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Foto trovata su flickriver.comCome prevedibile, la spin machine della sinistra globale sta sminuendo la valanga rossa che ieri ha travolto gli obamioti. Non cascateci, questa è una vittoria di quelle che contano. Ed è solo l’inizio. You ain’t seen nothing yet.

Nonostante siano ancora parecchie le gare aperte e la tentazione di fare come il buon Andrea Mancia, che prudentemente rimanda il suo commento a quando le bocce saranno ferme del tutto, sia fortissima, l’abitudine e la voglia di compensare in parte i tanti frequentatori dell’antro che sono venuti oggi a trovarmi andandosene a mani vuote mi spinge a sbilanciarmi in un commento-analisi molto commento poco analisi.

Le conseguenze della surreale diretta fiume di sette ore sette tenuta dal vostro affezionato padrone di casa su TV Radicale limitano alquanto le mie facoltà mentali (un tempo ero capace di andare avanti per 72 ore filate -senza aiutini di sorta- senza colpo ferire; ora bastano 36 ore per mandarmi in tilt – sad) ma sono ancora abbastanza sveglio per accorgermi della monumentale montagna di castronerie sparsa a piene mani dai media tradizionali italiani ed europei. Non che mi aspettassi molto di diverso, ma sono riusciti a superare le mie già fosche previsioni. Tutti candidati ad honorem al “Premio Duranty”, che mi riprometto di assegnare in futuro al mistificatore sinistro più sfacciato (nominati d’obbligo Zucconi, Botteri, Farkas e Borrelli, ça va sans dire).

La propaganda lascia il tempo che trova. Nonostante fosse annunciata da mesi ed il rischio di calo della tensione, stimolato dalla costante, melliflua, suadente voce dei commentatori famosi che sembravano quasi dire ‘restate a casa, tanto sarà comunque un trionfo’, il popolo americano è andato alle urne assestando un manrovescio alla Bud Spencer a quella elite di statalisti che vorrebbero tanto trasformare la “shining city on the hill” di Reagan nell’ennesimo triste, cupo, staterello socialdemocratico dove vai avanti solo se sei della famiglia giusta o se qualcuno ti co-opta al potere. Il grande ‘sogno’ della sinistra radicale, orfana di Mosca ma obbediente sempre alle direttive del Comintern, si è infranto, come capita quasi sempre, quando si è trattato di passare dalla retorica alla matematica. I sogni, specialmente quelli dei sinistri, costano parecchio ed il popolo americano ne ha abbastanza di prestare la carta di credito agli spendaholics di Washington. Chiamatela un’intervention con due anni di ritardo (o anticipo).

Al Tea Party di Firenze di lunedì sera, mentre gli altri si scatenavano in un karaoke da antologia dell’orrore (tranne la bravissima Mir Liponi in Zucco, che meriterebbe ben altri palcoscenici), fuori dal locale si parlava di politica e della presidenza Reagan. Alcuni giovani universitari pisani mi hanno L’amico Giacomo Zucco mi ha fatto notare come di papà Ronnie non si possa solo ricordare il fatto di aver infranto il mito del balanced budget e realizzato a metà la rivoluzione di Goldwater. Il Grande Comunicatore rianimò l’America prostrata dal dirigismo degli anni ’70, iniziato da quel bel RINO di Nixon, scatenando gli istinti animali del capitalismo con la deregulation e dando il via al boom degli anni ’90. Reagan, più che altro, riportò l’individuo al centro del dibattito, resuscitò il “can-do spirit” e decise di vincere la Guerra Fredda. Per questo il suo slogan del 1984, quel famoso “morning in America” è rimasto nell’immaginario collettivo: perché dipingeva una transizione reale che ebbe riflessi in tutta la cultura occidentale. Senza Reagan e mamma Maggie, la rivincita (purtroppo temporanea ed effimera) del liberismo economico sarebbe stata impossibile, come le molte deregulations effettuate nel decennio successivo, in Italia come altrove.

A questo punto mi sento di affermare che la vittoria di ieri è forse ancora più significativa, almeno in prospettiva, di quella di Reagan. Se Ronnie si basava molto sul suo carisma personale, sulla sua sovrannaturale capacità di connettersi istantaneamente con l’americano medio e sul suo istinto che lo spingeva quasi sempre a prendere le decisioni giuste senza troppe elaborazioni intellettuali, la nuova ‘conservative revolution’ non ha leaders identificabili, ma si basa solo su ideali e fede nel modello statuale definito nel 1791 dalla Costituzione degli Stati Uniti d’America. Il Tea Party, in maniera spontanea, entusiasta ma caparbia, pragmatica e molto concreta, è riuscito nel giro di 18 mesi a cambiare totalmente il clima politico in America, imponendo all’attenzione di tutta la classe politica i temi che aveva più a cuore. I tentativi di sviare l’attenzione dell’elettorato dalle questioni legate alla spesa ed al debito del governo federale sono falliti miseramente, come le tante macchinazioni dell’establishment, riuscite solo a tenere fuori dal Senato alcuni candidati ad esso particolarmente invisi.

Allora tutto bene, mettiamo gli occhiali da sole per proteggersi dallo splendente futuro (100 punti apolidi a chi mi coglie la citazione anni ’80)? Neanche per sbaglio. I prossimi due anni saranno terribilmente difficili. Lo status quo conta sul fatto che, storicamente, i movimenti d’opinione hanno una data di scadenza piuttosto breve: troppo difficile serrare le fila, resistere alle tentazioni di compromesso, specie se i media si applicano in una costante opera di convincimento occulto (in arrivo di qui a poco, IMHO). Per non parlare dello sforzo sovrumano che i good ole boys della Beltway eserciteranno nei confronti dei prossimi membri del Tea Party Caucus, più di un terzo degli eletti del GOP. Le lusinghe del potere sono ben più pericolose di qualsiasi minaccia, specie una volta lontani dai propri elettori, nella comoda atmosfera del Campidoglio. Il terzo grave pericolo sarà quello della frustrazione: i tanti tea parties locali si sono dannati l’anima per riuscire a mandare ‘uno dei loro’ a Washington, ma, visto lo stato dell’economia ed i danni inflitti da Obama al paese, vorranno presto vedere dei risultati concreti. I quali, inutile nasconderselo, non potranno che arrivare dal gennaio 2013, almeno per le materie veramente significative (la iper-maggioranza necessaria per battere il veto presidenziale sarebbe stata oggettivamente irraggiungibile, anche nelle migliori condizioni possibili ed immaginabili).

Eppure, nonostante tutti questi pericoli, continuo a pensare che la nuova, migliore, rivoluzione potrà riuscire dove le tre precedenti (legate a Goldwater, Reagan e Gingrich) avevano fallito, ovvero smantellare pezzo per pezzo il mostruoso apparato socialista che da quasi un secolo sta uccidendo lentamente quel sogno che un tempo chiamavamo America. A meno di sconvolgimenti economico-geopolitici, fino a quando l’attenzione del pubblico rimarrà sullo stato penoso delle finanze pubbliche, eletti e non eletti non potranno fare e disfare a loro piacimento, a meno di non far salire ancora di più il livello della rabbia popolare.

Tempo per parlare delle faide interne ad entrambi i partiti, i cui prodromi abbiamo già fatto notare a suo tempo, ve ne sarà sempre in abbondanza. Oggi è il momento di festeggiare il coraggio, la determinazione, la fede assoluta nell’Ideale di quei milioni di cittadini americani che hanno deciso di alzarsi in piedi e sfidare quel mostro statalista che minacciava di distruggere il loro paese. Questa è la loro vittoria e nessuno potrà portargliela via. Ecco perché questo ‘morning in America’ mi piace tanto di più del primo. Sono sicuro che anche papà Ronnie, mentre scherza con Barry, litiga con Murray e flirta con Ayn, sta sorridendo. Speriamo che ci assista mentre cerchiamo anche noi di toccare il volto di Dio restando coi piedi ben piantati per terra.

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