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Immagine trovata su papundits.wordpress.comI media sinistri e parte dell’establishment del GOP iniziano a fare le pulci alla devastante vittoria dei Tea Parties nelle elezioni di medio termine. Che la faida abbia inizio. Talk about snatching defeat from the jaws of victory.

Il bello di esercitare la professione giornalistica in questa era dominata dal Web 2.0, dai social network e dalle comunicazione istantanee è che, a parte la comodità di poter scegliere tra una panoplia infinita di fonti disponibili sullo schermo del proprio computer, si moltiplicano anche le occasioni per dibattere temi importanti con persone intelligenti ed interessanti.

Da quando, il 3 giugno di quest’anno, mi sono finalmente deciso a buttarmi in questa strana cosa chiamata blogosfera, aprendo questo piccolo rifugio dalla propaganda sinistra, la mia vita è decisamente cambiata. Se prima passavo il tempo ad urlare alla televisione, ora parlo quotidianamente con tante persone interessanti e mi impegno, nel mio piccolo, a portare un granello di buon senso nel dibattito su quello che succeda oltre i nostri ristretti confini geografici e mentali. Non guardo un telegiornale da mesi, né seguo i pollai televisivi della politica politicante e non ne sento affatto la mancanza.

Le discussioni, grazie al cielo, non sono sparite; si sono solo spostate nella “nuvola”, dividendosi tra twit, conversazioni o chat su Facebook, conferenze su Skype e furiosi scambi di mail. Alla faccia di chi dice che la Rete è un’esperienza anti-sociale, il mio livello di socialità è enormemente aumentato, cosa della quale non posso che essere contento. Il dialogo stimola l’intelligenza, prepara al dibattito, insegna ad argomentare meglio le proprie opinioni, cosa che dovrebbe essere in cima alla lista delle priorità di chiunque si occupi di comunicazione.

Recentemente ho avuto uno scambio di opinioni con il mio vecchio compare di tante avventure giornalistiche Orlando Sacchelli, che ora svolge egregiamente la nostra professione al Giornale di Milano. Il buon Orlando, che con il passare del tempo sta riscoprendo sempre di più le sue radici socialiste, sosteneva con argomentazioni non peregrine che la vittoria del GOP è una vittoria a metà e che The One è tutt’altro che morto, politicamente parlando. Il sottoscritto, invece di sbraitare ai quattro venti come suo solito, ha provato a sostenere la sua tesi, cercando informazioni ed aumentando in questo modo la sua conoscenza sull’argomento. In un mondo ideale, questo dovrebbe succedere ogni giorno ma, come vediamo dallo starnazzare e dalla battaglia senza esclusione di colpi sui media italiani, purtroppo è un processo mentale sempre più estraneo alla professione giornalistica.

Durante questa ricerca, motivata dalla voglia di vincere la battaglia dialettica (penso si sia capito che l’Apolide, oltre che scorbutico e sarcastico, è pure parecchio competitivo), ho avuto occasione di leggere il redazionale pubblicato ieri dal “Washington Examiner”. La cosa mi ha causato una certa euforia. “Ha-ha!” come direbbe Nelson dei “Simpsons”. Gotcha! Vittoria a metà un piffero, caro il mio McSac! Con il redistricting alle porte e le storiche maggioranze nei parlamenti locali, le prospettive per i democratici diventano sempre più fosche giorno dopo giorno. Inoltre, qualcosa mi dice che a livello di contee e municipalità le cose sono andate ancora meglio, cosa che potremo verificare tra qualche giorno, magari aspettando che qualche analista sveglio si metta a scartabellare i dati elettorali e si produca in un quadro d’insieme più approfondito (la tentazione di dedicarsi a tale impresa mi è passata per la mente, ma un’occhiata all’agenda mi ha subito fatto cambiare idea).

Insomma, gente, non solo lo tsunami è arrivato sul serio, ma ha colpito le strutture del potere democratico molto a fondo, cacciando veterani ammanicatissimi e strappando dalle loro mani posti importanti in prospettiva futura, a maggior ragione se l’idea che sta circolando in queste ore di indire una nuova Convenzione Costituzionale diventasse realtà e si potessero davvero discutere l’emendamento federalista proposto dal professore di Georgetown Randy Barnett o un emendamento che obblighi il governo federale ad operare in costante pareggio di bilancio (un referendum simile è passato in Florida con quasi il 72% dei voti, ben più dei soli repubblicani). Ora posso andare a letto contento, aspettando la risposta di McSac o degli altri amici che ancora credono nel socialismo riformista. La Rete è bella anche per questo. Merita sempre di essere difesa, come ogni strumento che conceda all’individuo di operare liberamente, in maniera più efficace ed informata.

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La vittoria repubblicana è stata ampia e profonda
Redazionale
Originale (in inglese): Washington Examiner
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Martedì è stato un giorno memorabile per i repubblicani, non solo perché hanno vinto un gran numero di seggi al Congresso. Forse ancora più importante è stato quali seggi abbiano preso. Solo per nominare qualche esempio tra i più importanti, martedì hanno perso molti veterani stagionati democratici come Jim Oberstar dal Minnesota, John Spratt in South Carolina e Paul Kanjorski della Pennsylvania, gente che stava a Washington da decenni. Queste vittorie per i repubblicani sono potenti esempi di come un’opposizione basata sulla coerenza ed i principi riesca a battere anche chi ha a disposizione soldi ed amicizie potenti. Sono inoltre notizie molto incoraggianti per il futuro.

Ma, mentre le importanti vittorie del GOP al Congresso saranno giustamente esaminate in dettaglio, bisognerebbe prestare altrettanta attenzione ai risultati venuti dalle parti basse della scheda elettorale, dove si trovavano le gare riguardanti i parlamenti degli stati. I repubblicani ora hanno il controllo di almeno 19 ulteriori assemblee legislative statali, il che porta il numero degli stati nei quali i repubblicani controllano entrambe le camere a 26, contro i 21 dei democratici ed i tre che restano ancora in ballo. Tra questi ci sono i parlamenti in Alabama e North Carolina, che non vedevano maggioranze repubblicane fin dalle prime elezioni dopo la Guerra Civile nel 1876 e 1870, rispettivamente. Coloro che, solo due anni fa, dicevano che il GOP rischiava di diventare un partito regionale del Sud, sono stati smentiti in maniera clamorosa dai risultati arrivati da New Hampshire, Maine, Wisconsin e Minnesota, tutti passati sotto il controllo del GOP. I repubblicani sono addirittura avanzati parecchio e potrebbero prendere il controllo dei parlamenti in stati di sinistra della West Coast come Oregon e Washington. I repubblicani hanno vinto 16 delle 30 gare per il posto di procuratore generale dello stato, strappando cinque cariche dai democratici e quindi arrivando a solo quattro posti dal totale degli avversari. Il GOP ha anche vinto 17 delle 26 gare per il posto di segretario di stato, portando il vantaggio del partito a +3 (25 a 22 – tre stati non hanno segretari di stato).

Questi sviluppi avranno importanti ripercussioni a livello nazionale, specialmente quando si tratterà di discutere i nuovi confini dei distretti elettorali. Secondo il Republican State Leadership Committee, i repubblicani avranno un ruolo dominante nel ridefinire i confini di un numero impressionante di distretti congressuali: 314. Ed il fatto che ci siano un gran numero di nuovi eletti repubblicani in grossi swing states – Ohio, Pennsylvania e Colorado – sicuramente aiuterà a rendere il clima più salubre per il candidato alla presidenza del GOP nel 2012.

Forse il risultato più importante è il fatto che, mentre il Tea Party era partito come un movimento contro il centralismo di Washington, le elezioni locali di martedì ci dicono che i gruppi grassroots del GOP hanno preso sul serio la battaglia per cambiare il sistema politico dall’interno. Con un gran numero di persone che non hanno mai fatto politica che riempiono le fila del partito, il campo dal quale scegliere i potenziali futuri candidati del GOP potrebbe essere tanto profondo quanto la Fossa delle Marianne, garantendo un dominio nelle elezioni per almeno una generazione. Ma i repubblicani farebbero bene a non dimenticare che, come ha ricordato il neo-senatore della Florida Marco Rubio, “l’elezione di martedì non è stata un mandato (al GOP) ma una seconda chance”. Per far sì che questa vittoria si trasformi in una duratura rinascita repubblicana, bisognerà che questi nuovi leaders rimangano ben ancorati ai principi del governo limitato, della responsabilità fiscale, del farsi carico dei propri errori e della trasparenza, gli stessi ideali che hanno motivato gli elettori a dargli fiducia.

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