segnalando gli errori o modi per migliorare le funzionalità ndApo). Io la definisco ‘politica open-source’. Ecco, questo è un movimento ‘open-source’. Ogni giorno chiunque e tutti stanno modificando il codice del programma. Questo rende il movimento collettivamente molto intelligente”.

Questo sistema può funzionare? Nella politica americana, la decentralizzazione radicale non è mai stata provata su così larga scala. Gli attivisti del Tea Party credono che la loro struttura ad alveare, “organizzata ma disorganizzata” (come la definisce uno di loro) è la loro innovazione principale e la loro arma segreta, la chiave che gli consentirà di durare più a lungo e muoversi meglio delle organizzazioni politiche tradizionali e dei gruppi di interesse. Quello che hanno in mente è di riscrivere le regole dell’organizzazione politica, capovolgendo i risultati di decine di anni di pratica. Se ci riuscissero, anche in parte, l’eredità più importante del Tea Party potrebbe essere organizzativa, più che politica.

Spuntati dal nulla

Il Tea Party iniziò come una rete, non un’organizzazione e più o meno continua ad esserlo anche oggi. Disillusi dai repubblicani del presidente Bush e scoraggiati dall’elezione del presidente Obama, negli ultimi mesi del 2008, diverse dozzine di conservatori iniziarono a chiaccherare su diversi social network come “Top Conservatives on Twitter” e “Smart Girl Politics”. Usando queste piattaforme e frequenti conference calls (il movimento probabilmente non sarebbe potuto nascere prima dell’invenzione delle conference call gratuite), iniziarono a discutere possibili soluzioni ai problemi. Quello di cui non si rendevano conto è che stavano già facendo qualcosa. Il solo atto di mettersi in rete aveva messo le basi per quello che sarebbe stato uno shock per l’intera nazione.

La scintilla arrivò il 19 febbraio 2009, quando un giornalista della CNBC chiamato Rick Santelli andò in onda protestando in maniera veemente contro il salvataggio delle banche. Meckler ricorda che “quello fu il nostro codice sorgente”. Il giorno dopo, i partecipanti alla rete tennero una conference call, decidendo di organizzare delle proteste in qualche città la settimana dopo. Nessuno fu più sorpreso degli organizzatori quando il network riuscì ad organizzare proteste in circa 50 città, organizzate spesso in poche ore da gente che non aveva mai fatto politica. Rendendosi conto di aver trovato un filone d’oro, indissero una seconda ondata di proteste per il mese di aprile, stavolta riuscendo a coinvolgere circa 600.000 persone in circa 600 eventi.

Gli esperti di politica rimasero stupefatti. Grover Norquist, presidente di Americans for Tax Reform, veterano dell’organizzazione politica, dice che “fino a pochi mesi prima sarebbe stato inconcepibile organizzare così tanti eventi così in fretta, in così tante città, senza avere a disposizione grandi budget per gli organizzatori e l’intrattenimento. Senza uno spettacolo musicale ad attirare la gente, non penso che nessuno, a destra come a sinistra, sia in grado di replicare tali risultati a livello locale”.

Nell’estate del 2009, i Tea Parties iniziarono a spuntare ovunque. Una moltitudine di attivisti, dirigenti e gruppi cercavano di prendere la guida del movimento, spesso litigando o guardandosi in cagnesco. Credendo che fosse necessaria una forma di coordinamento, un comitato specifico emerse tra i coordinatori più esperti e, nell’agosto dell’anno scorso, aprì un conto corrente con il nome, scelto da loro, di Tea Party Patriots.

“Gigant-enormi”

Oggi i Tea Party Patriots sono un gruppo non-profit 501 (c) (4) (prende il nome dall’articolo del codice fiscale federale che riguarda un certo tipo di ONLUS ndApo). Ha sette coordinatori nazionali, cinque dei quali percepiscono uno stipendio: non vogliono fare cifre, ma dicono che non è molto alto. Tre altri collaboratori hanno uno stipendio, secondo Jenny Beth Martin, co-fondatrice e coordinatrice nazionale.

L’organizzazione non possiede una sede fisica, basandosi nelle case degli attivisti e funzionando sui loro portatili. Martin dice che ha raccolto circa un milione di dollari lo scorso anno, una somma minima per gli standard degli organizzatori politici nazionali. Circa il 75 per cento dei finanziamenti ricevuti dal gruppo vengono da piccole donazioni, 20 dollari o meno.

Giudicandola con i criteri convenzionali della politica, impiegati e budget, i Tea Party Patriots sono minuscoli. Visti sotto un altro punto di vista, invece, sono, come dice la Martin “gigant-enormi”. Visto che non hanno canoni di iscrizione od obblighi legislativi, la cosa più vicina ad un elenco dei membri per il network è l’elenco dei gruppi che si sono registrati nel suo sito web, attualmente 3.000 in tutto il paese. Il sito teapartypatriots.org elenca circa 200 tea parties solo in California.

Molti stati e città importanti hanno i propri coordinatori. Dawn Wildman, coordinatrice nazionale basata a San Diego, ha anche il ruolo di coordinatrice dello stato della California, tenendo due conference call settimanali che tipicamente includono 40 dei 180 coordinatori locali. Gli organizzatori a Dallas stanno fondando un tea party per ogni codice postale. Secondo Ken Emanuelson, membro del comitato direttivo di Dallas, “se la bellezza del tea party è la decentralizzazione, in grandi aree metropolitane come quella di Dallas, tale processo deve andare ben al di sotto della città. Deve entrare nei quartieri. Noi andiamo dai nostri gruppi di quartiere e lasciamo che siano loro a tracciare la nostra agenda”. Quando chiedo quanti tea parties di quartiere esistano nell’hinterland di Dallas, un altro coordinatore cittadino risponde “non ne ho idea”.

Anche se può sembrare strano, questa è una rete coordinata, non una gerarchia. Non esistono scale gerarchiche, nessun gruppo o persona è subordinata a nessun altro. I Tea Parties sono gelosi della propria indipendenza e sospettosi di ogni tentativo di esercitare un controllo centrale, che vedono come la via più sicura per essere dominati da interessi esterni. Secondo Wildman, “ogni singolo gruppo è unico, come lo è ogni persona. Il movimento ha questo bizzarro moto organico, simile a quello della lava. Si scalda in certi punti e prende fuoco; da altre parti si muove invece più lentamente”.

La lava è un’analogia abbastanza buona. Domandando agli attivisti di descrivere la loro struttura organizzativa, invece, rispondono che assomiglia ad una stella marina.

Guarda, mamma, senza testa!

“The starfish and the spider”, un libro dedicato agli affari di Ori Brafman e Rod A. Beckstrom, fu pubblicato nel 2006, causando reazioni minime nel mondo della politica. Il sottotitolo, invece, spiega perché sia così importante per il modello dei Tea Parties: “il potere inarrestabile delle organizzazioni senza leader”.

Il modo di pensare tradizionale, secondo il libro, stabilisce che le gerarchie sono più efficienti quando si tratta di realizzare dei risultati. Le gerarchie, come le aziende, hanno leaders in grado di prendere decisioni e stabilire le priorità; scale gerarchiche che assegnano responsabilità ad ogni membro; regole e procedure disciplinari per prevenire le fratture o scivolamenti del movimento. Questo tipo di sistema ha un comando centrale, come il cervello di un ragno. Come un ragno, muore se colpisci forte la sua testa.

L’ascesa di Internet e di altre forme di interazione interpersonale istantanea ha rotto il monopolio del ragno, secondo Brafman e Beckstrom. Le reti radicalmente decentralizzate – qualunque tipo, dai sistemi per condividere illegalmente la musica a Wikipedia – possono dirigere le risorse ed adattarsi (“mutare”) molto più in fretta delle compagnie. Secondo gli autori del libro “l’assenza di struttura, leadership e organizzazione formale, se un tempo era considerata una debolezza, ora è invece una risorsa preziosa. I gruppi apparentemente caotici hanno sfidato e sconfitto istituzioni esperte. Le regole del gioco sono cambiate sul serio”.

Inoltre, le organizzazioni gerarchiche non sanno come sconfiggere i networks. I sistemi aperti non hanno leaders o quartier generale; le loro unità si finanziano da sole ed i loro membri spesso lavorano gratis (pensate a Wikipedia). Anche in principio, non puoi contare o compartimentalizzare i partecipanti, perché vanno e vengono in ogni momento – ma in fondo contarli non è necessario, visto che possono comunicare direttamente l’uno con l’altro ed il potere è distribuito in tutto il sistema.

Il risultato di questa nuova filosofia è che il network non può essere decapitato. “Se lo colpisci alla testa, sopravvive”. Nessun capo stupido od egoista può rovinarlo, visto che non ha un capo. La frammentazione, vero incubo delle organizzazioni tradizionali, invece rende il network più forte. È come una stella marina: tagliagli un braccio e questo diventa (in alcune specie) una nuova stella marina. Risultato? Due stelle marine, mentre prima ce n’era una sola.

Secondo Scott Boston, il coordinatore educativo dei Tea Party Patriots, uno dei pochi a ricevere uno stipendio, “siamo un’organizzazione a stella marina”. Ha iniziato un tea party a Bowling Green, in Ohio, ma poi l’ha lasciato perdere quando è andato al college. A coprire il vuoto, un altro gruppo è spuntato: ora ce ne sono due. I gruppi si fondono come si dividono. A Dallas, secondo Emanuelson, se un coordinatore non ha più voglia “talvolta un altro coordinatore prende le redini. Se non succede, un gruppo può fondersi con un altro gruppo vicino”. Nessuno deve nemmeno sapere cosa sia successo. Non è importante.

Visto da Washington, dove tutto ruota alla domanda “chi comanda?”, il modello dei Tea Parties sembra, per usare le parole di Wildman, bizzarro. I giornalisti, perplessi, continuano a cercare i leader del movimento, che più o meno sarebbe come chiedere di incontrare il presidente di Internet. I politici confusi ed i lobbyisti non trovano nessuno con cui negoziare accordi. Meckler ammette che “è difficile lavorare con noi, perché la gente non riesce bene a capire. Stiamo lottando continuamente con la pressione sociale che ci spingerebbe a diventare un’organizzazione dall’alto al basso”. Quindi perché mai qualcuno dovrebbe voler formare questo tipo di gruppo, o rete, o alveare, o stella marina, o colata di lava o quello che sia?

Prima di tutto, la decentralizzazione radicale simbolizza ed esprime la sfiducia dei tea partiers verso l’autorità troppo centralizzata, che più o meno è il problema che si propongono di risolvere. Si preoccupano che le lusinghe della co-optazione, la corruzione interna e la graduale calcificazione – i virus che, secondo loro, hanno rovinato Washington – potrebbero contagiarli. Secondo loro, la decentralizzazione è inerentemente immune da tutte queste tre malattie.

In seconda analisi, il sistema si spinge e si guida da solo. Emanuelson da Dallas dice che “le persone sembrano sapere qual è la cosa giusta da fare in quale momento. Quando le circostanze cambiano, allora ci concentriamo su qualcos’altro, visto che siamo spinti dal basso. Quando tutti diranno che bisognerà occuparsi di un nuovo argomento, ecco che lo faremo”.

Se una buona idea diventa popolare a Dallas, gli attivisti ne parlano ed altri gruppi copiano l’iniziativa. Le idee cattive o impopolari, invece, si spengono da sole. Ancora meglio, il movimento continua anche se le persone vanno e vengono. Secondo Wildman, “l’importante è il messaggio, le persone sono sostituibili”.

Terzo, il network è incredibilmente economico da gestire. Con poche eccezioni, tutti sono volontari. I gruppi locali portano le loro risorse. I coordinatori forniscono supporto e comunicazione, ma sono bene attenti a far sì che buona parte dei progetti siano gestiti in ambito locale.

Infine, il localismo significa che non c’è nessuno più in alto nella scala gerarchica che deve approvare qualsiasi cosa. I gruppi possono agire velocemente e capitalizzare sull’entusiasmo spontaneo. Altrettanto importante è il fatto che il network si regola autonomamente. La rete non cresce mai più in fretta delle infrastrutture, visto che ogni tea party dipende solo dalle sue forze. Ed i gruppi fanno sì che uno dei propri compiti sia quello di generare altri gruppi, il che alle volte produce una crescita esplosiva.

Ginni Rapini, dei NorCal Tea Party Patriots, tiene sessioni di addestramento in California ogni sei settimane: solo da marzo, secondo lei, più di due dozzine di tea parties sono partiti solo nella California del nord. Lorie Medina, che agisce sia da reclutatrice sia da addestratrice del Dallas Tea Party, dice che non riesce a ricordare quanti gruppi abbia aiutato a partire o resuscitato: attualmente sta facendo partire da 15 a 20 gruppi giovanili in Texas e negli stati vicini.

Questo tipo di crescita incontrollata farebbe crollare molte gerarchie. Come farebbe anche una contrazione rapida. Un network, invece, può continuamente ridimensionarsi mentre procede.

Le stelle marine non possono catturare le mosche

Ma funzionerà? Sarà sostenibile? Si tratta di una vera novità?

Sull’ultima domanda, sì e no. Secondo Francesca Polletta, sociologa presso la University of California (Irvine) e studiosa dei movimenti politici “ci sono stati molti tentativi precedenti di creare movimenti decentralizzati”. Questi sforzi, comunque, sono stati più limitati del tea party. Ed, ironicamente, quasi tutti erano prodotti della sinistra. (Dal punto di vista strutturale, non è poi così sbagliato vedere i Tea Party Patriots come un’organizzazione di stampo sinistro con un’ideologia di destra, o almeno libertaria).

La Polletta e David Meyer, un altro professore della UC di Irvine autore del libro “The Politics of Protest: Social Movements in America”, citano un numero di gruppi precedenti che provarono ad essere sia ambiziosi che senza struttura: lo Student Nonviolent Coordinating Committee e Students for a Democratic Society negli anni ’60; il movimento anti-nucleare ed i Green Committees of Correspondence negli anni ’70 ed ’80.

Nessuno si rivelò in grado di reggere a lungo. Gli SDS ed il SNCC caddero a causa di dissidi interni. Gli attivisti anti-nucleari persero la loro causa principale quando la crescita dell’energia nucleare rallentò, parzialmente grazie ai loro sforzi. I Verdi gradualmente passarono ad un’organizzazione centralizzata ed ora sono un partito nazionale. Secondo Meyer, pochi gruppi decentralizzati riescono a sopravvivere ai temi che li hanno fatti nascere.

Un’eccezione importante, anche se parziale, è MoveOn.org. Iniziò nel 1998 come un gruppo online di protesta contro l’impeachment del presidente Clinton, crebbe rapidamente e riuscì a continuare a crescere opponendosi alla guerra in Iraq. Anche se questi temi sono scomparsi, MoveOn è sempre più grande. Ha circa 5 milioni di membri ed è una forza politica rilevante, capace di mobilizzare rapidamente le sue forze, organizzare proteste politiche ed attrarre donazioni.

In più di un modo, MoveOn.org assomiglia al movimento dei tea parties. Enfatizza continuamente il potere delle persone ed il fatto di impegnarsi in politica in prima persona come rimedio ad una governance inefficace. Deve la sua esistenza ai nuovi media e fa molto affidamento a quel mondo virtuale. Si vanta più che altro del seguire, più che guidare, i suoi sostenitori. Joan Blades, la co-fondatrice del gruppo, dice che “MoveOn.org sono i nostri membri. Il nostro lavoro è ascoltarli al nostro meglio. Se decidessimo di fare X o Y e questo non fosse condiviso dai nostri membri, fallirebbe subito. Non potrebbe affatto funzionare”.

Ma ecco una differenza: oltre alle sue migliaia di volontari, dice la Blades, MoveOn ha uno staff di circa 20 persone nella sede centrale, incluso un direttore nazionale politico, oltre a 20 agenti sul territorio – tutti professionisti pagati (pure bene ndApo).

Secondo Ralph Benko, un consulente di Washington sui public affairs autore del “Websters’ Dictionary: How to use the Web to Transform the World”, “direi addirittura che MoveOn ha avuto un impatto molto superiore ai Tea Parties, almeno fino ad ora”. MoveOn fa strategie razionali e concentra soldi ed attenzioni su battaglie che può vincere. Secondo Benko, “la ragione per la quale i Tea Parties non sono ancora arrivati a questo punto è che non fanno una distinzione tra amici, nemici e persone che possono convincere. Non distinguono su chi devono concentrarsi per cambiare il risultato del voto o su cosa dovrebbero fare per aiutare i propri candidati preferiti. Fino a quando rimarranno in modalità ‘vi odiamo tutti’, non so se riusciranno a diventare una potente forza politica” (beh, dopo le mid-term, diciamo che il signor Benko si sarà dovuto rimangiare questa e tante altre interviste ndApo).

Le organizzazioni senza leader hanno altri problemi. Sono molto più brave a mobilizzare le proprie forze per fermare una proposta o una persona che non gli piace, piuttosto che mettersi d’accordo su un’alternativa. Sono pessimi quando si tratta di negoziare e trovare compromessi, perché nessuno può parlare per loro, e molti dei propri membri vedono il compromesso come ‘vendersi al nemico’. Si basano poi sui volontari, che possono allontanarsi o impegnarsi così tanto da perdere interesse.

Secondo Medina, l’organizzatrice di Dallas, “secondo la mia esperienza, ogni tre, quattro, cinque mesi dal 10 al 20 per cento del tuo personale attivo semplicemente si allontana. Bisogna sostituire questa gente ogni pochi mesi. Risulta difficile continuare a mantenere i numeri dove sono”.

I gruppi senza leader hanno anche problemi a proteggere il proprio brand da impostori, opportunisti ed estremisti che agiscono in loro nome, rovinando la loro reputazione – un punto debole che gli avversari del Tea Party stanno provando in ogni modo possibile di sfruttare.

Secondo Meyer, “questo tipo di equilibrio instabile tra struttura decentralizzata ed ambizioni nazionali è difficile da mantenere. Sospetto che il livello di influenza che avranno mai sia al massimo proprio ora, nelle attuali primarie repubblicane”. (tutti insieme – ha-ha! ndApo)

La chiave è l’educazione, stupido

A tutte queste critiche, i tea parties rispondono; state a vedere.

La Martin, co-fondatrice di Tea Party Patriots, un’attivista carica di entusiasmo che non sembra mai fermarsi per prender fiato, “questo è il pensiero tradizionale. Guardate dove ci ha portato – e vedete cosa abbiamo fatto solo negli ultimi tre mesi”.

Rispondendo agli scettici, i tea partiers fanno notare che i tentativi del passato di decentralizzare in maniera radicale non potevano disporre dei sistemi di networking dell’era di Internet o delle tecnologie di comunicazione – senza le quali, naturalmente, il movimento dei Tea Parties non sarebbe mai potuto nascere. La stessa esistenza dei Tea Party Patriots suggerisce che sta nascendo qualcosa di nuovo. Un coordinatore fa notare che solo Facebook consente al movimento di comunicare simultaneamente con fino a 2 milioni di persone.

Vero è che gli elementi ribelli non possono essere licenziati o costretti a rientrare nei ranghi, ma il movimento può (e lo fa spesso) marginalizzarli, semplicemente cancellandoli dal sito web, escludendoli dal coordinare incontri e generalmente ignorando la loro stessa esistenza. Il corpo centrale del movimento semplicemente scorre attorno agli attori marginali, consegnandoli quindi all’irrilevanza.

Riguardo all’obiezione che i gruppi senza leader non sono bravi a negoziare, a fare strategie o capitalizzare l’influenza politica, la risposta dei Tea Party Patriots sottolinea il loro modo di pensare non convenzionale: non ce ne può fregare di meno.

Beh, insomma, qualcosa gliene frega. Certo, rimpiazzare politici pessimi è uno scopo molto valido. Certo, cambiare politiche sbagliate è un obiettivo. Sì, la politica è importante. Se non lo fosse, i gruppi locali dei Tea Parties non cercherebbero di spingere i propri membri a candidarsi e cambiare le cose partendo dal basso, più o meno come fecero i conservatori religiosi una generazione fa. Non starebbero nemmeno producendo e distribuendo guide dalla A alla Z (l’espressione americana “soup-to-nuts guides” è bellissima ndApo) su come fare forum con i candidati, preparare incontri pubblici, far partire nuovi gruppi locali, organizzare campagne per sollecitare al voto, come molti stanno facendo in questo periodo.

Ma, dicono i tea partiers, se pensate che si tratti solo di spostare voti e far passare leggi, non avete ancora capito quanto siano ambiziosi. No, lo scopo vero del movimento è cambiare la cultura politica del paese, portandola indietro verso gli istinti di auto-sufficienza, di protezione della libertà che hanno ispirato l’era dei Padri Fondatori. Vincere dei seggi chiave al Congresso non riuscirà ad ottenere questo risultato, neanche dare endorsements a qualche candidato. Secondo la Martin, “se ti limiti a dire alla gente di votare ma non parli dei principi che stanno dietro, dovrai farlo ancora e ancora e ancora, ad ogni elezione”.

Secondo loro, quello che funzionerà sarà l’educazione: DVD sulla storia americana; addestramento sui ‘principi fondativi’; liste di lettura online; gruppi di discussione sulla Costituzione; programmi culturali e giovanili. In Tennessee, secondo Anthony Shreeve, un organizzatore locale, dei gruppi stanno tenendo corsi sulla Costituzione e su “socialismo e gli altri tipi di -ismo”, facendo arrivare relatori da tutto lo stato. Secondo Chreeve, “i nostri membri sono diventati più attivi ed hanno imparato qualcosa sul nostro governo locale, su come funziona, su quale tipo di influenza possiamo avere. L’educazione è stato il fattore più importante [del nostro successo]”.

Non è un caso, infatti, che il coordinatore educativo sia tra i pochissimi impiegati pagati dei Tea Party Patriots. Secondo Sally Oljar, “la nostra vera missione è educativa, fornire materiali agli attivisti di base che vogliono far tornare il nostro paese ai principi fondamentali. Ci rendiamo conto che sarà necessario un cambiamento culturale, un compito che richiederà molti anni di duro lavoro”.

Molti anni? Quanti? Secondo Meckler, “abbiamo un piano quarantennale. Non vogliamo crescere un’altra generazione di pecore”.

Ecco che tornano gli echi dei movimenti di sinistra. Alzare la consapevolezza. Cambiare i cuori, non solo i voti. Attaccare la corruzione nella società, non solo al Campidoglio. In America, i gruppi di destra sembravano preoccuparsi di conquistare posti in politica, mentre la sinistra si occupava più del cambiamento culturale. Come i suoi precursori di sinistra, i Tea Party Patriots pensano a sé stessi come un movimento sociale, non politico.

Gli sciami senza centro non sono capaci di far bene il mercato delle vacche della politica. Ma potrebbero essere parecchio bravi a cambiare la cultura del paese. In ogni caso, che l’esperimento abbia inizio.

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