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Immagine trovata su thegoodkentuckian.blogspot.comKrauthammer, sul Washington Post, infierisce sul quasi-cadavere di The One, dicendone peste e corna. Casus belli il disperato appello al razzismo degli ispanici di Obama. Dimentica che, per quanto ce l’abbiano con gli yanquis, i latinos vedono ancora peggio i neri. Comunque, don’t get cocky.

Il brutto della politica, per un giornalista, è che, spesso e volentieri, si finisce per pagare caro ogni slancio dialettico od ogni entusiasmo per un candidato o un politico. L’Apolide ricorda ancora come, seguendo le primarie democratiche del 2004, per un certo periodo avesse sperato che John Edwards ce la facesse. Immaginate i suoi lamenti di disperazione quando si rese conto che era solo un cacciatore di ambulanze vanesio, incapace, bugiardo e puttaniere. Come si dice oltreoceano, you live, you learn. Finisci con l’andare avanti lo stesso ma con qualche illusione in meno e, si spera, un minimo di saggezza in più.

Questo succede quando non si ha il cervello infettato dal virus del pensiero sinistrorso. Se si soffre di questa gravissima malattia, per il solo fatto di pensarla esattamente (non quasi o insomma, sì, più o meno d’accordo – nono, proprio UGUALE UGUALE) a tutta la gente che conta, ci si convince di essere dotati di un livello di infallibilità ben superiore a quella del Santo Padre. In fondo, il poverino, ha dalla sua solo lo Spirito Santo; il sinistro, invece, ha un coro da tragedia greca di gente molto gnegne che gli ripete “quanto sei bravo, quanto sei bello, tu sì che sei uno giusto”. Alla fine, quasi inevitabilmente, finisce per credere di essere superiore a tutti, andando incontro alla puntuale vendetta degli dei della Storia; vivere abbastanza a lungo da veder crollare nella polvere i propri eroi.

Quando Charles Krauthammer, nel suo editoriale pubblicato sul “Washington Post”, ironizza in maniera pesante sulla fine della presidenza post-razziale, segnata secondo lui in maniera evidentissima dalla ‘chiamata alle armi’ rivolta agli elettori ispanici, della quale ho già scritto qualche giorno fa, compie un atto sottilmente crudele: mette ogni singolo lettore del giornale per il quale scrive (quasi sicuramente un sinistro) di fronte al proprio incubo peggiore, essere presi per i fondelli da uno di destra e sapere benissimo che ha ragione al 100%. Roba da far andare in tilt il cervello, gente.

Come potrei rincarare ancora la dose da elefante che Krauthammer somministra ai traballanti sinistri a stelle e strisce? Nemmeno ci provo, visto che sarebbe un esercizio in futilità. Perché mai, dite voi? Per due ragioni semplici semplici. I sinistri, in America come altrove, fanno finta di essere tanto istruiti ma in realtà sono molto meno preparati di quanto vorrebbero dare a credere. Quindi le probabilità che uno di loro legga un oscuro blog in italiano sono vicine allo zero. Infine, conoscendo i miei polli, so bene che qualunque sforzo dialettico o acrobazia lessicale, per quanto sublime o perfidamente sardonica, cadrebbe nel vuoto se letta dal sinistro medio italiota. L’individuo in questione ha due sole modalità di comportamento: adulazione sfrenata ed illimitata per chi dice esattamente cosa pensa lui ed odio cieco, del tutto illogico per chi sostiene una posizione diversa. Perché darsi tanto da fare? Bastano ed avanzano le parole di Charles Krauthammer. In fondo, essendo i sinistri uguali in tutto il mondo, l’effetto sarà più o meno lo stesso. Cosa che, sebbene me ne vergogni un pochino, ha fatto spuntare un sorriso a trentadue denti sul mio pacioccoso volto.

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La grande campagna del 2010
Charles Krauthammer
Originale (in inglese): The Washington Post
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

In un’intervista radiofonica trasmessa lunedì scorso su Univision, il presidente Obama ha bacchettato gli ispanici che “restano a casa il giorno delle elezioni invece di dire ‘Puniremo i nostri nemici e premieremo i nostri amici che ci stanno a fianco su temi che sono importanti per noi'”. Però, un atto che invita all’unità tra le razze, invitare gli ispanici ad andare alle urne e vendicarsi politicamente sui loro nemici – presumibilmente, che ne so, il circa 60 per cento degli americani che sono d’accordo con la nuova legge sull’immigrazione approvata in Arizona.

Questo dallo stesso presidente incapace di definire “nemico” un regime come quello iraniano che sta facendo di tutto per aiutare ad ammazzare soldati americani in Afghanistan. Questo dall’uomo che è balzato sul proscenio della politica dichiarando a gran voce che non si trattava più di distinguere tra stati blu e stati rossi, tra l’America dei neri, dei bianchi o degli ispanici – ma di tornare a parlare di Stati Uniti d’America.

Ecco come finisce la grande presidenza post-razziale, non partigiana, quella della Nuova Politica – non con un botto, non con un pianto, ma con un invito disperato alla vigilia delle elezioni di abbandonarsi alla vendetta etnica.

Eppure l’addetto stampa Robert Gibbs riserva il suo sdegno per il capogruppo repubblicano al Senato Mitch McConnell e la sua “deludente” negatività, espressa quando ha ammesso che “la cosa più importante che vogliamo ottenere (come partito ndT) è di rendere Barack Obama un presidente da un solo mandato”.

Vedete, McConnell dovrebbe dire che proverà con tutte le sue forze a lavorare in accordo con il presidente dopo le elezioni. Ma ormai è chiaro anche ai ciechi che non si riuscirà a fare niente di veramente significativo. Nei prossimi due anni, i repubblicani non saranno in grado di far passare nessuno dei progetti di legge che hanno a cuore – come l’abrogazione della riforma sanitaria – perché verrebbero bloccati dal veto del presidente. Ed i democratici saranno troppo indeboliti per avanzare di un solo passo, non parliamo di completare, la vasta agenda che Obama aveva in mente per trasformare l’America.

Per far questo dovranno aspettare di vincere nel 2012. Ogni presidente ha a sua disposizione due occasioni per mordere la mela: i primi 18 mesi, quando gode ancora della fiducia riservata ad ogni neo-eletto, ed un secondo tentativo nei primi 18 mesi di un secondo termine, prima che inizi la fase dell’anatra zoppa.

Nei prossimi due anni, l’azione vera non si svolgerà al Congresso, ma nelle viscere della burocrazia federale. I democratici porteranno avanti la loro agenda sull’Obamacare, sulla riforma finanziaria e la politica energetica attraverso regolamenti amministrativi, come, ad esempio, limiti alle emissioni di anidride carbonica imposti unilateralmente dalla Environmental Protection Agency.

Che ne sarà degli altri importanti progetti di legge necessari a completare l’agenda social-democratica di Obama. Non avranno nemmeno una possibilità di farcela. Ecco perché McConnell ha ragione. Il futuro del paese si deciderà nel novembre del 2012, quando o verrà concesso ad Obama un secondo mandato per finire di costruire la sua “Rifondazione Americana”, o i repubblicani riusciranno a far eleggere uno di loro per cancellarla, o almeno quello che (allora) si potrà cancellare.

La reazione negativa di Gibbs a questa ovvia verità politica mantiene viva la convenzione che impone di considerare ogni cosa partigiana o ideologica disdicevole, in quanto “portatrice di divisioni”. Questo non è che una pia idiozia. A cosa servirebbe una democrazia bipartitica se non a presentare all’elettorato chiare visioni alternative del ruolo del governo e, forse ancora più importante, del bilanciamento tra istinti libertari ed egualitari – il punto cruciale di ogni democrazia?

Il bello della campagna elettorale di quest’anno e di quella del 2012 è che hanno un vero scopo. A parte la confusione, le stupidaggini, le distrazioni, le parti divertenti – a chi non mancherà il meraviglioso circo della campagna a sette per la poltrona di governatore dello Stato di New York? – questa è una campagna profondamente seria su una questione politica profondamente seria.

Bisogna ammettere che Obama non fu eletto per giocare a basket a mezzanotte od occuparsi delle divise scolastiche. Non è un Bill Clinton. Obama pensa in grande. Vorrebbe essere un presidente importante, che cambia le cose sul serio, qualcuno come Ronald Reagan. Il suo tentativo diretto di cancellare ogni traccia della rivoluzione reaganiana con una fiammata di regolamenti di sinistra che espandano il ruolo del governo è il tema che anima questa stagione elettorale.

Chi è sempre pronto a difendere i democratici vorrebbe farci credere che non è vero – che è tutta colpa dell’economia e della rabbia dell’elettorato per la sua condizione miserevole. Provateci ancora. L’ultimo sondaggio commissionato dalla CBS e dal “New York Times” mostra come solo uno ogni 12 americani dia la colpa della crisi economica ad Obama e come sette americani su 10 pensino che questa recessione è solo temporanea. Eppure il Partito Democratico sta cadendo a pezzi. I democratici sono quattro punti indietro tra le donne, una fascia elettorale che dominavano da decenni; indietro di un mostruoso margine,  20 punti, tra gli indipendenti (un crollo di ben 28 punti dal 2008); e ben 20 punti indietro tra i laureati, smentendo una volta per tutte la panzana che i sinistri dicono ogni cinque minuti, ovvero che l’avanzata dei repubblicani è solo la vendetta di gente stupida ed ignorante.

Il 2 novembre verrà sicuramente impartita una punizione severa. Solo che non sarà del genere che Obama sta incoraggiando.

Le mie previsioni: i democratici perdono 60 seggi alla Camera, otto al Senato. Ed i Rangers vinceranno il titolo alla settima gara (in questi giorni si tiene la finale della Major League Baseball tra i San Francisco Giants ed i Texas Rangers. Al momento i Giants sono avanti due gare a zero nelle World Series ma, al settimo inning di gara 3, i Rangers conducono 4-0. Nota a margine; i Texas Rangers sono la squadra che, qualche anno fa, aveva George W. Bush come presidente. La Storia ha un gran senso dell’umorismo… ndApo).

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